«Ogni anno, quando si avvicina il periodo dei Pride, mi ritrovo a interrogarmi. Mi guardo intorno, vedo che siamo nel pieno degli anni 2020, e come persona che crede nel progresso mi chiedo: "Ma ha ancora senso? In fondo sembra che i diritti ci siano, che la società sia evoluta, che la libertà di essere gay, trans o non-binary sia ormai garantita. Non rischiamo che sia solo un rito di cui non c’è più bisogno?".
È un dubbio che mi porto dentro finché non commetto l'errore fatale: leggere i commenti sotto i post che parlano del Pride, magari quello di Sanremo. In quel momento, la realtà mi arriva addosso con una violenza inaspettata e capisco che no, non è affatto finita.
La prima cosa che salta all'occhio è il livello del dibattito. Al netto degli imbecilli che combattono una guerra persa con l'ortografia — per i quali distinguere una "a" preposizione da una "ha" verbo sembra un'impresa titanica — quello che spaventa è l'odio mascherato da "buon senso".
Il ritornello è sempre quello:
- "Ma perché dovete esibire il vostro orientamento?"
- "Statevene a casa vostra, nessuno vi chiede cosa fate a letto!"
- "Non c'è bisogno di metterlo in piazza, la decenza prima di tutto".
Ed è qui che capisco il vero problema: il concetto di "decenza" dei benpensanti è solo un modo per dire "sparisci".
Spesso si pensa che chi non appartiene a una minoranza abbia la strada spianata, ma non è così. Anche io, come donna, so che la libertà di baciare chi voglio o di essere chi voglio in uno spazio pubblico non è mai stata un regalo incondizionato. C’è sempre lo sguardo di qualcuno pronto a giudicare, a dirti che "certe cose si fanno in privato", a misurare quanto spazio puoi occupare nel mondo.
Il messaggio "fatelo a casa vostra" non è rivolto solo a una categoria: è un attacco alla libertà di ogni persona. È l'idea che l'unico modo per essere accettati sia nascondersi, non disturbare la vista di chi ha deciso cosa è "normale" e cosa è "scandalo". Finché qualcuno proverà "voltastomaco" nel vedere l'amore o l'identità altrui manifestarsi alla luce del sole, significa che siamo ancora molto lontani dalla vera libertà.
Non scendo in piazza per difendere una "categoria", ci vado come persona che rivendica il diritto di ogni essere umano di non dover chiedere il permesso per esistere. Quei commenti sgrammaticati e carichi di pregiudizio sono la prova che la nostra società è ancora ferma al medioevo del pensiero: accettano l'altro solo se è invisibile.
Finché la libertà sarà considerata una concessione da vivere chiusi tra quattro mura per non urtare i "benpensanti", il Pride avrà un senso profondo.
Quindi, a chi mi chiede perché sento il bisogno di essere lì, rispondo che lo faccio proprio a causa dei vostri commenti. Ci vado perché la vostra pretesa di ricacciarci tutti nell'ombra è il motivo esatto per cui bisogna stare in strada, a fare rumore.
Finché ci sarà qualcuno che vorrebbe decidere per gli altri come e chi amare, io sarò lì. Perché non importa chi ami o chi sei: importa la libertà di poterlo essere senza vergogna. Ci vediamo al prossimo Pride. Anche a Sanremo. Soprattutto lì.
Samanta Ammirati».





