“Ogni città, ogni paese, hanno la loro piazza, grande o piccola che sia, per chi ci abita è la più bella, la più grande, la più unica.
Così, come ogni luogo dove scorre un fiume, la città attraversata dal fiume o il paese percorso da un rigagnolo, quel fiume o quel rigagnolo hanno, ciascuno, la medesima grande importanza per la propria comunità.
La mia piazza è la Piazza con la P maiuscola, anche se è poco più di un carruggio allargato, mai mi verrebbe di chiamarla Piazzetta!
La mia piazza è quel luogo dove, da bambino, appena potevo, correvo per poter trovare i miei amici il più presto possibile, con cui giocare fino a ‘che non era mai tardi’.
La mia piazza è il luogo più in piano dell'intero paese, abbarbicato su un'erta collina, dopo la pioggia rimaneva qualche piccola pozzanghera, specie ai piedi delle due acacie secolari, lì, proprio lì, si potevano provare gli stivali di gomma nuovi per provare a sentire che l'acqua non bagnasse i piedi.
La mia piazza non è mai stata troppo adorna, solo un muretto per sedersi, dal quale osservare quei pochi foresti che vi giungevano, spesso spaesati, ignari dell'impossibilità di proseguire con l'auto, per cui era d'obbligo una stretta manovra in marcia indietro e ritorno alla ‘casella’ di partenza.
La mia piazza era anche noia di gruppo, quando specialmente, con la calura estiva nessuno prendeva l'iniziativa. Ma, se si iniziava con la cerbottana, per qualche settimana era il gioco di gruppo più affascinante. Qualche volta qualcuno scovava da qualche parte un pallone di cuoio, con i lacci, per la chiusura della camera d'aria, spesso e volentieri, incautamente, andava per le fasce, verso il rio Santa Caterina, il muretto troppo basso non bastava a fermare una eccessiva pedata al pallone; finiva sempre che qualche ‘vecchio’ si lamentasse per gli inevitabili schiamazzi. Ci si ritrovava allora il giorno seguente.
La mia piazza, senza saperlo, discriminava le femmine, eravamo solo maschi, non so dire cosa facessero le femmine, probabilmente si frequentavano in un altro posto, non bello come la piazza, ma poi, piano piano, è stata proprio la piazza a far sì che iniziassimo a comunicare tra sessi diversi, cominciammo a parlarci, suscitando anche ilarità becere, molti lustri fa se dicevi una parola a una ragazza, il bigotto ti mandava a nozze; inventammo farse dialettali da rappresentare poi, in piazza, suscitando curiosità e anche ammirazione dagli abitanti più anziani.
La mia piazza a San Giovanni (29 agosto) si riempiva di gente. Foresti e parenti; I foresti sembravano meno foresti, i parenti un po' più invadenti. Una volta per la festa venne un trio: padre e due figli, LOS TRES GITANOS, suonarono per tutta la sera, qualcuno gli diede perfino la corrente, avevano la chitarra elettrica, chi aveva organizzato l'evento non lo aveva previsto.
Ho sempre pensato che la piazza fosse la mia, perché per tutti era la loro piazza: tollerante, inclusiva, complice. Oggi non mi sento più di dire ‘la mia piazza’, sono bastati pochi eventi, per scatenare ‘venti’ di guerra.
Intolleranza, toni persecutori o minacciosi, insensibilità, sembrano aver preso il sopravvento. Vivo assai defilato da tutto questo, ma che tristezza!
Franco Lombardi”.





