Non cercare un colpevole a posteriori, ma chiedersi che cosa possa fare una comunità per riuscire a "vedere prima". È da qui che parte la riflessione del pediatra genovese Alberto Ferrando sulla vicenda della piccola Beatrice, la bambina di due anni morta lo scorso febbraio a Bordighera. Una riflessione che non entra nella ricostruzione giudiziaria della morte e non intende attribuire responsabilità, ma sposta l'attenzione su un'altra domanda: come riconoscere il disagio di un bambino prima che una situazione diventi un'emergenza? "Non è compito mio ricostruire i fatti: sulla vicenda è in corso un procedimento penale e non spetta a noi, da fuori, anticipare conclusioni che competono alla magistratura", premette Ferrando. Ma davanti alla domanda "possibile che nessuno si sia accorto di nulla?", secondo il pediatra il rischio è quello di fermarsi alla ricerca, a posteriori, di chi avrebbe dovuto vedere. "Diventare tutti esperti dopo, pronti a dire “si doveva fare così”, non restituisce nulla a Beatrice né alle sue sorelle. Quello che possiamo fare davvero, come comunità, è imparare a vedere prima".
"I bambini comunicano il disagio prima di riuscire a raccontarlo". Il primo tema sollevato da Ferrando riguarda la violenza assistita, cioè le conseguenze che possono interessare i bambini esposti alla violenza commessa nei confronti di un familiare, anche quando non ne siano direttamente il bersaglio. Il riferimento, nella riflessione del pediatra, va anche alle due sorelle più grandi di Beatrice e, più in generale, a ciò che può accadere ai minori che crescono in contesti segnati dalla violenza. "Questi bambini non hanno gli strumenti per chiedere aiuto a parole, ma “parlano” comunque, con il corpo e con il comportamento, in modo diverso dai coetanei», spiega. Ed è proprio sul corpo e sui cambiamenti nel comportamento che Ferrando invita gli adulti a prestare attenzione. "In oltre 50 anni di professione ho imparato che i bambini comunicano il loro disagio molto prima di riuscire a metterlo in parole". Non esiste, però, un sintomo che consenta automaticamente di parlare di maltrattamento. Ferrando insiste su questo punto: i segnali sono aspecifici e devono sempre essere interpretati nel contesto della storia del bambino e della famiglia.
Dal mal di pancia al cambiamento improvviso del comportamento. Tra i possibili campanelli d'allarme, il pediatra cita mal di testa o mal di pancia ricorrenti senza una causa medica evidente, disturbi del sonno e incubi, regressioni come la ricomparsa dell'enuresi o dell'encopresi in bambini che avevano già acquisito il controllo, fino a un possibile rallentamento della crescita. Ci sono poi i cambiamenti comportamentali ed emotivi: ansia marcata, ipervigilanza, paure improvvise, aggressività apparentemente immotivata oppure, al contrario, ritiro e isolamento. Anche la scuola e le relazioni possono offrire segnali: difficoltà di concentrazione, improvviso calo del rendimento, isolamento dai coetanei o una ricerca particolarmente intensa dell'attenzione degli adulti. Un altro elemento indicato da Ferrando è l'assunzione precoce di un ruolo da "piccolo genitore" nei confronti dei fratelli più piccoli, con responsabilità non adeguate all'età. Nessuno di questi comportamenti, ribadisce il pediatra, rappresenta da solo una prova. "Quando uno o più di questi segnali compaiono insieme, in modo persistente, e senza una spiegazione che li giustifichi, vale la pena parlarne con il pediatra di famiglia: non per allarmarsi, ma per guardare la situazione con un occhio in più".
Una pediatria che non aspetti soltanto. È qui che la riflessione si allarga dal singolo medico all'organizzazione del sistema sanitario e sociale. Per Ferrando servirebbe un sistema capace non soltanto di rispondere alle famiglie che chiedono assistenza, ma anche di interrogarsi quando un bambino progressivamente scompare dai controlli. Il pediatra mette a confronto due situazioni opposte: famiglie che moltiplicano visite e consulti e altre che, invece, smettono di presentarsi ai bilanci di salute o non rispondono alle convocazioni per le vaccinazioni. Tra gli elementi che, soprattutto se associati, meriterebbero attenzione cita cambi frequenti e senza una ragione evidente del pediatra di famiglia, ripetuti accessi al Pronto Soccorso per traumi – in particolare se avvengono in strutture differenti – e assenze prolungate e ingiustificate dai controlli di routine. Anche qui la precisazione è fondamentale: nessuna di queste circostanze permette, isolatamente, di formulare un giudizio su una famiglia. Il punto, secondo Ferrando, è un altro: fare in modo che informazioni potenzialmente significative non rimangano separate l'una dall'altra quando, considerate nel loro insieme, potrebbero indicare una situazione di disagio.
I primi mille giorni. Una parte della prevenzione, secondo Ferrando, deve concentrarsi sui primi mille giorni, il periodo che va dal concepimento ai primi due anni di vita. È un'impostazione che trova riscontro anche nelle strategie sanitarie nazionali e internazionali. Il Nurturing Care Framework pubblicato nel 2018 da OMS, UNICEF e Banca Mondiale individua nella primissima infanzia una fase cruciale dello sviluppo; anche l'Istituto Superiore di Sanità ha sviluppato negli anni programmi e attività dedicati alla promozione della salute e al sostegno alla genitorialità nei primi mille giorni. Il nuovo Piano nazionale della prevenzione 2026-2031 dedica inoltre uno specifico programma alla «Promozione della salute nei primi 1.000 giorni di vita», rafforzando ulteriormente questa impostazione. Per Ferrando, però, il principio deve tradursi nella capacità concreta dei servizi di accompagnare le famiglie e intercettare precocemente le situazioni di fragilità.
"Una responsabilità di tutti, non un atto d'accusa". La riflessione del pediatra torna infine al caso Beatrice, ma senza trasformarlo in un processo alle istituzioni o alle persone che gravitavano intorno alla famiglia. "Non scrivo queste righe per puntare il dito contro qualcuno", sottolinea. La risposta, secondo Ferrando, deve coinvolgere una rete molto più ampia: pediatri, sistema sanitario e sociale, scuola, istituzioni, ma anche gli adulti che quotidianamente entrano in contatto con i bambini. Una sorta di "vigilanza affettuosa", la definisce: osservare senza trasformarsi in investigatori, non giudicare una famiglia sulla base di un comportamento isolato, ma neppure ignorare segnali persistenti quando qualcosa sembra non andare. Per chi lavora con i bambini, la vicenda diventa così un invito "a non archiviare troppo in fretta un mal di pancia ricorrente, un cambiamento di umore, un bambino che diventa “il genitore” del fratellino".
E il messaggio conclusivo di Ferrando torna al punto dal quale era partito: il modo più utile di interrogarsi dopo una tragedia non è convincersi che tutto fosse evidente a posteriori, ma costruire strumenti che consentano di riconoscere prima chi rischia di rimanere invisibile. "Se cambiamo davvero l'inizio della storia, possiamo cambiare la storia".





