Non soltanto le canzoni di Lucio Dalla, ma la possibilità, per una sera, di sedersi accanto a lui. Di ascoltarne le storie senza la distanza imposta dal mito, seguirlo nelle sue contraddizioni e guardare il mondo attraverso quegli occhi capaci di trovare poesia dove gli altri vedevano soltanto marginalità. Negli ultimi, nei delinquenti, nelle prostitute. Persino nei cani e nei gatti, ai quali bastava una canzone per cominciare a parlare tra loro. “Tra il mare e le stelle” ha riempito ieri sera ogni posto dell’Auditorium Franco Alfano di Sanremo, confermando già prima dell’inizio quanto il pubblico avesse ancora voglia di Lucio Dalla. Non soltanto di riconoscere le melodie entrate nella memoria collettiva, ma di avvicinarsi all’uomo che le aveva scritte e al mistero irrisolto che continua ad accompagnarlo.
È stato un dialogo intimo, quasi privato. Uno spettacolo costruito con pochi elementi e proprio per questo capace di arrivare in profondità: una sedia, un tavolo, la luce raccolta di un lumino e una voce pronta ad aprire le porte delle canzoni. Non una scenografia chiamata a riprodurre un’epoca o a ricostruire artificialmente una presenza, ma uno spazio essenziale nel quale parole, musica e silenzi potessero respirare. In quel piccolo perimetro ha preso forma un universo intero.
Il pubblico torna ad ascoltare. In un’epoca nella quale si parla molto e si ascolta sempre meno, il pubblico dell’Alfano ha compiuto forse il gesto più importante: si è fermato. Ha prestato attenzione, cercato di comprendere, scrutato ogni parola e seguito il racconto senza pretendere che tutto diventasse immediatamente canto collettivo. Prima di lasciarsi andare, ha ascoltato. Davide Mancini ha avuto il compito delicato di accompagnare la platea nella vita di Lucio. Non ha provato a imitarlo né a impadronirsi del personaggio. Ha scelto una presenza misurata, sensibile, rispettosa, mettendo la parola al servizio del racconto e collegando tra loro canzoni, pensieri, incontri e frammenti di umanità. La sua voce ha aperto le porte dei brani e ne ha mostrato ciò che spesso rimane nascosto dietro la familiarità delle melodie. Perché le canzoni di Dalla si conoscono, si canticchiano e si riconoscono dopo poche note, ma non sempre si ascoltano davvero. Mancini le ha ricondotte alle persone che le abitano: uomini e donne imperfetti, anime sole, amori attesi o perduti, vite rimaste ai bordi eppure improvvisamente capaci di diventare il centro del mondo. Il testo, scritto dallo stesso Mancini insieme a Marco Alemanno, ha evitato la successione didascalica dei fatti e delle date. Non una biografia messa in scena, dunque, ma un viaggio emotivo costruito per associazioni, memorie e apparizioni. Una narrazione nella quale Dalla non veniva spiegato, perché forse spiegarlo fino in fondo sarebbe impossibile, ma avvicinato con discrezione.
Marco Alemanno riapre i mondi di Lucio. La regia di Marco Alemanno ha dato allo spettacolo una profondità che soltanto la conoscenza reale dell’uomo, prima ancora dell’artista, poteva offrire. Per nove anni vicino a Dalla, Alemanno aveva a lungo scelto di non partecipare ai numerosi progetti nati dopo la sua scomparsa. Con “Tra il mare e le stelle” ha invece deciso di riaprire quei mondi che, come aveva raccontato alla vigilia, aveva cercato per molto tempo di tenere chiusi. Lo ha fatto senza trasformare il ricordo in esposizione privata e senza usare l’intimità come espediente emotivo. La sua regia si è avvertita proprio nella misura: nella disposizione essenziale della scena, nella fiducia accordata alle parole, nella capacità di lasciare spazio alla musica e nel modo in cui ogni elemento si avvicinava a Lucio senza pretendere di sostituirlo. Ne è nato davvero uno “spettacolo alla Lucio”: imprevedibile, tenero, ironico, a tratti spiazzante. Capace di passare dal dolore al sorriso, dall’osservazione sociale alla fantasia, dal fondo del mare a un cielo pieno di stelle. E di far convivere nello stesso racconto l’uomo celebre e quello segreto, il poeta e il provocatore, Bologna e il Mediterraneo. Dalla è apparso così per ciò che è stato nell’immaginario italiano: non una figura distante, chiusa dentro la storia della musica, ma qualcuno che sembrava appartenere a ogni famiglia. Una presenza riconoscibile e al tempo stesso impossibile da afferrare completamente.
Le voci di Martinelli e Voltarelli. Gabriella Martinelli e Peppe Voltarelli hanno affrontato il repertorio senza cadere nella tentazione più pericolosa: inseguire una voce inimitabile. Hanno scelto, invece, di portare dentro le canzoni la propria personalità, consegnando al pubblico due letture differenti e complementari. Martinelli ha messo a disposizione dello spettacolo una vocalità capace di attraversare delicatezza e potenza, lasciandosi sostenere dall’Orchestra senza esserne sovrastata. La sua interpretazione ha saputo accarezzare i passaggi più fragili e poi aprirsi, diventando essa stessa uno degli strumenti della costruzione sinfonica. Voltarelli ha portato sul palco il calore del Sud, una voce vissuta e una sensibilità naturalmente vicina a quella dimensione popolare che Dalla sapeva trasformare in poesia. Nelle sue interpretazioni sono emerse la concretezza delle storie, l’ironia e quella malinconia mai completamente separata dalla speranza. Le due voci non hanno cercato di ricreare l’originale. Lo hanno rispettato nel modo più autentico: accettando che quelle canzoni potessero attraversarle e assumere nuovi colori. È proprio nell’assenza dell’imitazione che Lucio è sembrato, paradossalmente, più vicino. “Caruso”, “Com’è profondo il mare”, “Anna e Marco”, “Futura”, “La casa in riva al mare”, “Cara”, “L’anno che verrà”, “Le rondini”, “La sera dei miracoli”, “Henna” e “Tu non mi basti mai” non sono diventate semplici tappe di una scaletta. Ciascuna ha raccolto un frammento del racconto, proseguendo con la musica ciò che le parole avevano appena cominciato a svelare.
