Dopo gli attentati in Tunisia dello scorso anno, scrissi che il modo più sensato di reagire alle regole della paura imposte dal terrorismo internazionale era fare appello alla nostra quotidianità. Dopo le stragi di Parigi e Bruxelles, il terrorismo sta assumendo sempre di più le caratteristiche di un “pericolo oggettivo” indipendente dalla volontà dei singoli individui che ne subiscono le conseguenze. In montagna un pericolo oggettivo è una valanga, un improvviso cambiamento meteorologico, la caduta di un masso. Gli alpinisti o semplici escursionisti devono prevenire l’esposizione al rischio grazie all’allenamento (fisico e psicologico: saper affrontare le forze della natura senza soccombere), l’alimentazione, l’equipaggiamento, la conoscenza e lo studio dei luoghi attraversati.
Spesso, però, siamo noi a incamminarci verso il baratro, per inesperienza o imprudenza. Perché ignoriamo le regole di sicurezza e adattamento. Il pericolo allora è “soggettivo”, cresce dentro di noi. Fare appello alla quotidianità significa provare paura e saperla gestire. Essere preparati, difendere i propri diritti e doveri in ogni circostanza. L’Europa sta fallendo su tutti questi fronti. Le sue risposte continuano a essere molto vaghe. Una minaccia globale che esige una soluzione globale, ripulire le nostre città, istituire controlli alle frontiere, frasi già sentite, ripetute dopo le bombe scoppiate all’aeroporto e nella metropolitana di Bruxelles. Un anno fa, quando i turisti erano mitragliati sulle spiagge di Tunisi, sulle scogliere tra Ventimiglia e Mentone resistevano appollaiati i migranti respinti dalla Francia. Altri profughi raggiungevano i paesi dell’entroterra, altri si avvicendavano nel centro di accoglienza allestito nella città di confine.
L’Europa di tecnocrati e banchieri non ha mai smesso di oscillare tra due estremi (accoglienza vs respingimento, buonismo vs populismo del filo spinato). Aggiungendo errori su errori: l’intervento militare in Libia, il fallimento di molta intelligence, nessuna strategia di prevenzione, raccontare la favola degli hot-spot in cui registrare i migranti, mentre le isole greche straboccano di persone in fuga. Qualche analista invoca una sorta di piano Marshall per sostenere i paesi islamici cosiddetti “moderati”, aiutandoli a ritrovare la via del benessere. Qualche politico invoca una super-polizia continentale, in grado di difendere cittadini che a stento comprendono le ragioni e le necessità dei loro vicini di casa-Europa.
Forse sarebbe più utile un piano per ridare dignità alle periferie degradate dell’Unione, combattere la disoccupazione giovanile, favorire la ripresa economica. Il terrorismo non è solo una bomba lanciata da fuori, è già dentro le nostre città, è un terrorismo di seconda generazione rinfocolato dalla crisi che investe le identità delle nazioni, tenute insieme più dalla burocrazia che dalla condivisione di progetti e obiettivi. L’errore più grosso che sta commettendo l’Europa è tentare di scalare una montagna senza nemmeno un caschetto né corde di sicurezza. Crede di poter controllare la situazione, di possedere l’abilità necessaria a sfidare l’ignoto. Come un libero arrampicatore un po’ sprovveduto. Poi però basta un sassolino, una mano che perde l’appiglio e in un attimo sta precipitando.





