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Cronaca | 15 gennaio 2026, 12:15

Ventimiglia, il tentato omicidio diventa un caso nazionale. Carelli (Di.Re): “Sembra un ritorno al delitto d’onore”

Dopo la decisione del Gip di derubricare l’accusa da tentato femminicidio a tentato omicidio, interviene la presidente di Di.Re: “Se una scelta della donna diventa una colpa, c’è un problema culturale”

Ventimiglia, il tentato omicidio diventa un caso nazionale. Carelli (Di.Re): “Sembra un ritorno al delitto d’onore”

Il tentato omicidio avvenuto a Ventimiglia ha ormai superato i confini locali, trasformandosi in un caso di rilievo nazionale. La decisione del Gip di derubricare l’accusa da tentato femminicidio a tentato omicidio ha alimentato un dibattito ampio, che nelle ultime ore ha coinvolto giuristi, associazioni e opinione pubblica, riportando al centro una questione culturale prima ancora che giuridica.

Secondo quanto emerso nelle prime fasi dell’indagine, la violenta aggressione nei confronti della donna sarebbe avvenuta dopo che il coniuge aveva scoperto che la moglie si prostituiva. Un elemento che, nella lettura di parte del provvedimento giudiziario, non sarebbe sufficiente – allo stato degli atti – a configurare quel movente di odio o discriminazione di genere necessario per contestare il reato di femminicidio.

Una ricostruzione che ha suscitato forti reazioni. Tra queste, quella di Di.Re – Donne in Rete contro la violenza, che attraverso la sua presidente Cristina Carelli ha espresso una posizione netta.

Carelli ha parlato apertamente di un ritorno a modelli culturali che si ritenevano superati, come il Delitto d'onore: “Pensavamo di avere oltrepassato il modello che in qualche modo legittima un’azione anche molto violenta contro una donna quando si presume che abbia disonorato qualcuno. In questa vicenda ho letto la riproposizione di un modello culturale che non si supera modificando la legge, ma solo con un’evoluzione profonda della società”. 

Secondo la presidente di Di.Re, il punto centrale non risiede soltanto nell’impianto normativo, ma nella capacità di riconoscere la violenza di genere come tale: “Continuo a definire questo episodio come tentato femminicidio, perché quella discriminazione d’odio che si dice non esserci in realtà c’è: quella donna viene punita perché si ritiene debba sottostare al controllo dell’uomo. Le sue scelte vengono considerate una colpa”.

Un passaggio, quello della “punizione” per una condotta ritenuta disonorevole, che ha riaperto il confronto sul Delitto d’onore, istituto giuridico abolito in Italia soltanto nel 1981. Fino ad allora, l’ordinamento prevedeva attenuanti per chi uccideva il coniuge o un familiare femminile “nell’atto di difendere l’onore”, legittimando di fatto la violenza maschile come reazione a comportamenti ritenuti moralmente devianti. “Se si pensa ancora che una qualsiasi scelta della donna possa giustificare un’aggressione, significa che dobbiamo ripartire dal fare chiarezza sull’origine della violenza: è proprio questo modo di pensare e giudicare l’esperienza delle donne che la alimenta”.

Carelli ha inoltre sottolineato la necessità di una formazione specifica per chi opera nella giustizia: “Non basta una formazione tecnica. Serve una formazione culturale profonda, che permetta di analizzare stereotipi, pregiudizi e modelli introiettati. Senza questo passaggio, la legge rischia di non essere applicata per come è stata pensata”.

Il caso di Ventimiglia, intanto, resta al centro dell’inchiesta giudiziaria. L’attenzione mediatica e istituzionale continua a crescere, mentre il dibattito si sposta sempre più sul confine tra interpretazione giuridica e riconoscimento della violenza di genere, in un contesto che richiama questioni storiche, culturali e sociali ancora aperte.

Andrea Musacchio

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