Nel procedimento sul tentato omicidio avvenuto a Ventimiglia l’8 gennaio scorso non si registrano, al momento, sviluppi sostanziali sul piano giudiziario. Il punto centrale dell’inchiesta resta uno solo: l’audizione della donna, persona offesa nel procedimento, dalla quale dipenderà la qualificazione definitiva del reato, tra tentato omicidio e tentato femminicidio. La donna è stata dimessa martedì dall’ospedale Santa Corona di Pietra Ligure e ha potuto riabbracciare i figli. Un passaggio che, sul piano umano, segna una fase delicata di rientro alla normalità, ma che sul piano investigativo apre una questione destinata a pesare sull’intero impianto dell’accusa.
Finora, infatti, la vittima non è stata ascoltata dagli inquirenti. Una circostanza che ha alimentato interrogativi, anche in ambito tecnico-giuridico, soprattutto considerando che il suo racconto è ritenuto decisivo per accertare se l’aggressione sia stata accompagnata da elementi di odio, discriminazione o volontà di controllo, richiesti dalla legge per configurare il reato di femminicidio. L’audizione non è avvenuta nelle fasi immediatamente successive ai fatti, quando la donna era ricoverata, ma potrebbe essere disposta nei prossimi giorni. Proprio questo intervallo temporale viene indicato da più osservatori come un passaggio importante: il racconto della persona offesa rappresenta infatti uno degli elementi fondamentali per ricostruire il contesto relazionale e motivazionale in cui è maturata la violenza.
Dal punto di vista procedurale, l’ascolto della vittima consentirà agli inquirenti di chiarire se, al momento dell’aggressione, siano emersi comportamenti, frasi o dinamiche riconducibili a un intento punitivo, di controllo o di sopraffazione legato al genere, oppure se il quadro resti confinato nell’ambito del tentato omicidio, così come attualmente qualificato. Sul piano giuridico, la distinzione tra tentato omicidio e tentato femminicidio ha conseguenze rilevanti anche sotto il profilo sanzionatorio. Nel primo caso, facendo riferimento alla disciplina generale del tentativo di omicidio, la pena – in astratto – può attestarsi attorno ai 14 anni di reclusione, tenuto conto della riduzione prevista per il delitto tentato rispetto all’omicidio consumato.
Diverso è lo scenario nel caso del tentato femminicidio, che in termini giuridici coincide con un tentato omicidio aggravato da motivazioni di genere: in presenza di tali aggravanti, la cornice edittale si innalza in modo significativo e, secondo l’impostazione accusatoria, può arrivare a superare i vent’anni di reclusione, attestandosi su una soglia indicata attorno ai 24 anni. Una differenza che rende centrale l’accertamento del movente e del contesto relazionale, elementi che solo l’ascolto della persona offesa potrà chiarire in modo compiuto.
Il tema del “quando” e del “perché” la vittima non sia stata sentita immediatamente assume un peso centrale nell’analisi della vicenda. Secondo ambienti che seguono il procedimento, la scelta avrebbe inciso in modo rilevante sulla possibilità di consolidare l’ipotesi accusatoria iniziale. “Il fatto che l’audizione avvenga solo ora, a distanza di oltre dieci giorni dai fatti e dopo un’esposizione mediatica di rilievo nazionale, viene indicato come un passaggio critico”, spiegano.
In attesa dell’audizione, l’inchiesta resta sospesa su questo snodo fondamentale. Solo dopo le dichiarazioni della donna sarà possibile valutare se vi siano gli elementi necessari per un’eventuale riqualificazione dell’accusa o se l’impianto attuale resterà invariato. Fino ad allora, ogni passaggio resta legato a un’unica variabile: la parola della vittima.





