L’ipotesi di un collegamento alternativo su gomma tra Ventimiglia, il Principato di Monaco e la Costa Azzurra, avanzata da alcuni rappresentanti dei frontalieri dopo i continui disagi ferroviari, non convince l’associazione Ventimiglia Futura, che invita a partire dai dati reali e dalle criticità operative. Secondo l’associazione, nella fascia oraria 6:00–8:30 attraversano quotidianamente la frontiera circa 1.700 lavoratori, con oltre 1.400 veicoli tra autostrada e Ponte San Luigi. Tradotto in un servizio di autobus, significherebbe mettere in strada almeno 34 mezzi da 50 posti in due ore e mezza, con una frequenza di uno ogni 8–12 minuti. Una stima che potrebbe salire fino a 36–37 autobus considerando margini operativi e oscillazioni dei flussi.
Una mole di traffico che, secondo Ventimiglia Futura, solleva interrogativi concreti: dalla sostenibilità della viabilità urbana al rischio di congestione in ingresso a Monaco, fino alla necessità di corsie preferenziali e alle autorizzazioni da parte delle autorità francesi e monegasche. Anche l’impatto ambientale non sarebbe trascurabile: se da un lato i bus ridurrebbero le auto private, dall’altro un numero così elevato di mezzi concentrati in poche ore inciderebbe comunque su traffico ed emissioni.
Per l’associazione, la vera questione non è sostituire il sistema esistente, ma rafforzarlo. “La priorità dovrebbe essere una pianificazione condivisa e strutturale tra Italia, Francia e Principato di Monaco, che avrebbe dovuto essere attiva da tempo”, sottolinea Ventimiglia Futura. Due, secondo l’associazione, le soluzioni realmente percorribili: Potenziamento del servizio ferroviario, con accordi preventivi con SNCF per aumentare frequenze e capacità nelle fasce di punta; Agevolazioni autostradali tramite intese con la società concessionaria, con abbonamenti calmierati per i frontalieri durante i lavori alla frontiera di San Ludovico.
Misure che, se pianificate per tempo, avrebbero potuto ridurre in modo significativo i disagi quotidiani dei lavoratori transfrontalieri. “Serve una risposta strutturale, non emergenziale”, conclude l’associazione.





