Il collettivo studentesco Papavero Rosso interviene duramente contro l’iniziativa del vescovo di Ventimiglia-Sanremo, Antonio Suetta, che ha fatto installare una “campana per i bambini non nati”, destinata a suonare ogni sera alle 20. Secondo il collettivo, il gesto rappresenta una presa di posizione esplicita contro la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza (IVG) e contribuisce ad alimentare stigma e colpevolizzazione nei confronti delle donne e delle persone che scelgono di abortire.
Nel comunicato diffuso, Papavero Rosso sottolinea come la legge 194 consenta l’IVG entro i primi 90 giorni di gravidanza e ribadisce che, in questa fase, si parla di embrione e non di bambino. L’iniziativa della diocesi, secondo il collettivo, non lascerebbe spazio all’ascolto né al rispetto della libertà individuale, configurandosi come una forma di “pressione morale” e di condanna pubblica di scelte considerate intime e personali. Il collettivo richiama inoltre le difficoltà di accesso all’IVG in Italia, evidenziando l’alta percentuale di medici obiettori di coscienza – stimata intorno all’80% a livello nazionale e ancora più elevata in alcune aree del Sud – e denuncia una mancata piena applicazione della legge 194. “L’obiezione di coscienza non può trasformarsi in un ostacolo all’erogazione di un servizio sanitario”, si legge nel comunicato, che chiede quote obbligatorie di personale non obiettore negli ospedali e campagne di informazione per contrastare il tabù sull’aborto.
Papavero Rosso critica anche il ruolo delle istituzioni religiose nel dibattito pubblico, accusandole di promuovere un clima di vergogna e condanna che, a loro avviso, non tiene conto dell’autodeterminazione delle persone e della complessità delle scelte individuali. La campana, sostengono, veicolerebbe l’idea di una “colpa da espiare”, rafforzando uno stigma sociale che produce isolamento e sofferenza. Il collettivo conclude chiedendo il rispetto dell’autodeterminazione dei corpi e annunciando la volontà di non accettare “in silenzio” decisioni che, a loro giudizio, rappresentano un’ingerenza nel diritto di scelta sancito dalla legge.





