Un'altra data cerchiata sul calendario, un'altra giornata trascorsa aspettando che dall'Egitto possa finalmente arrivare un segnale. Oggi, 7 ottobre, dovrebbe tenersi la nuova udienza relativa all'affidamento di Aisha, la figlia di Nessy Guerra, nell'ambito della complessa vicenda giudiziaria che ormai da anni impedisce alla giovane sanremese e alla bambina di tornare in Italia.
Il condizionale, ancora una volta, è necessario. L'udienza arriva dopo il rinvio disposto lo scorso 6 agosto e, secondo quanto trapela alla vigilia, l'ipotesi di un ulteriore slittamento appare concreta. Sarà soltanto quanto accadrà in tribunale a chiarire se questa volta il procedimento potrà compiere un passo in avanti oppure se madre e figlia saranno costrette ad attendere ancora.
Per Nessy è un appuntamento importante, ma è anche soltanto uno dei fronti ormai aperti contemporaneamente. C'è l'affidamento di Aisha, c'è il divieto di espatrio della bambina, c'è il ricorso alla Corte di Cassazione contro la condanna per adulterio e, soprattutto, c'è una quotidianità che da oltre tre mesi si è trasformata in una lunga attesa dentro quattro mura.
Oggi si torna in aula per Aisha. L'ultima udienza si era tenuta il 6 agosto, quando il tribunale aveva disposto il rinvio al 7 ottobre. Secondo quanto riferito allora dalla difesa della giovane sanremese, il giudice non avrebbe acquisito la documentazione che i legali di Nessy intendevano sottoporre alla sua attenzione.
Tra gli elementi che la difesa aveva preparato figurava anche un documento attribuito alla madre di Tamer Hamouda, nel quale la donna dichiarava di trovarsi in una situazione di difficoltà economica. Un elemento che i legali ritenevano utile nell'ambito della controversia sull'affidamento, ma la cui eventuale rilevanza spetta naturalmente al giudice stabilire.
Adesso, due mesi dopo, il procedimento torna formalmente davanti al tribunale. La speranza è che qualcosa possa muoversi, anche se un nuovo rinvio rimane tra gli scenari possibili. Per Nessy il punto centrale continua a essere uno: riuscire a garantire ad Aisha una condizione stabile e arrivare, prima o poi, a poter lasciare insieme l'Egitto.
Tre mesi senza uscire di casa. Se l'attesa per l'udienza riguarda soprattutto il futuro della bambina, la situazione personale di Nessy è diventata nel frattempo ancora più difficile.
Dal 1° luglio la giovane non esce dalla propria abitazione. Per settimane si era ipotizzato che quella condizione potesse rappresentare una forma particolare di esecuzione domiciliare della condanna a sei mesi per adulterio. Negli ultimi giorni, però, è arrivata una precisazione fondamentale dalla sua avvocata Agata Armanetti: secondo quanto comunicato alla giovane da un rappresentante italiano in Egitto, Nessy non si trova in detenzione domiciliare e non sta scontando i sei mesi della condanna.
Questo significa, secondo la ricostruzione della difesa, che gli oltre tre mesi trascorsi senza poter uscire di casa non verrebbero detratti dalla pena qualora quest'ultima dovesse essere effettivamente eseguita.
È stata la stessa Nessy, nei giorni scorsi, a raccontare tutta la propria frustrazione: “Sono tre mesi che non esco di casa. E ho scoperto che questi tre mesi non verranno detratti dai sei mesi di condanna. Ho fatto tre mesi chiusa in casa così, per la gloria”.
Una situazione della quale resta ancora poco chiara, almeno secondo le informazioni rese pubbliche dalla difesa, l'esatta qualificazione giuridica.
