Laura Guglielmi torna a Sanremo per il suo nuovo libro, Mary Shelley, la meravigliosa Creatura (Morellini Editore). Giornalista e scrittrice, Guglielmi ha raccontato figure e vicende letterarie nelle quali la Liguria non è mai un semplice sfondo, ma diventa parte della storia. Nel suo libro Lady Constance Lloyd. L’importanza di chiamarsi Wilde ha ricostruito la vita della moglie di Oscar Wilde, dedicando anche un capitolo a un soggiorno a Sanremo. Con Italo Calvino a Sanremo, alla ricerca di una città scomparsa ha poi seguito le tracce dello scrittore nella città della sua infanzia e della sua formazione, ricostruendo attraverso i testi dello scrittore, anche una Sanremo profondamente diversa da quella di oggi.
Ora lo sguardo si sposta su Mary Shelley, una scrittrice che ha attraversato l’Europa e che ha trascorso cinque anni fondamentali della propria vita in Italia, tra Liguria, Toscana, Napoli e Roma. Nel romanzo Guglielmi sceglie la prima persona e immagina Mary, ormai adulta, mentre ripercorre la propria esistenza e si rivolge ai posteri.
Laura Guglielmi, perché Mary Shelley?
Non sono mai riuscita a considerare Mary Shelley soltanto come «l’autrice di Frankenstein». Al contrario, quando ho cominciato a occuparmi di lei ero già affascinata dalla vita avventurosa, dolorosa e straordinariamente moderna che c’era dietro quel libro. Frankenstein è un capolavoro, naturalmente, ma rischia di diventare una gabbia interpretativa: sembra raccontare tutto di Mary e invece racconta soltanto una parte della sua storia. A me interessava proprio quella donna che viene prima e dopo Frankenstein: la figlia di due intellettuali radicali, la compagna di Percy Bysshe Shelley, la madre, la viaggiatrice, la scrittrice, la vedova, la donna che attraversa lutti terribili e continua a scrivere.
Quindi il suo romanzo non nasce dal desiderio di «scoprire» Mary Shelley, ma di raccontarla nella sua interezza.
Esattamente. Più studiavo la sua vita, più mi sembrava che ci fosse un romanzo dentro il romanzo. Mary attraversa l’Europa, vive amori scandalosi per l’epoca, conosce Byron, perde alcuni dei suoi figli, affronta la morte di Percy e poi deve costruirsi una nuova esistenza. E tutto questo accade quando è ancora giovanissima. Mi interessava restituire la complessità di una persona che spesso viene compressa nell’immagine della ragazza diciottenne che, durante l’estate del 1816 sul lago di Ginevra, dà vita al Frankenstein.
Ha scelto di farla parlare in prima persona.
Sì. Ho immaginato Mary intorno ai cinquant’anni, mentre ripercorre la propria vita e scrive, idealmente, una lettera ai posteri. La prima persona mi consentiva di darle una voce. Mary è stata figlia, compagna, madre e vedova, ma è stata anche una scrittrice con una propria visione del mondo. Volevo che fosse lei a raccontare questa complessità.
Frankenstein resta comunque una presenza fondamentale.
Certamente. Ma nel mio libro mi interessava soprattutto capire che cosa c'è dietro l'idea della Creatura. Mary scrive Frankenstein nel 1816, in un momento nel quale si discute moltissimo di scienza, elettricità, anatomia e della possibilità di animare la materia. Non è una fantasia nata dal nulla. È immersa in un ambiente culturale nel quale scienza e immaginazione si stanno incontrando in modo nuovo e talvolta inquietante.
E qui il romanzo sembra parlare anche al nostro presente.
Soprattutto per una domanda: che responsabilità abbiamo nei confronti di ciò che creiamo? È una domanda che attraversa Frankenstein e che oggi, con l'intelligenza artificiale, possiamo sentire con particolare forza. Naturalmente non penso che Mary Shelley abbia «previsto» l'intelligenza artificiale. Sarebbe una semplificazione. Ma ha posto una questione che continua a essere attuale: creare non significa soltanto dare vita a qualcosa; significa anche assumersi una responsabilità verso quella creazione e verso le conseguenze che può avere.
E poi c'è l'Italia, che nel suo romanzo occupa molto spazio.
L'Italia è una parte fondamentale della vita di Mary. Sono cinque anni intensissimi, tra Liguria, Pisa, San Giuliano, Napoli, Roma e Firenze. Qui vive alcuni dei momenti più felici e più tragici della sua esistenza. La Liguria, in particolare, è legata al soggiorno a Lerici. Poi, dopo la scomparsa del marito, ha vissuto un intero inverno a Genova con Lord Byron: aveva solo 25 anni. Fu per lei un momento dolorosissimo in cui dovette decidere cosa fare del suo futuro e come crescere l’unico figlio rimasto in vita.
L'Italia non è soltanto uno sfondo: entra profondamente nella scrittura di Mary.
Lei ha avuto modo di attraversare alcuni dei luoghi legati agli Shelley. Quanto conta il rapporto con i luoghi nella sua scrittura?
Per me conta moltissimo. Nel 2017 ho avuto la possibilità di dormire a Casa Magni, dove Mary ha vissuto, a San Terenzo di Lerici e dove ha aspettato invano che Percy B. Shelley, suo marito, ritornasse con la sua imbarcazione che invece era naufragata in mare. E quell'esperienza è rimasta dentro il libro. Quando conosci fisicamente un luogo, quando guardi lo stesso mare che guardavano loro, la storia smette di essere qualcosa di lontano. Non significa naturalmente che un luogo possa restituire il passato, ma può aiutarti a immaginarlo con maggiore precisione e profondità. È una delle ragioni per cui mi piace seguire le tracce degli scrittori nei luoghi che hanno abitato.
Dopo aver passato così tanto tempo con lei, che cosa pensa sia rimasto più sorprendente di Mary Shelley?
La sua capacità di continuare. Ha attraversato lutti che oggi facciamo fatica persino a immaginare, eppure ha continuato a scrivere, a lavorare, a viaggiare, a costruire la propria vita. E c'è poi la sua curiosità, che considero una delle sue caratteristiche più moderne. Mary non smette mai di interrogarsi sul mondo. Forse è questa la ragione per cui continua a parlarci: non perché abbia previsto il futuro, ma perché ha avuto il coraggio di porre domande che il futuro non ha ancora smesso di farci.





