Ci sono imprese che nascono da una sfida sportiva e altre che, invece, partono da una storia personale. Quella di Domenico Bonfrate, oggi residente a Mentone e atleta per il Principato di Monaco, appartiene decisamente alla seconda categoria. La sua scalata all'Everest è cominciata infatti da un amore, da una separazione e dalla volontà di dimostrare a Martina Coco, studentessa siciliana a Montpellier, quanto fosse disposto a fare per lei.
«Mi ero separato dalla mia ragazza siciliana, studentessa a Montpellier, Martina Coco, per mostrarle il mio amore e non sapevo più cosa fare», racconta Bonfrate. È stato allora che, quasi per caso, ha letto su Internet della possibilità, in quel periodo eccezionalmente concessa, di ottenere i permessi per affrontare l'Everest dal versante tibetano, entrando dalla Cina.
Una possibilità che aveva anche un altro elemento decisivo: il costo era molto più contenuto rispetto alla tradizionale via nepalese. Bonfrate non ci ha pensato due volte. Ha preparato i documenti, ottenuto i permessi ed è partito verso Lhasa, la capitale del Tibet, già a circa 4.000 metri di quota.
«Tutto ciò per mostrarle anche la differenza che avevo rispetto agli altri e che si può andare fino in capo al mondo per una donna, se la ami davvero», spiega oggi con il sorriso. Una motivazione romantica, dunque, ma che lo avrebbe portato dentro una delle esperienze più dure della sua vita.
Bonfrate, infatti, non era un alpinista. La preparazione sarebbe stata quindi parte integrante della stessa avventura. A Lhasa si è fermato per circa un mese e mezzo per consentire al fisico di acclimatarsi all'altitudine. Poi ha raggiunto il monastero di Rongbuk, considerato il più alto del mondo, ai piedi dell'Everest, oltre i 5.000 metri.
È lì che è iniziata una seconda fase di preparazione, tra acclimatamento e allenamenti di arrampicata. «Lì mi sono allenato a fare arrampicate, perché non sono alpinista, e ho continuato ad acclimatarmi per un altro mese», racconta.
Il gruppo iniziale era composto da 23 persone, ma le difficoltà dell'impresa hanno progressivamente ridotto il numero dei partecipanti. Ritiri, problemi fisici e anche difficoltà psicologiche legate alla permanenza in un ambiente completamente fuori dall'ordinario portarono il gruppo a 16 persone.
Poi è arrivato il primo tentativo di salita verso la vetta, ma il maltempo ha imposto lo stop. Alcuni partecipanti hanno scelto di non riprovare. Gli altri hanno atteso una nuova finestra favorevole per una decina di giorni, prima di ripartire.
Questa volta il gruppo era ridotto a 12 persone. Dopo sei giorni di salita, in nove sono riusciti a raggiungere la vetta dell'Everest. Tra loro c'era anche Domenico Bonfrate, unico italiano del gruppo.
Un risultato costruito soprattutto sulla capacità di gestire il proprio corpo. Bonfrate è infatti un atleta di mezzofondo per il Principato di Monaco e proprio la preparazione atletica gli ha permesso di affrontare una delle principali difficoltà dell'alta quota: dosare le energie e l'ossigeno.
«Essendo un atleta di mezzofondo per il Principato di Monaco, il mio cuore era abbastanza allenato. Dovevo dosare le forze, l'ossigeno ed adattarmi», spiega. E dall'esperienza ha tratto anche una convinzione: «Ho constatato che non bisogna avere per forza delle braccia muscolose».
La storia, però, non si è conclusa con la discesa dall'Everest. Una volta sceso in Nepal, Bonfrate ha deciso di dedicarsi anche al volontariato con i bambini. Il 9 settembre 2025 si è trovato però coinvolto in una situazione completamente diversa: il Paese è stato attraversato da una gravissima crisi politica e da violenze che hanno provocato numerose vittime. Dopo settimane difficili, è stato necessario l'intervento delle autorità europee per consentirgli il rientro.
Una vita, quella di Bonfrate, nella quale sport, viaggi, sfide personali e impegno si sono spesso intrecciati. E oggi, dalla sua casa di Mentone, quella scalata resta inevitabilmente uno degli episodi più singolari del suo percorso: partita da una storia d'amore e trasformata in un'impresa sul punto più alto della Terra.
Lo stesso Bonfrate ha raccontato anche il suo avvicinamento alla politica, legandolo al tema del coraggio. «“Il coraggio vince” titola un libro scritto dal Generale R. Vannacci. Ebbene, ammiro la sua storia, approvo le sue idee, mi piace la sua determinazione e perciò appena fondò il suo partito non esitai a diventare un socio sostenitore, il sesto in Francia nel febbraio 2026».
Dall'amore che lo aveva spinto verso il Tibet alla vetta dell'Everest, passando per il volontariato in Nepal e la vita sulla Costa Azzurra, quella di Domenico Bonfrate è una storia nella quale il filo conduttore sembra essere sempre lo stesso: la volontà di trasformare una convinzione personale in una sfida concreta. E, almeno una volta, quella sfida lo ha portato a 8.849 metri, sul tetto del mondo.





















