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Cronaca | 21 ottobre 2021, 11:59

Diano Marina, incendio al camion della 'Love Fruit', gli imputati appellano la condanna: "Non vi è certezza sull'identificazione degli autori"

Alla sbarra Domenico Gioffrè, Antonio e Giovanni De Marte. Per il gup invece fu "un’azione devastante realizzata con un ordigno di notevole potenza, significativa di un gesto intimidatorio riconducibile a contesti criminali di un certo spessore”

Diano Marina, incendio al camion della 'Love Fruit', gli imputati appellano la condanna: "Non vi è certezza sull'identificazione degli autori"

Non è stata ancora fissata la data, ma a breve si aprirà il processo di secondo grado per i tre imputati condannati lo scorso 19 maggio dal gup di Imperia, Anna Bonsignorio, per l’incendio che ha distrutto il camion di frutta e verdura, appartenente alla ditta 'Love Fruit' di Giuseppe Attisano, commerciante ortofrutticolo calabrese d’origine e residente a Diano Marina. Il rogo è avvenuto nella città degli aranci la sera del 29 marzo dello scorso anno in piazza Taramasco, dove il mezzo era parcheggiato.

In primo grado il gup ha inflitto 3 anni e 10 mesi di carcere ad Antonio De Marte, difeso dal legale Luca Ritzu, 2 anni e 8 mesi al figlio Giovanni De Marte mentre 2 anni e 10 mesi sono stati comminati al terzo imputato, Domenico Gioffrè. Quest’ultimi due imputati sono assistiti dall’avvocato Marco Bosio.  Per Antonio De Marte e Domenico Gioffrè il pm della procura di Imperia aveva invocato durante la requisitoria proprio queste pene, mentre per Giovanni De Marte erano stati richiesti 2 anni e 6 mesi. Quindi per lui la condanna del gup è stata più "dura" rispetto a quanto invocato dall'accusa.

L'inchiesta, denominata 'Ritorno di fiamma', è stata condotta dai Carabinieri della sezione operativa di Imperia in sinergia con i militari della città degli aranci. Dall’analisi delle immagini del sistema di video sorveglianza pubblica dei comuni del dianese emergeva il transito nella zona, la sera del 29 marzo – in pieno lockdown- di una Fiat Panda. Gli accertamenti condotti avrebbero stabilito che l'auto era di Antonio De Marte, già noto alle forze dell’ordine. La sera stessa i Carabinieri si recarono presso la sua abitazione constatando che il cofano motore del veicolo parcheggiato era caldo al tatto, le portiere erano aperte e l’abitacolo emanava un forte odore di benzina. Secondo il pm Antonella Politi, Giovanni De Marte poco prima dell’incendio, si sarebbe recato presso un distributore di benzina per riempire una tanica. Nel frattempo, il padre Antonio e Domenico Gioffrè arrivarono ad una tabaccheria vicina al luogo dell’incendio a bordo dell’auto di quest’ultimo, un’Audi S3. Antonio salì sulla Fiat panda con Giovanni De Marte e si recò nei pressi di piazza Taramasco, dove il mezzo sostava, e lì avrebbero appiccato il fuoco. Poi risalì in auto e si allontanò in direzione dell’abitazione. Il tutto sotto la sorveglianza del presunto 'palo',  Domenico Gioffrè. In quel periodo Antonio De Marte e Domenico Gioffrè erano sottoposti a detenzione domiciliare che, per l'accusa venne violata per la commettere il reato. 

Il legale Bosio ha quindi appellato la sentenza del gup ed in particolare, in merito alla posizione di Gioffrè, l’imputato non sarebbe identificabile dalle immagini estrapolate dalla videosorveglianza cittadina e sul punto inoltre, non sarebbe stata effettuata una perizia fisiognomica o altro tipo di accertamento tecnico che possa portare ad una sua individuazione precisa. Inoltre, la sera della perquisizione i militari dell’Arma non hanno sequestrato, né visionato, gli abiti indossati dagli indagati e ciò avrebbe potuto dirimere dubbi in merito alla loro identificazione. 

Quella sera ad avvisare le forze dell’ordine dell’incendio è stato un testimone il quale mentre telefonava all’interno della propria auto ha notato “una palla di fuoco vicino al camion, è scritto nelle motivazioni della sentenza di primo grado, e un uomo di bassa statura risalire velocemente dal lato passeggero su una fiat Panda di colore bianco che sgommando si allontanava in direzione Diano Marina”. Successivamente ai Carabinieri aggiungerà chead appiccare il fuoco era stato l’autista, un uomo dai capelli lunghi alto circa 1 metro e 75 centimetri e comunque vi era un’altra persona seduta sul lato passeggero”. Non riferirà quindi di ulteriore persone presenti sul luogo ed è anche per questo che, secondo la difesa, non si può collocare sulla scena del crimine l’imputato Gioffrè. 

Per il gup invece, non ci sono dubbi: tutti e tre gli imputati son responsabili dell’incendio al camion della' Love Fruit'. "Gli elementi indiziari raccolti, ha scritto il giudice in sentenza, sono molteplici e convergenti al punto che, nella valutazione complessiva derivante dall’incrocio dei vari dati raccolti, vanno a delineare un quadro probatori assolutamente insuperabile” ed inoltre, “l’identificazione dei tre imputati nei tre soggetti ripresi dai filmati appare indiscutibile, operata in primis dagli operanti trattandosi di soggetti loro noti, ma confermata dalla comparazione con le foto segnaletiche” e quindi nessuna perizia fisiognomica si è resa necessaria “né può contestarsi ai Carabinieri un difetto investigativo”.

“La testimonianza del teste oculare – chiosa il gup- è molto significativa (…) ed è risultata determinante per la ricostruzione del percorso di andata della Fiat Panda alla piazza Taramasco, luogo dell’incendio, con ingresso da via Colombera ed uscita in via Diano Castello, pienamente confermata dall’analisi dei filmati acquisiti”. 

Infine, in merito alla qualificazione giuridica del reato di incendio il gup si esprime con ordine di certezza. “Il mezzo usato per appiccare il fuoco (una tanica di benzina previamente incendiata lanciata in fiamme contro l'autocarro), la possibilità di deflagrazione del mezzo incendiato (contenente anche la cella frigorifera), parcheggiato in zona cittadina a breve distanza da edifici e alberi, rivelano in capo agli autori la consapevolezza inevitabile della portata distruttrice e della difficile governabilità delle fiamme, e quindi connotano l'intenzionalità di provocare un incendio di non lievi proporzioni, distruttivo, e difficile da contenere con effettivo pericolo per la pubblica incolumità, o comunque la coscienza e volontà di procurarlo, quanto meno a livello di dolo eventuale”. Un reato “molto grave per le circostanze e modalità del fatto, sottolinea il gup, un’azione devastante realizzata con un ordigno di notevole potenza, significativa di un gesto intimidatorio o di rivalsa comunque riconducibile a contesti criminali di un certo spessore”. 

Angela Panzera

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