"Esiste un limite oltre il quale la gestione di un’azienda pubblica smette di essere una questione di bilanci e diventa un caso di etica sociale. Quel limite, Riviera Trasporti, sembra averlo superato". Il sindacato USB si dice costernato nell’apprendere che l’azienda e i suoi amministratori arrivino a chiedere un risarcimento ai propri lavoratori, invece di intraprendere iniziative nei confronti di chi avrebbe prodotto il disastro finanziario in cui versa la società. "Siamo al paradosso: da un lato le cronache raccontano di un’inchiesta della Corte dei Conti, che indaga su una presunta gestione negligente dei fondi pubblici da parte di vari amministratori succedutisi negli anni, una gestione che avrebbe generato un buco milionario tra il 2012 e oggi; dall’altro, la stessa azienda trascina i propri dipendenti in tribunale, chiedendo la restituzione di decine di migliaia di euro a testa".
"Tutto ha inizio nel 2014 - va avanti l'Usb - quando la dirigenza di Riviera Trasporti decide unilateralmente di disdire la contrattazione aziendale, eliminando diritti e indennità conquistati in decenni di lavoro. La motivazione addotta è una crisi economica presentata come inevitabile. I lavoratori non accettano quella decisione e la impugnano, denunciando una clausola dal sapore di ricatto: chi non rinuncia alla causa viene escluso dai benefici del nuovo accordo. La Corte d’Appello dà ragione ai lavoratori, definendo quel comportamento “contrario alla buona fede”. L’azienda è costretta a pagare. Oggi, nel 2026, approfittando di un rinvio tecnico della Corte di Cassazione, Riviera Trasporti arriva a chiedere ai lavoratori – che ogni giorno garantiscono il servizio tra mille difficoltà – la restituzione di somme comprese tra i 30 e i 50 mila euro a testa. Importi percepiti sulla base di sentenze della magistratura che avevano già riconosciuto la discriminazione subita dal personale. Con quale coraggio si chiede il 'rientro' di cifre simili a chi vive di uno stipendio o di una pensione da tranviere? Soprattutto se sotto la lente degli inquirenti per una gestione dei finanziamenti che definire “allegra” sarebbe un eufemismo ci sono amministratori e dirigenti, non i lavoratori. È possibile che a pagare per la negligenza dei vertici debbano essere proprio loro? È questa la 'buona fede' che un’azienda di servizi dovrebbe avere verso i propri dipendenti e verso il territorio?"
"La responsabilità di questo dissesto - termina il coordinatore Usb Alessandro Capitini - va cercata là dove i soldi sono stati gestiti, non nelle tasche di chi ha semplicemente svolto il proprio dovere. La battaglia di giugno in Corte d’Appello non sarà soltanto una disputa su commi e articoli del codice civile. Sarà il momento in cui si deciderà se, in questa provincia, il lavoro ha ancora un valore o se è diventato il bancomat a cui attingere per coprire i fallimenti di una cattiva gestione".