Persi nelle armonie della Sinfonica. Dentro questo viaggio, l’Orchestra Sinfonica di Sanremo non ha rappresentato un accompagnamento, ma una voce narrativa. Gli arrangiamenti originali del maestro Walter Sivilotti hanno aperto nuovi spazi all’interno di brani che sembravano non avere più nulla da rivelare, valorizzandone la ricchezza melodica senza sottrarre loro l’immediatezza. De Lorenzo non si è limitato a governare la complessità musicale della serata. Ha custodito il respiro dello spettacolo, rispettandone i silenzi e conducendo l’Orchestra dentro un repertorio popolare senza renderlo artificiosamente solenne. Il risultato è stato un incontro naturale, nel quale la dimensione sinfonica non ha rivestito le canzoni dall’esterno, ma ne ha portato alla luce sfumature già presenti. È una qualità che l’Orchestra Sinfonica di Sanremo ha mostrato più volte nel corso di questa Sanremo Summer Symphony. Mai come quest’anno la formazione ha saputo regalare alla città serate di livello altissimo, misurandosi con repertori e linguaggi differenti senza rinunciare alla propria identità. Dopo l’intensità dell’omaggio a Ivan Graziani, anche il viaggio nell’universo di Dalla ha confermato la capacità della Fondazione di costruire produzioni autentiche, nelle quali l’Orchestra diventa parte indispensabile del racconto. Il merito appartiene a tutti i professori d’orchestra, protagonisti di una prova raffinata e generosa, ma anche alla visione complessiva di una rassegna che ha scelto di non limitarsi a ospitare concerti: ha creato incontri.
Prima il silenzio, poi la festa. Per gran parte della serata il pubblico è rimasto dentro il racconto. Ha ascoltato, seguito i personaggi, riconosciuto le proprie fragilità in quelle raccontate da Dalla. Si è smarrito nella profondità del mare, ha osservato le vite passare dietro le sbarre di una casa affacciata sulla libertà e ha guardato Anna e Marco cercarsi in una notte che sembrava non dover finire. Soltanto alla fine è arrivata la liberazione. Sulle note di “4/3/1943”, la canzone che contribuì a cambiare la vita artistica di Dalla proprio a Sanremo, la platea ha abbandonato il raccoglimento e ha cominciato a cantare. Poi “Disperato erotico stomp” ha trasformato l’Alfano: il pubblico si è alzato, ha ballato e ha restituito al palco tutta l’emozione trattenuta durante il viaggio. Non è stata una rottura rispetto a ciò che era avvenuto prima, ma il suo compimento. Dopo avere ascoltato Lucio, l’Auditorium ha potuto finalmente cantarlo. Dopo averne attraversato la solitudine, l’ironia, gli ultimi e gli emarginati, ha ritrovato quella gioia irregolare e incontenibile che faceva parte della sua natura. Il sold out ha così assunto un significato più profondo del semplice dato numerico. L’Alfano era pieno perché Sanremo aveva ancora voglia delle canzoni di Dalla, certamente, ma soprattutto perché aveva ancora bisogno dei suoi racconti. Di quella capacità di osservare gli esseri umani senza giudicarli, riconoscendo dignità anche nelle loro cadute. Di immaginare che un carcerato potesse continuare a guardare il mare, che due solitudini potessero incontrarsi, che il futuro potesse essere scritto persino mentre tutto sembrava perduto.
Non un tributo, ma un incontro. “Tra il mare e le stelle” ha mantenuto la promessa con la quale era stato presentato: non celebrare un’icona immobile, ma cercare l’uomo dietro il mito. E ci è riuscito grazie all’equilibrio tra tutti i suoi protagonisti. Grazie alla regia partecipe e rispettosa di Marco Alemanno; alla narrazione intensa di Davide Mancini e al lavoro compiuto insieme sui testi; alle interpretazioni personali di Gabriella Martinelli e Peppe Voltarelli; agli arrangiamenti di Walter Sivilotti; alla direzione attenta di Giancarlo De Lorenzo e alla qualità dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo. Ognuno ha aggiunto qualcosa senza occupare lo spazio destinato a Lucio. Ed è forse questo il risultato più difficile da raggiungere: renderlo presente senza fingere che fosse ancora lì, raccontarlo senza rinchiuderlo dentro una definizione, far ascoltare nuovamente le sue canzoni senza trasformarle in reliquie. Alla fine sono rimasti il mare, le stelle e un Auditorium ancora in piedi. Ma soprattutto è rimasto il silenzio che aveva preceduto il canto: quello di centinaia di persone nuovamente disposte ad ascoltare. Perché Lucio Dalla lo si può cantare tutti insieme. Prima, però, bisogna avere il coraggio di entrare nelle sue storie.
(Foto di Erika Bonazinga)

















































