Un semplice toponimo può raccontare secoli di storia. È quanto emerge dallo studio dedicato al territorio dell’alta Val Nervia dall’archeologo Andrea Eremita dell’associazione Archeonervia, che ha ricostruito il profilo storico di un antico latifondo romano partendo da un nome rimasto nel tempo: Oggia.
Secondo l’analisi, proprio questo toponimo rappresenterebbe la forma contratta di Oggianus, il nome gentilizio di un ricco proprietario terriero che in età romana possedeva un vasto fondo agricolo nell’area dell’odierna alta valle del Val Nervia, oggi sotto la giurisdizione dei comuni di Rocchetta Nervina, Pigna e in parte di Saorge.
“La toponomastica è spesso una spia preziosa degli eventi del passato – spiega Eremita – e in questo caso ci consente di ricostruire la presenza di un grande latifondo romano rimasto impresso nel nome del territorio fino ai giorni nostri”.
La pratica di attribuire ai terreni il nome del proprietario si diffuse soprattutto a partire dal II secolo a.C., quando numerosi appezzamenti dell’agro pubblico, spesso confiscati alle popolazioni italiche o abbandonati perché poco produttivi, venivano acquisiti da personaggi influenti.
In molti casi si trattava di territori che potevano diventare estremamente redditizi grazie alla presenza di ampie aree di pascolo e corsi d’acqua. Condizioni ideali per l’allevamento intensivo e itinerante di mandrie di capre, bovini, pecore e maiali, attività diffusa in diverse zone dell’impero romano.
Secondo la ricostruzione proposta dallo studioso, anche l’alta Val Nervia presentava caratteristiche particolarmente favorevoli: pascoli disponibili in tutte le stagioni e abbondanza di risorse idriche, elementi che rendevano l’area perfetta per lo sviluppo di grandi aziende agricole e pastorali gestite con il lavoro di schiavi provenienti dalle regioni conquistate da Roma.
A confermare l’importanza economica di queste attività è anche una testimonianza dell’antichità: lo storico e politico romano Marco Porcio Catone, vissuto tra il II e il I secolo a.C., scriveva infatti che i maggiori profitti derivavano proprio da un fundus ricco di pascoli.
Una traccia linguistica rimasta intatta nel tempo, dunque, che attraverso il nome Oggia continua a raccontare la storia di un grande possedimento romano e del suo antico proprietario.





