E alla fine festa è stata. Una festa senza candeline da spegnere, ma con ottant’anni da attraversare attraverso la musica. Con un padre raccontato dai figli, le chitarre alzate verso il cielo dell’Alfano e un pubblico che ha riempito l’Auditorium, cantando fino all’ultima nota come se quelle canzoni non avessero mai avuto un’età. Filippo Graziani e l’Orchestra Sinfonica di Sanremo hanno festeggiato nel migliore dei modi gli ottant’anni che Ivan avrebbe compiuto, regalando alla città una serata potente e delicata, divisa idealmente in due parti e tenuta insieme da un unico sentimento. Prima il rock, diretto, ruvido e libero. Poi l’abbraccio con l’Orchestra, capace di aprire nuovi spazi all’interno di brani già impressi nella memoria collettiva.
“Ottanta. Buon Compleanno Ivan” non è stato soltanto un tributo. I tributi, talvolta, rischiano di guardare al passato con una distanza rispettosa ma immobile. Quello andato in scena a Sanremo è stato invece un concerto vivo, attraversato dalla personalità di Filippo e dal desiderio di restituire le canzoni del padre senza copiarle, senza imitarne la voce e senza trasformarle in qualcosa che non sono. Ivan era ovunque, ma non come un’ombra alla quale inchinarsi. Era nelle storie, negli assoli, nei personaggi tornati ad affacciarsi dalle canzoni e in quel modo unico di portare il rock dentro la canzone d’autore italiana.

Il rock muove anche l’aria immobile dell’Alfano. La prima parte è appartenuta a Filippo Graziani e alla sua band, nella quale suona anche Tommaso, l’altro figlio di Ivan. Due fratelli sullo stesso palco per celebrare il padre, ciascuno attraverso il proprio strumento e senza bisogno di sottolineare continuamente il significato di quella presenza. È stata la musica a farlo. La partenza ha mostrato subito la natura più elettrica dello spettacolo. Chitarre in primo piano, assoli, virtuosismi e una sezione ritmica capace di restituire la forza di un repertorio che non ha mai accettato di essere confinato dentro l’etichetta tradizionale del cantautorato. Persino l’aria immobile dell’Auditorium, in una serata senza vento, sembrava muoversi sotto la pressione del suono. Poi, al termine di ogni brano, arrivavano gli applausi, lunghi e scroscianti, a riempire lo spazio lasciato per pochi secondi vuoto dalle chitarre.
“Il chitarrista”, “Pigro”, “Monna Lisa” e “Sabbia del deserto” hanno scandito una prima parte costruita sul rock allo stato puro. Canzoni nelle quali la scrittura di Ivan continua a convivere con una sorprendente energia musicale, come se il tempo avesse modificato il contesto senza riuscire a intaccarne l’urgenza. Filippo non ha cercato suo padre dentro una somiglianza forzata. Lo ha raccontato attraverso il proprio modo di stare sul palco, di usare la voce e di impugnare quelle chitarre che, in alcuni casi, erano appartenute proprio a Ivan. Non una restituzione filologica, dunque, ma uno sguardo personale: quello di un figlio diventato musicista, cresciuto dentro quelle canzoni e oggi capace di indossarle senza esserne schiacciato. La sua è stata una prestazione intensa, fisica, a tratti viscerale. Ha guidato la band, cercato il pubblico e lasciato spazio ai musicisti, costruendo un concerto che nella prima parte poteva vivere perfettamente della propria energia. Ma la serata non aveva ancora mostrato la sua seconda anima.

Il bacio tra la band e l’Orchestra. L’ingresso dell’Orchestra Sinfonica di Sanremo ha cambiato il respiro del concerto, senza spezzarlo. Il rock non è scomparso: ha semplicemente incontrato un’altra lingua. È stato un vero e proprio bacio tra la band e l’Orchestra. Forse quello che Ivan, ripensandoci, non diede mai ad Agnese. Oppure un sentimento condiviso come quello raccontato con il caro Barbarossa, studente in filosofia e compagno di una malinconica avventura dentro “Firenze (canzone triste)”. Nella seconda parte sono emerse le pagine più lente e intime del repertorio. Le chitarre hanno continuato a indicare la strada, ma alle loro spalle gli archi, i fiati e l’intera struttura orchestrale hanno allargato l’orizzonte emotivo delle canzoni.
Il rischio, in operazioni simili, è sempre quello di aggiungere troppo: sovraccaricare brani che possiedono già una forza autonoma, rendere solenne ciò che nasce fragile oppure confondere l’intensità con il volume. All’Alfano è accaduto il contrario. L’Orchestra non ha coperto la scrittura di Ivan Graziani, ma l’ha accompagnata, illuminando dettagli che il pubblico conosceva e facendoli apparire, per qualche istante, nuovi. È questa una delle qualità più importanti della Sinfonica di Sanremo: riuscire a entrare nei repertori degli artisti senza perdere la propria identità e senza sottrarre loro spazio. L’incontro non è diventato una sovrapposizione, ma una fusione. La band ha conservato il proprio carattere, mentre l’Orchestra, diretta dal maestro Marco Bellasi, ha dato profondità e ampiezza alle canzoni. “Agnese” ha ritrovato tutta la propria dolcezza irrisolta. “Firenze (canzone triste)”, con cui Filippo ha chiuso la serata, ha riportato all’Alfano il suo amore diviso, il Barbarossa studente in filosofia e quella malinconia che sembra appartenere a una città precisa e, contemporaneamente, a chiunque abbia perduto qualcuno senza riuscire davvero a lasciarlo andare. Il pubblico ha iniziato a cantare, prima quasi sottovoce e poi con sempre maggiore convinzione. Non era più soltanto davanti allo spettacolo: ne era diventato parte.
