Il nostro lettore Pierluigi Casalino ripercorre la storia e i rapporti tra Sanremo e la Russia nei giorni delicati del conflitto in Ucraina.
Da sempre Sanremo è terra di russi e di altre genti originarie dell'ex impero zarista e sovietico. Già, tuttavia, i sottoprefetti di Sanremo, che a loro tempo si avvicendavano nel loro ufficio, avevano modo di segnalare più volte alle autorità centrali la presenza in Riviera della polizia segreta zarista impegnata a controllare a vista e schedare affermazioni e comportamenti dei russi che vivevano nella zona. D'altronde tutta l'area da Nizza a Sanremo era il punto saliente delle più svariate operazioni della maggior parte delle agenzie di sicurezza del mondo, in particolare prima, durante e dopo il primo conflitto mondiale. In occasione della Conferenza di pace di Sanremo del 1920 le azioni si intensificarono.
Dopo la Rivoluzione bolscevica, l'attività spionistica zarista venne rilevata e ripresa nella zona dai servizi segreti esteri della nuova Russia sovietica.Attività non di meno presente nella stagione della guerra fredda.A Sanremo gli organismi russi avevano una loro base in una stanza arredata in via del Castillo. Singoli e associazioni provenienti dal decaduto e vasto impero russo, viventi nella Città dei Fiori, erano in un certo senso nel mirino degli agenti di Mosca, che, sotto copertura, ritenevano Sanremo un potenziale centro controrivoluzionario. Le iniziative sovietiche non si limitavano tuttavia a raccogliere notizie sugli esuli, ma anche ad operare sul piano della propaganda comunista, cercando di infiltrarsi nello spaccato sociale locale. Persino tentativi di inserimento negli ambienti militari nel Ponente ligure erano all'ordine del giorno, come viene confermato dai rapporti dell'intelligence italiana dell'epoca, indirizzati ai Prefetti di Porto Maurizio prima e di Imperia dopo.
Quando alla metà degli anni Trenta l'Italia fascista strinse rapporti economici e commerciali con la Russia sovietica, il perfezionamento degli affari veniva sempre preceduto da particolari procedure cifrate che passavano tramite le Poste italiane e le Prefetture. Un cugino del già noto misterioso sanremese Bartolomeo, spesso citato nei racconti di Lorenzo, mio nonno materno, si avvalse dell'opportunità, esportando in Russia macchine da cucire ed altri prodotti tecnici. La persona apparteneva a quella certa famiglia Amoretti, di cui era figlio un diplomatico di carriera, console in Africa Orientale, fatto prigioniero dalle truppe tedesche coloniali durante il primo conflitto mondiale a Dar er Salam e poi liberato dalle forze belga-congolesi. Lo stesso mio nonno, che fece molti viaggi da Odessa con carichi di grano alla volta di Genova ed Oneglia, raccontava inoltre che, dopo la schiacciante vittoria della flotta giapponese su quella russa, nel 1904, nella baia di Port Arhur, anche lui con tutto l'equipaggio della sua nave mercantile venne utilizzato per sgombrare dai resti delle navi russe e dei molti cadaveri l'imbocco nella baia. La flotta giapponese aveva, infatti, impiegato contro i russi le nuove tecnologie navali d'avanguardia acquistate a La Spezia.
Da quella sconfitta la Russia venne attraversata dai venti rivoluzionari del 1905 e del 1917. Analogamente l'Afganistan rappresento' la fine dell'URSS. Per concludere, mio padre Michele e gli altri militari italiani, abbandonati dai tedeschi in fuga nelle mani dell'Armata Rossa, furono portati, nel maggio 1945, davanti al generale Brusilov per sentire, per mezzo di un interprete in perfetto italiano, il discorso dell'alto ufficiale che magnificava la vittoria russa sul nazismo. Le parole di Brusilov, ex generale zarista, poi unitosi ai bolscevichi, divenendo uno dei più brillanti ufficiali della Russia sovietica, colpirono molto mio padre e gli altri due liguri presenti, il laiguegliese Fioretti e il ventimigliese Guglielmi, che compresero bene il senso delle mire russe verso l'Europa. Non a caso, proprio in quel maggio del 1945, il Maresciallo Zhukov telegrafava a Stalin: "compagno Stalin, siamo arrivati a Trieste".
A tutta risposta il capo del Cremlino replicava al Maresciallo sovietico: "lo zar Alessandro era arrivato a Parigi". Il dramma della crisi ucraina sta a pieno in questa frase e ricade oggi su Sanremo, luogo simbolo dell'immaginario dell'Est Europa, e non solo su quanti sono appartenenti a quei Paesi coinvolti, facoltosi e miserabili, che vivono qui, ma anche sulla vita quotidiana di noi tutti. I camion che trasportavano fiori in Russia e nelle località vicine ed ora fermi in Riviera testimoniamo il pericoloso effetto della situazione in atto sulla vita di ogni giorno, anche di chi non è russo, né ucraino. E pure sotto questo aspetto Sanremo (suo malgrado e sempre) è Sanremo.
E proprio Sanremo e la Riviera, meglio di altri comprendono il senso degli avvenimenti ucraini, avendo ben chiaro che se l'ex URSS poteva tenere insieme popoli diversi nel nome di un'ideologia magari russificata, non così la Federazione Russa può con la forza del nazionalismo russo accorpare genti non russe. Nel segno della pace e della solidarietà, invece, Sanremo può riunire con il suo mitico richiamo, pervaso in misura rilevante di estetica, di immagine e di umana carità, quanti ora sono dispersi e divisi in campi avversi e fermare questa immane tragedia.





