Attualità - 03 ottobre 2026, 18:42

Il Liceo Cassini a Lampedusa per ricordare le vittime del 3 ottobre: studenti e docenti tra testimonianze, incontri e memoria (foto)

Una delegazione di sette persone ha partecipato alle iniziative promosse dal Comitato 3 Ottobre. Il confronto con sopravvissuti e familiari, le storie dei migranti e la marcia fino alla Porta d’Europa

Come ormai da tradizione, il Liceo Cassini ha partecipato a Lampedusa alle giornate dedicate alla commemorazione del naufragio del 3 ottobre 2013, una delle più gravi tragedie avvenute nel Mediterraneo lungo le rotte migratorie.

Una delegazione composta da sette persone, tra studenti e insegnanti, ha preso parte alle iniziative organizzate dal Comitato 3 Ottobre, vivendo esperienze diverse ma accomunate dal tema delle migrazioni. Secondo lo stile che caratterizza le attività del Comitato, le giornate hanno alternato in maniera equilibrata momenti formali e occasioni di confronto diretto e informale.

I ragazzi hanno così potuto ascoltare in prima persona storie di migrazione come quelle di Alex, originario dell’Eritrea, di Yara, palestinese, e di Remon, proveniente dall’Egitto. A queste si sono affiancate le testimonianze di giornalisti, tra cui Camilla, che ha proposto una riflessione sul codice deontologico della professione e sul tema dell’imparzialità dell’informazione.

Le attività hanno consentito ai partecipanti di mettere a confronto le proprie percezioni sul fenomeno migratorio con dati e testimonianze dirette, ma anche di sperimentarsi attraverso giochi di ruolo e attività teatrali. Una molteplicità di voci ed esperienze pensata per offrire stimoli alla riflessione, individuale e collettiva, e aiutare i giovani a maturare la capacità di prendere posizione e sostenerla con consapevolezza e coraggio. Un percorso certamente lungo, ma del quale esperienze come quella di Lampedusa possono rappresentare i primi preziosi passi.

Particolarmente intenso è stato l’incontro del 2 ottobre con una delegazione di sopravvissuti e familiari delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013. Erano presenti alcuni eritrei che dal 2013 vivono in Svezia e alcuni siriani residenti tra Germania, Svizzera e Olanda. Poche le donne presenti e soltanto una di loro ha preso la parola.

Tra le testimonianze più dolorose quella di un padre che ha raccontato la perdita di un figlio di 12 anni e la sopravvivenza, insieme a lui, di altri due figli, all’epoca ancora più piccoli. Una vicenda familiare dentro una tragedia collettiva, resa ancora più drammatica dal fatto che uno dei figli sopravvissuti, ancora oggi, rimprovera al padre di non essere riuscito a proteggere abbastanza il fratello inghiottito dal mare.

Tra i presenti anche una donna che aveva 16 anni al momento del naufragio e che era stata inizialmente considerata morta e sistemata in un sacco nero. Soltanto grazie a un ulteriore controllo del dottor Pietro Bartolo ci si accorse che era ancora viva. Oggi quella ragazza è diventata madre di cinque figli.

Le storie si sono susseguite, sollecitate dalle numerose domande dei partecipanti. Il dialogo si è fatto via via più profondo, tra risposte dirette e altre più difficili, talvolta apparentemente elusive perché le domande toccavano ferite ancora aperte o perché riflettevano sensibilità percepite come lontane da quelle dei sopravvissuti.

Da questo confronto è emersa soprattutto una consapevolezza: sopravvivere a un naufragio non ha nulla di romantico e chi attraversa un’esperienza simile continua a portare con sé, anche a distanza di molti anni, tutto il peso di quel mare.

Avvicinandosi alla conclusione delle giornate, il Comitato 3 Ottobre ha promosso anche una tavola rotonda alla presenza di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati, durante la quale sono stati evidenziati alcuni punti di contatto tra la questione delle migrazioni e quella palestinese, in particolare sotto il profilo economico e del rispetto dei diritti umani.

Nel corso del confronto sono stati proposti parallelismi tra le due realtà: il modo in cui le vittime vengono percepite e commemorate, la presenza a Lampedusa dell’hotspot come luogo di confinamento e le restrizioni che interessano Gaza e la Cisgiordania. È stato affrontato anche il tema della solidarietà e del soccorso: così come chi opera nei salvataggi in mare può diventare oggetto di contestazioni, anche la solidarietà verso le vittime civili di Gaza, è stato osservato durante l'incontro, può trasformarsi in un terreno particolarmente delicato.

Le giornate si sono infine concluse con la marcia in memoria delle vittime del naufragio del 3 ottobre 2013, dal centro di Lampedusa fino alla Porta d’Europa.

Qui una cerimonia insieme laica e spirituale ha lasciato spazio al silenzio e all’ascolto del mare, alternati a preghiere pronunciate in lingue e secondo culti differenti. Tra queste anche preghiere in tigrino, la lingua di molti degli eritrei che persero la vita nel naufragio del 2013.

A chiudere la commemorazione, un gesto semplice e carico di significato: un’onda di giovani è scesa verso il mare per lasciare scivolare nell’acqua un fiore, in memoria di tutte le persone che quello stesso mare ha inghiottito.

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