C’è un filo rosso che unisce quasi tutti i trenta brani in gara alla 76ª edizione del Festival di Sanremo: si chiama “io e te”. Prima ancora di ascoltare le orchestrazioni, prima dei ritornelli che diventeranno tormentoni, gli estratti dei testi rivelano una sorprendente convergenza tematica. Tra le parole che ricorrono più spesso negli estratti diffusi spiccano “me”, “te” e “sempre”. E “amore”. Tantissimo amore.
Leggendo i testi pubblicati nei giorni scorsi, la prima impressione è chiara: il 2026 sarà un Festival fortemente sentimentale. Non necessariamente romantico in senso classico, ma profondamente relazionale. I Big parlano quasi tutti a qualcuno. Non cantano “di” qualcosa, cantano “a” qualcuno. La parola “sempre” compare in forme diverse e con insistenza: “Ti penso sempre”, “Ora e per sempre”, “Per sempre sì”, “Tu verrai sempre prima di me”, “Tu mi piaci tanto” ripetuto come un mantra. L’idea di durata, promessa, eternità è centrale. Ma è un “sempre” fragile, spesso attraversato dal dubbio. Non è un’eternità serena, è un’eternità da difendere.
Altro elemento ricorrente: la ripetizione ossessiva. Non solo nei concetti, ma nella struttura stessa dei testi. “Resta con me” viene ripetuto più volte, “Ai ai”, “Tu mi piaci”, “Il meglio di me”, “Di me, di noi”, “Stupida stupida stupida sfortuna”. La reiterazione sembra diventare cifra stilistica comune. È come se gli artisti avessero scelto di incidere le emozioni attraverso la ripetizione, trasformando il ritornello in dichiarazione insistita. C’è poi un’altra parola che ritorna con sorprendente frequenza: “cuore”. Spaccato, nascosto, da spogliare, a metà. Accanto al cuore, la “paura”, il “male”, la “solitudine”, il “silenzio”. Se l’amore domina, non è mai semplice. È conflitto, è nostalgia, è mancanza. Molti testi raccontano relazioni finite o sul punto di finire. Si parla di “non pensarci più”, di “non dormirò più tra le braccia tue”, di “dopo anni non la smetti di mancarmi”.
Colpisce anche l’uso insistito del presente. “Sei”, “resti”, “mi guardi”, “non vale”, “ti amo”, “mi manchi”. È un Festival che vive nell’adesso. Anche quando parla di passato o di futuro, lo fa sempre ancorandosi al momento presente. Non c’è grande narrazione sociale esplicita negli estratti diffusi: prevale l’interiorità. Eppure, qua e là, emergono immagini forti: la “metropoli solitaria”, il “labirinto”, gli “animali notturni”, la “giungla”, la “rapina per riprenderci la vita”. Metafore urbane, quasi cinematografiche, che suggeriscono una generazione sospesa tra romanticismo e disincanto. Interessante anche il tema dell’identità. “Le cose che non sai di me”, “Il meglio di me”, “Nasconde un po’ di me”, “Uomo che cade”. L’io è centrale, ma è un io fragile, che chiede di essere visto. “Finché tu non mi vedi”, canta uno dei Big. E forse è questa la vera chiave trasversale del Festival 2026: il bisogno di riconoscimento.
Prima ancora delle classifiche, delle standing ovation o delle polemiche, i testi raccontano un’edizione emotiva, personale, quasi confessionale. Un Festival meno corale e più intimo. Meno slogan collettivi e più dialoghi a due. Sarà poi il palco del Teatro Ariston a trasformare queste parole in musica condivisa. Ma già dagli estratti emerge un dato chiaro: nel 2026 Sanremo parlerà soprattutto d’amore. Di quello che resta, di quello che manca, di quello che fa male. E di quello che, nonostante tutto, continua a tornare. Sempre.





