Una nostra, lettrice, Annarosa Rossetto, ci ha scritto per rispondere al Dott. Andreoli sul caso della campana dei bambini non nati:
"Come donna impegnata da molti anni nel volontariato pro-life, seguo con attenzione e crescente sconcerto la vicenda e l’ondata di polemiche che ne è seguita. In questi giorni ho letto, sulle vostre pagine web, una lettera aperta indirizzata a mons. Antonio Suetta da un vostro lettore, il dott. Andreoli. Tra le varie considerazioni, mi hanno colpito in particolare le parole con cui si invita il vescovo ad 'aprire una casa dell’ascolto', a 'istituire un fondo di sostegno concreto per le madri in crisi' e a promuovere una 'cultura dell’accoglienza reale', quasi che tutto questo oggi non esistesse. Eppure, a Sanremo come nel resto della nostra provincia e in tutta Italia, queste realtà sono presenti da anni. Si chiamano 'Centri di Aiuto alla Vita', case di accoglienza, consultori cattolici: luoghi spesso sostenuti dalle diocesi e animati in larghissima maggioranza da donne. Donne che ogni giorno accolgono, ascoltano e accompagnano altre donne che vivono gravidanze inattese o difficili. Le seguono lungo tutta la gravidanza e nei primi anni di vita del bambino; le aiutano a comunicare la notizia a partner contrari o a famiglie spaventate; offrono sostegni economici mirati e aiuti concreti, come corredini e beni di prima necessità; le accompagnano ai Servizi sociali, alle visite mediche, nei percorsi legali e burocratici, nei consultori diocesani, fino ai Centri antiviolenza nei casi di relazioni segnate dalla violenza. Di tutto questo, però, si parla poco o nulla. E quando se ne parla, spesso scoppiano polemiche simili a quelle di questi giorni. È sufficiente ricordare quanto accaduto quando alcune amministrazioni, come in Piemonte, hanno stanziato fondi per sostenere le gravidanze in situazioni sociali difficili. Questo è il vero problema: l’incapacità, o la mancanza di volontà, di riconoscere e raccontare una rete silenziosa di solidarietà reale. Per questo, a mio avviso, una campana che richiama l’attenzione nazionale non è uno scandalo, ma un segno. Un segno che ricorda non solo il dramma delle donne che abortiscono, ma anche l’esistenza — breve, fragile e reale — dei bambini mai nati, troppo spesso cancellata dall’indifferenza di una società che non tollera nemmeno di essere chiamata a riflettere".