Un padre raccontato dallo sguardo del figlio. Il concerto ha ripercorso i grandi capolavori di Ivan, ma ha lasciato spazio anche ai brani meno conosciuti e al punto di vista personale di Filippo. Non un catalogo ordinato dei successi, ma il ritratto di un artista ricostruito attraverso la memoria familiare. Da oltre dieci anni Filippo porta in giro per l’Italia la musica del padre. Questa volta, però, il progetto aveva un significato ulteriore: festeggiare una cifra tonda, gli ottant’anni dalla nascita, e farlo riportando Ivan in una città centrale nella sua storia. Nel luglio del 1974 fu proprio Ivan Graziani il primo artista a salire sul palco del Teatro Ariston per la prima edizione del Premio Tenco. Cinquantadue anni più tardi, Sanremo lo ha ritrovato attraverso i figli e attraverso un progetto diventato anche un album dal vivo, vincitore della Targa Tenco 2026 come Miglior album a progetto. Il ritorno non poteva quindi essere uguale a quello in qualsiasi altra città. C’era un filo che univa l’Ariston di allora all’Alfano di oggi, l’artista ventottenne ancora all’inizio del proprio cammino al repertorio ormai entrato nella storia della musica italiana. Ma soprattutto c’era un figlio che non ha trasformato il palco in un luogo privato. Filippo ha portato con sé i propri ricordi, senza chiedere al pubblico di osservarli da lontano. Li ha messi dentro le canzoni e li ha condivisi con chi quelle storie le conosceva da una vita e con chi, invece, le aveva scoperte molti anni dopo.
L’Alfano canta fino all’ultimo. Il segnale più evidente della riuscita della serata è arrivato dalla platea. L’Auditorium Franco Alfano si è riempito e ha risposto dall’inizio alla fine, attraversando con la stessa partecipazione la parte più rock e quella sinfonica. C’era chi conosceva ogni parola, chi aspettava un titolo preciso e chi si è lasciato sorprendere dai brani meno immediati. Età e generazioni differenti si sono ritrovate nello stesso repertorio, dimostrando ancora una volta quanto la musica di Ivan Graziani sia riuscita a sopravvivere al proprio tempo. Le sue canzoni continuano a funzionare perché non spiegano come vivere e non consegnano una morale già pronta. Raccontano persone, errori, amori, partenze e sconfitte. Mostrano una storia e lasciano a chi ascolta il compito di riconoscersi oppure di prendere le distanze. All’Alfano, però, le distanze si sono progressivamente accorciate. Tra il palco e la platea si è creato un dialogo fatto di applausi, ritornelli cantati e silenzi rispettosi. Fino alla conclusione, quando tutto il pubblico si è alzato in piedi. Una standing ovation lunga e inevitabile, non soltanto per celebrare Ivan, ma per riconoscere il valore di quanto era appena accaduto sul palco.
Una delle serate più belle degli ultimi anni. Non è azzardato inserire “Ottanta. Buon Compleanno Ivan” tra i concerti più belli ospitati a Sanremo negli ultimi anni. Non soltanto per la qualità dei brani, già consegnati alla storia, ma per il modo in cui sono stati portati nuovamente nel presente. Il merito appartiene a Filippo Graziani, protagonista di una prova capace di alternare energia e fragilità. Appartiene a Tommaso e all’intera band, che hanno restituito la matrice rock del repertorio. Appartiene al maestro Marco Bellasi e all’Orchestra Sinfonica di Sanremo, capace di avvicinarsi a capolavori apparentemente intoccabili e, se possibile, aggiungere loro nuovi colori. E appartiene anche al direttore artistico Giancarlo De Lorenzo, per aver inserito nella Sanremo Summer Symphony una produzione perfettamente coerente con la direzione intrapresa dalla rassegna: costruire incontri veri tra artisti e Orchestra, nei quali la componente sinfonica non rappresenti un semplice abbellimento, ma diventi parte fondamentale del racconto.
Questa volta l’incontro è stato completo. Il rock e la sinfonica non si sono contesi lo spazio, ma se lo sono consegnato a vicenda. Il padre e i figli non sono rimasti separati dal tempo. Il pubblico non si è limitato ad assistere, ma ha cantato. E alla fine festa è stata davvero. Per gli ottant’anni di Ivan, per le sue canzoni e per un Alfano che, ancora una volta, ha dimostrato di saper diventare qualcosa di più di un auditorium: un luogo nel quale la memoria non resta ferma, ma torna a suonare.
(Foto di Erika Bonazinga)
































