"Quando si parla di 'Terra Promessa', nell’immaginario collettivo si pensa a un dono esclusivo di Dio al popolo ebraico, quasi una proprietà privata consegnata dal cielo ma leggendo con attenzione la Bibbia, accompagnando lo studio con ricerche storiche e archeologiche, emerge un quadro molto diverso. La terra promessa non era affatto vuota, era già abitata da popoli antichi, con città e culture ben radicate e, soprattutto, la voce originaria di Dio non parlava di conquista armata ma di convivenza e giustizia". Lo dice Flavio Gorni di Seborga dopo aver seguito corsi universitari di lettura della Bibbia, tra cui quello presso l’Università Federico II di Napoli, ricevendo attestati di riconoscimento e aver effettuato una ricerca personale.
"Il Libro dell’Esodo lo dichiara apertamente: 'Sono sceso per liberare il mio popolo dalla mano dell’Egitto e per farlo salire verso una terra bella e spaziosa, dove scorrono latte e miele, verso il luogo dei Cananei, degli Ittiti, degli Amorrei, dei Perizziti, degli Evei e dei Gebusei' (Esodo 3,8). Questa frase non lascia dubbi: Dio sapeva che la terra era già abitata. Non prometteva un territorio vuoto da occupare ma un luogo fertile e popolato, nel quale gli israeliti avrebbero dovuto imparare a vivere" - sottolinea - "Le prime leggi consegnate a Mosè ribadiscono questo spirito. In Esodo 23,9 troviamo scritto: 'Non opprimerai il forestiero; tu conosci l’animo del forestiero, perché sei stato forestiero in terra d’Egitto' e nel Levitico 19,34: 'Il forestiero che dimora fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu lo amerai come te stesso'. In questi versetti il messaggio è chiarissimo: la promessa non era di esclusione ma di accoglienza. La memoria della schiavitù diventa fondamento di un’etica universale. Israele, liberato dall’oppressione, non deve trasformarsi a sua volta in oppressore".
"Con il Libro di Giosuè, però, il racconto prende un’altra piega. Si narra della caduta di Gerico, della distruzione di città, dello sterminio di popoli interi. Qui Dio sembra diventare un guerriero che ordina la conquista violenta della terra ma la maggior parte degli studiosi concorda sul fatto che questi testi siano stati scritti in un momento successivo, come narrazioni politiche, volte a giustificare la presa del territorio, non appartengono, perciò, al nucleo originario della rivelazione. Mosè non vide queste guerre. La sua missione era religiosa ed etica, non militare. Anzi, lungo il cammino nel deserto soffrì profondamente le ribellioni e le infedeltà del popolo che guidava" - mette in risalto - "Ed è qui che risuona una riflessione che sento profondamente vera: 'Colui che fermava gli ebrei dall’egoismo e dall’egocentrismo. Morendo per il potere di Dio, questo non è potuto accadere e ne hanno approfittato'. Mosè era il punto di equilibrio, il custode di un ideale più alto. Con la sua morte, la tentazione di trasformare la promessa in conquista prese il sopravvento".
"La Bibbia ricorda anche un dato fondamentale: ebrei e arabi condividono la stessa origine. Entrambi discendono da Noè, attraverso il figlio Sem. Da qui nasce il termine 'semiti', questo significa che palestinesi ed ebrei sono fratelli nella radice, figli della stessa genealogia. È un simbolo dirompente, che dovrebbe richiamare alla pace, non alla divisione. Se sono fratelli nell’origine, perché dovrebbero essere nemici nella storia?" - afferma - "Anche la vicenda contemporanea lo dimostra. Negli anni Novanta, con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat, la pace sembrava a portata di mano. Il dialogo aveva aperto uno spiraglio di speranza ma il processo si è interrotto, soprattutto con l’affermarsi del sionismo politico, che ha trasformato la Terra promessa in un possesso esclusivo. Non più un dono da condividere ma una proprietà da difendere. È qui che la promessa si è tradita: quando la politica ha sostituito l’etica. La voce autentica della Bibbia resta invece intatta: 'Ama il forestiero come te stesso'. Un messaggio che attraversa i secoli e che oggi, più che mai, deve essere riscoperto. La Terra promessa non era solo degli ebrei ma anche degli ebrei. Era uno spazio di convivenza tra popoli fratelli".
"Ricordare che ebrei e palestinesi discendono entrambi da Sem significa riconoscere che la radice comune è più forte di qualsiasi divisione. La vera Terra promessa non è un pezzo di terra conquistata ma la possibilità di vivere insieme in pace" - dichiara - "Non lo dico come profeta ma come persona che ama leggere e riflettere. Ho seguito corsi universitari di lettura della Bibbia, tra cui quello presso l’Università Federico II di Napoli, ricevendo attestati di riconoscimento. A questi ho aggiunto una ricerca personale, che mi ha portato a riconsiderare testi antichi con occhi nuovi, confrontandoli con la storia e l’archeologia. Oggi, ricordare che ebrei e palestinesi discendono entrambi da Sem, figlio di Noè, significa riconoscere che l’umanità è più forte delle divisioni".







