Attualità - 01 ottobre 2026, 12:11

Caso Nessy Guerra, da 3 mesi non può uscire di casa ma non è ai “domiciliari”. L’avvocata Armanetti: “Si fermi Tamer e lo si metta in carcere”

La giovane sanremese continua a vivere nell’appartamento con la presenza di due agenti sotto casa, ma la sua legale chiarisce un punto decisivo: non sta scontando i sei mesi della condanna per adulterio. Se la pena diventasse esecutiva, dovrebbe ancora andare in carcere

Caso Nessy Guerra, da 3 mesi non può uscire di casa ma non è ai “domiciliari”. L’avvocata Armanetti: “Si fermi Tamer e lo si metta in carcere”

Tre mesi senza uscire di casa. Ma quei tre mesi non stanno scalando i sei della condanna. È questo uno degli aspetti più paradossali e delicati che emergono oggi dal caso di Nessy Guerra, la giovane sanremese ancora bloccata in Egitto insieme alla figlia Aisha.

Dall'intervento della polizia egiziana dello scorso 1° luglio, Nessy vive sostanzialmente confinata nel proprio appartamento. Sotto casa, secondo quanto riferito dalla giovane e dalla sua difesa, continuano a essere presenti due agenti. Per settimane uno dei grandi interrogativi è stato se questa situazione potesse rappresentare una particolare forma di esecuzione domiciliare della condanna a sei mesi per adulterio.

Ora, dalla sua avvocata Agata Armanetti, arriva una precisazione fondamentale: no. Nessy non sta scontando la pena. E, qualora i sei mesi dovessero essere eseguiti, per la legale la prospettiva sarebbe quella del carcere. 

Tre mesi che non valgono come pena. È proprio questo elemento a rendere ancora più difficile definire la condizione nella quale si trova la giovane. Alla difesa è stato espressamente riferito da un rappresentante in Egitto che quella di Nessy non è una detenzione domiciliare.

Il punto sostanziale, però, è un altro: il tempo trascorso in queste condizioni non risulta essere esecuzione dei sei mesi di pena. Questo significa che i quasi tre mesi passati senza poter condurre una vita normale non avrebbero, allo stato delle informazioni in possesso della difesa, ridotto la condanna pronunciata nei suoi confronti. Resta inoltre pendente il ricorso presentato alla Corte di Cassazione egiziana, dal quale dipenderà un altro passaggio fondamentale della vicenda giudiziaria.

Una condizione che resta senza una definizione chiara. Fin dall'inizio di luglio il nodo era stato proprio questo. Nessy era rientrata nel suo appartamento dopo le ore trascorse in commissariato e aveva raccontato di non poter più uscire. Inizialmente si era parlato, anche nel racconto della stessa giovane, di una condizione assimilabile agli arresti domiciliari.

Con il passare delle settimane, tuttavia, era emerso che nell'ordinamento egiziano non esiste un istituto perfettamente sovrapponibile alla detenzione domiciliare italiana. Oggi la difesa sostiene di avere una certezza ulteriore: quella permanenza forzata in casa non costituisce l'esecuzione della condanna. Resta dunque aperta una domanda tutt'altro che secondaria: quale sia, esattamente, la base giuridica della situazione nella quale Nessy vive ormai da tre mesi.

Intanto la situazione si aggrava sul fronte Tamer. Se sullo status di Nessy continuano a esserci interrogativi, nelle ultime settimane si è aperto un altro fronte: quello delle dichiarazioni pubblicate sui social dall'ex marito Tamer Hamouda.

L'ultima risale alle scorse ore ed è anche una delle più pesanti. In un video pubblicato su TikTok, Hamouda ha affermato che, qualora Nessy non torni da lui “pentita”, la punizione da lui richiesta sarebbe la “lapidazione pubblica”, richiamando ripetutamente quella che presenta come una prescrizione religiosa. È proprio su queste parole che Armanetti concentra ora il suo appello.

Armanetti all'Egitto: “Cominciate a mettere in carcere Tamer Hamouda”. Per la legale di Nessy, di fronte all'escalation delle dichiarazioni social dell'uomo serve adesso un segnale concreto da parte delle autorità egiziane. “Qualcuno cominci a fermare Tamer Hamouda. Se il Governo egiziano volesse aiutarci, intanto fermi lui e faccia vedere di aver compreso quanto sia grave la situazione”, afferma Armanetti.

La legale richiama i procedimenti che, secondo quanto riferisce, sono stati avviati nei confronti dell'uomo in Egitto e torna soprattutto sull'ultimo video. “Non è possibile che possa fare dichiarazioni del genere e chiedere la lapidazione in pubblica piazza della sua ex moglie. Queste sono minacce gravissime”. 

L'appello dell'avvocata diventa ancora più netto: “Un suo arresto quanto meno permette a questa ragazza di non vivere nell'ansia. Uno che dice di volere la lapidazione pubblica della sua ex moglie, va messo in carcere”.

Il nodo della posizione giudiziaria di Hamouda. Armanetti solleva inoltre un interrogativo sulla situazione dell'ex marito. Hamouda ha sostenuto pubblicamente di essere stato assolto in Egitto rispetto alle vicende giudiziarie che lo riguardano e alle condanne riportate in Italia. La legale contesta questa ricostruzione e sostiene invece che in Egitto sia stata pronunciata nei suoi confronti una pena di sei mesi.

Il punto posto dalla difesa di Nessy è quindi molto semplice: "Se anche la pena originaria fosse stata ridotta a sei mesi, perché Hamouda si trova ancora a piede libero e non la sta scontando?". Il contrasto, agli occhi della difesa, resta comunque evidente: da una parte Nessy, che da quasi tre mesi non esce dal proprio appartamento pur senza stare formalmente scontando la condanna a sei mesi; dall'altra Hamouda, libero di pubblicare video nei quali è arrivato a chiedere prima il carcere dell'ex moglie e ora la sua “lapidazione pubblica”.

I margini giudiziari restano strettissimi. Sul fronte della difesa, al momento, le possibilità di intervento immediato appaiono limitate. Armanetti spiega che non resta che attendere l'evoluzione dei procedimenti giudiziari già aperti, a partire dal ricorso in Cassazione sulla condanna di Nessy.

Parallelamente resta aperta la complessa partita relativa ad Aisha, al suo affidamento e soprattutto al divieto di espatrio che continua a impedire alla bambina di lasciare l'Egitto insieme alla madre.

E mentre i procedimenti seguono tempi sui quali Nessy e i suoi legali hanno margini ridottissimi, il tempo continua a scorrere dentro quell'appartamento. Sono ormai tre mesi dal 1° luglio. Tre mesi nei quali Nessy non conduce una vita libera, ma che, secondo quanto chiarito dalla sua legale, non rappresentano neppure tre mesi di pena già espiata.

È questo il nuovo paradosso attorno al quale ruota il caso della giovane sanremese: chiusa in casa, ma senza stare scontando la condanna. E con la prospettiva che, se quei sei mesi dovessero essere effettivamente eseguiti, il carcere debba ancora cominciare.

Andrea Musacchio

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