Nuovo capitolo oggi, davanti al Tribunale di Imperia, nel processo che vede imputata Enrica Massone, la donna accusata di aver lavorato come medico al Punto di Primo Intervento dell'ospedale di Bordighera pur non essendo abilitata all'esercizio della professione. Dopo la richiesta di condanna formulata dalla Procura nelle scorse settimane, la difesa ha illustrato la propria ricostruzione dei fatti, chiedendo l'assoluzione dell'imputata.
Il pubblico ministero aveva già concluso la requisitoria chiedendo una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione per i reati contestati di falsificazione di documenti, esercizio abusivo della professione medica e truffa.
Nell'udienza odierna è invece intervenuto l'avvocato Giovanni Cicerano, che ha cercato di smontare l'impianto accusatorio sostenendo come il comportamento della propria assistita fosse incompatibile con quello di chi organizza una frode studiata nei dettagli.
Secondo il difensore, la documentazione utilizzata dalla donna per ottenere gli incarichi professionali sarebbe stata caratterizzata da evidenti elementi di improvvisazione. “Se davvero avesse voluto mettere in piedi una truffa ben organizzata per ottenere quei compensi – ha sostenuto il legale – avrebbe predisposto un piano strutturato e credibile. Invece emerge un quadro fatto di disordine, superficialità e assenza di qualsiasi strategia. Non c'è stata alcuna messinscena costruita.”
Uno dei punti centrali dell'arringa ha riguardato l'accusa di esercizio abusivo della professione medica. Per la difesa, infatti, Enrica Massone non avrebbe mai operato in piena autonomia all'interno del reparto.
Secondo quanto evidenziato dall'avvocato, diversi testimoni avrebbero descritto una persona incapace perfino di utilizzare il sistema informatico dell'ospedale e che, durante i giri visita, si limitava ad osservare i colleghi senza assumere decisioni cliniche.
La donna, sempre secondo la ricostruzione difensiva, non avrebbe avuto pazienti affidati direttamente né avrebbe svolto attività mediche autonome, limitandosi a riportare nei referti le valutazioni già formulate dal personale infermieristico durante il triage.
L'altro elemento sul quale la difesa ha insistito riguarda il sistema dei controlli. Secondo Cicerano, infatti, la vicenda sarebbe stata resa possibile soprattutto da una serie di verifiche mai effettuate da parte dei soggetti incaricati di selezionare e assumere il personale. “I soggetti che oggi chiedono il risarcimento – ha osservato – sono gli stessi che avrebbero dovuto verificare la documentazione prodotta. Alcuni documenti non sarebbero stati nemmeno controllati. La facilità con cui tutto questo è avvenuto non dimostra l'abilità della mia assistita, ma piuttosto l'assenza di controlli.”
Nella parte conclusiva della discussione il legale è tornato anche sul tema delle condizioni psichiche dell'imputata, già affrontato nel corso del processo attraverso una perizia disposta dal Tribunale.
Pur prendendo atto delle conclusioni dei consulenti nominati dal giudice, la difesa ritiene che non siano stati approfonditi alcuni aspetti neurologici che potrebbero aver inciso sulla capacità della donna di controllare il proprio comportamento.
Per questo motivo è stata chiesta in via principale l'assoluzione per totale incapacità di intendere e di volere; in subordine l'assoluzione per insufficienza di prova sull'imputabilità e, come ulteriore richiesta, il riconoscimento del vizio parziale di mente.
Dopo la discussione delle parti, il procedimento è entrato nella fase decisiva. Nelle prossime ore è attesa la decisione del Tribunale, chiamato a pronunciarsi su uno dei casi giudiziari che più hanno fatto discutere il Ponente ligure negli ultimi anni.