Stanchezza, delusione e rabbia. È soprattutto il peso del tempo, ormai, a emergere dalle parole della giovane. Il caso Nessy Guerra è diventato negli ultimi mesi una vicenda diplomatica, politica e mediatica, è arrivato in Parlamento e fino alle istituzioni europee. Ma per Nessy e Aisha la quotidianità continua a essere scandita dalle stesse limitazioni.
Alla stanchezza si aggiunge la delusione per una soluzione che continua a non arrivare e, negli ultimi giorni, una rabbia sempre più evidente.
“Sono ormai tre anni che va avanti questa storia e noi siamo stanchi”, aveva detto Nessy nel suo ultimo intervento sui social, tornando a chiedere che la sua vicenda non venga dimenticata.
Le dichiarazioni e le accuse delle parti riportate nell'articolo vengono riferite nell'ambito della cronaca di una vicenda di interesse pubblico. Laddove non supportate da provvedimenti giudiziari o documentazione ufficiale, sono presentate come ricostruzioni dei rispettivi protagonisti, ferme restando le valutazioni delle autorità competenti e le eventuali differenti versioni dei soggetti coinvolti.
Le ultime minacce di Tamer. A rendere ancora più pesante il clima sono state le recenti dichiarazioni pubblicate sui social dall'ex marito Tamer Hamouda.
Dopo aver chiesto in un precedente video che Nessy venisse arrestata e incarcerata, Hamouda è arrivato nei giorni scorsi a sostenere che, qualora l'ex moglie non fosse tornata da lui “pentita”, avrebbe chiesto per lei la “lapidazione pubblica”, richiamando quella che presenta come una prescrizione religiosa.
Si tratta della richiesta personale espressa dall'uomo nel video e non, evidentemente, di una pena disposta dall'autorità giudiziaria egiziana. Nessy ha reagito pubblicamente: “Il mio ex ha chiesto che io venga lapidata pubblicamente. Continuiamo a ricevere minacce e nessuno lo ferma”.
Anche Armanetti ha chiesto alle autorità egiziane un intervento nei confronti di Hamouda, definendo “gravissime” quelle dichiarazioni.
Gli interrogativi sul processo per adulterio. Nel frattempo sono emersi nuovi elementi anche sul procedimento che ha portato alla condanna di Nessy. La trasmissione Le Iene, tornando sul caso con un servizio di Roberta Rei, ha rintracciato uno degli uomini indicati come testimoni contro la giovane.
Davanti alle telecamere, l'uomo ha sostenuto di avere letto un foglio che gli sarebbe stato consegnato proprio da Hamouda. Una dichiarazione che non determina automaticamente la falsità della testimonianza né invalida la condanna, ma che aggiunge un ulteriore elemento alle contestazioni già avanzate da Nessy e dalla sua difesa.
La sentenza è stata impugnata davanti alla Corte di Cassazione egiziana. Anche su quel fronte, però, l'attesa continua.
La speranza, oggi, è tutta per Aisha. In questo quadro arriva l'udienza odierna. Non è quella relativa alla condanna di Nessy e non può, da sola, risolvere tutti i nodi della vicenda. Ma riguarda il punto che, fin dall'inizio, la giovane ha sempre indicato come prioritario: sua figlia.
Dopo anni di procedimenti, mesi di attesa e oltre tre mesi trascorsi senza poter uscire di casa, Nessy continua quindi la propria battaglia personale con sentimenti che ormai convivono: la stanchezza per una situazione che sembra non terminare, la delusione per le risposte che tardano ad arrivare, la rabbia per le nuove minacce e, nonostante tutto, la speranza che dall'Egitto possa finalmente arrivare un primo messaggio positivo.
Oggi gli occhi tornano sul tribunale e sull'affidamento di Aisha. Ma sul tavolo rimane anche l'eventualità più temuta e, dopo quanto già accaduto ad agosto, tutt'altro che remota: un'altra udienza, un altro rinvio e ancora tempo da trascorrere in quel limbo dal quale Nessy e sua figlia cercano di uscire da ormai tre anni.





