Le parole del professor Rocco Sciarrone, tra i massimi studiosi italiani dei fenomeni mafiosi, si inseriscono perfettamente nel solco di un lavoro di ricerca che da decenni contribuisce a illuminare la presenza e il radicamento della criminalità organizzata nel Nord Italia, Ponente ligure compreso.
"Parlare di ’ndrangheta a Imperia e in Liguria occidentale – sottolineano da Libera – non significa lanciare accuse generiche, ma richiamare fatti documentati da indagini, processi e sentenze definitive".
Negli anni, la magistratura ha ricostruito con chiarezza la presenza di articolazioni della ’ndrangheta nel Ponente, con procedimenti che hanno portato a condanne per associazione mafiosa, sequestri e confische di beni, oltre agli scioglimenti dei consigli comunali di Ventimiglia e Bordighera per infiltrazioni mafiose. Le relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e della Direzione Nazionale Antimafia hanno più volte evidenziato come la Liguria – e in particolare la sua parte occidentale – rappresenti un’area di interesse strategico per le cosche calabresi, soprattutto nei settori dell’edilizia, del turismo, della logistica, del commercio e dei servizi.
In questo contesto, affermare che la ’ndrangheta abbia costruito nel tempo relazioni negli ambiti politici, economici e sociali non è una provocazione, ma una lettura consolidata negli studi sulle mafie del Nord: organizzazioni che agiscono in modo silente, adattivo, relazionale, e che prosperano proprio dove vengono sottovalutate o rimosse. Una visione confermata non solo dalla ricerca accademica, ma anche dalle testimonianze di magistrati e investigatori impegnati quotidianamente sul territorio.
Accanto al lavoro delle istituzioni, Libera ricorda il ruolo fondamentale delle realtà sociali e associative che da anni presidiano i territori, costruiscono consapevolezza e promuovono partecipazione. In Liguria come altrove, il contrasto alle mafie passa anche dall’impegno di associazioni, scuole, cooperative, giornalisti e cittadini che scelgono di non voltarsi dall’altra parte.
Particolare attenzione viene rivolta al mondo della scuola: parlare di mafie nei contesti educativi non significa screditare una comunità, ma riconoscerne la maturità democratica. Portare questi temi tra i giovani serve a fornire strumenti critici, distinguere tra responsabilità individuali e identità collettive, e rafforzare le energie sane che ogni territorio possiede. “Tacere o minimizzare – sottolineano – non protegge l’immagine di una comunità: la espone, semmai, a rischi maggiori”.
Il contrasto alle mafie, ricordano i referenti di Libera, non è mai il compito di un singolo attore. Richiede una collaborazione leale tra istituzioni, forze dell’ordine, magistratura, scuola, università, informazione e società civile. In questo senso, il contributo degli studiosi e il lavoro delle reti sociali impegnate sul territorio rafforzano le comunità, perché aiutano a leggere la complessità del presente e a costruire risposte collettive basate su conoscenza, responsabilità e partecipazione.
“Solo riconoscendo i problemi e affrontandoli insieme – concludono – è possibile difendere davvero i territori e il loro futuro”.





