Attualità - 07 agosto 2015, 07:51

Prosecuzione dei lavori per la galleria del Colle di Tenda: le riflessioni del nostro lettore Andrea Gandolfo

Lo storico ci ha scritto per riassumere le principali vicende che hanno contrassegnato la storia del vecchio traforo dai primi progetti seicenteschi alla sua inaugurazione, alla fine dell’Ottocento.

Prosecuzione dei lavori per la galleria del Colle di Tenda: le riflessioni del nostro lettore Andrea Gandolfo

In occasione della prosecuzione dei lavori per il raddoppio della galleria del col di Tenda, il nostro lettore Andrea Gandolfo, ci ha scritto per riassumere le principali vicende che hanno contrassegnato la storia del vecchio traforo dai primi progetti seicenteschi alla sua inaugurazione, alla fine dell’Ottocento. Ecco la sua narrazione della storia del tunnel del Tenda:

Il col di Tenda, noto agli antichi come monte Cornio, rappresenta uno tra i più importanti e strategici valichi delle Alpi occidentali, attraversato anticamente da una strada romana, che sarebbe diventata una nevralgica via di comunicazione dell’antica contea di Tenda nel corso del Medioevo e dell’età moderna. Per tale strada passarono inoltre, nel corso dei secoli, numerosi eserciti di varie potenze europee per recarsi a Nizza. La prima idea di perforare il colle allo scopo di abbreviare il tragitto per oltrepassare il valico, venne al duca di Savoia Carlo Emanuele I, che, nel 1614, ordinò al barone Budini di «bucare» la montagna verso il vallone della Panice a quota 1750, in modo che la futura galleria terminasse a sud del sito detto «la Ca». A pochi mesi dall’inizio dei lavori, l’opera venne sospesa per mancanza di denaro e per le continue guerre in cui il sovrano sabaudo finiva coinvolto, tra le quali, in particolare, quella per la successione al ducato di Mantova. Nel 1770 il re di Sardegna Vittorio Amedeo III avviò i lavori per la costruzione della nuova strada carrozzabile. Quattro anni più tardi decretò la continuazione del perforamento del colle nel punto dove si erano interrotti i lavori ai tempi del suo predecessore. La cavità avrebbe dovuto avere una profondità di 2032 metri. Per attuare tale progetto Vittorio Amedeo fece edificare, all’imbocco nord del cavo, una grande casa, che fu denominata «il palazzo». Dopo essere arrivati a una profondità di un’ottantina di metri, i lavori vennero però interrotti, forse per mancanza di finanziamenti, mentre il «palazzo» sarebbe finito in rovina. I resti del buco realizzato all’epoca di Vittorio Amedeo III è attualmente conosciuto, in modo peraltro non corretto, come ‘galleria di Napoleone’.

Bonaparte avrebbe deciso di far costruire effettivamente una galleria sotto il col di Tenda, nell’ambito del vasto programma di riorganizzazione viaria del dipartimento delle Alpi Marittime, tanto da inviare sul posto, negli ultimi anni del suo regno, l’ingegner Ferriat, per studiare la situazione e individuare il luogo più adatto per perforare la montagna. Dopo aver calcolato a fondo tutti i pro e i contro, Ferriat scelse come sito migliore per praticare il foro, un punto situato al di là del semipiano di San Lorenzo, in località Limonetto. Venne stimata una spesa approssimativa per la realizzazione dell’opera, di circa un milione e trecentomila franchi. Anche questo ennesimo progetto, ideato tra il 1811 e il 1813, sarebbe tuttavia saltato in seguito alla definitiva caduta di Napoleone, dopo l’avventura dei «Cento giorni». L’idea di una galleria nel col di Tenda sarebbe tornata d’attualità soltanto nel 1844, quando l’ingegnere capo del Genio Civile di Cuneo sollecitò l’attenzione del governo sulle condizioni della strada del Tenda, derivanti dalle difficoltà del passaggio del valico durante la stagione invernale. Fu così che il ministero competente ordinò lo studio di nuovi progetti per la costruzione di un traforo, che, avviati nel 1845 e interrotti a causa delle piene straordinarie verificatesi nel 1846, sarebbero stati completati e presentati all’attenzione del governo sabaudo dal capo della divisione di Cuneo, Moglino, il 27 ottobre 1849.

Il progetto allestito dal funzionario cuneese riguardava però due diversi tracciati: uno, relativo al vallone della Panice, lungo 2170 metri, e l’altro per la valle di Limonetto, di metri 2800. Su disposizione del governo, lo stesso Moglino avrebbe preparato un terzo progetto relativo alla sola valle della Panice, con una galleria lunga 2270 metri, che avrebbe presentato il 3 gennaio 1851. Il successivo 5 maggio, in seguito a un ordine del giorno votato dalla Camera il 19 marzo, il ministro dei Lavori Pubblici Paleocapa presentò un progetto di legge per la ratifica della spesa di 1.534.414,76 lire da utilizzarsi per l’attuazione del progetto Moglino, con le varianti contenute nella seconda perizia effettuata dallo stesso Moglino ai primi di gennaio. La relazione allegata dal ministro alla sua proposta esponeva le ragioni che dimostravano l’opportunità del traforo. La commissione incaricata di riferire sulla proposta del ministro, presentò il 9 giugno una relazione, la quale, pur esprimendosi a favore del disegno di legge, conteneva però il parere difforme di tre relatori su sette, che si erano pronunciati per un rinvio dell’opera. Il progetto non venne peraltro neanche discusso in aula, essendo state nel frattempo sciolte le Camere. Tra le principali obiezioni mosse al progetto di legge, vi fu soprattutto quella che sarebbe stato meglio realizzare l’opera una volta terminata la strada che avrebbe dovuto collegare il col di Tenda a Ventimiglia, abbreviando così il percorso fra Torino e l’estremo Ponente ligure. Un’altra riserva era costituita dal fatto che – per qualcuno – il traforo si sarebbe trovato in una posizione troppo elevata, e quindi insufficiente ad assicurare il transito a veicoli  e pedoni per tutto l’anno. Da allora il Parlamento Subalpino non si sarebbe più occupato del progetto, se non in via incidentale, nel 1855, quando Paleocapa, rispondendo a un’interpellanza parlamentare, avrebbe annunciato di aver ordinato uno studio sul progetto della strada lungo la val Roia. La questione della galleria del col di Tenda tornò di attualità solo nel 1862, quando la Camera approvò in via definitiva il disegno di legge per la realizzazione della strada della val Roia, di cui il traforo fu visto subito come il necessario completamento. Nel gennaio 1869 il ministero dei Lavori Pubblici, tenuti presenti i rilievi sollevati in merito al progetto Moglino, affidò all’ingegnere capo della provincia di Cuneo Giovanni Battista Florio, l’incarico di allestire un nuovo progetto per la galleria, che sarebbe stato quindi presentato dallo stesso Florio alle autorità ministeriali il 12 agosto dello stesso anno.

Il 15 maggio 1870 il ministero inviò una commissione tecnica sul colle di Tenda per studiare le condizioni topografiche del sito e formulare un parere sul progetto Florio sulla scorta degli elementi raccolti sul posto. Dopo aver svolto il proprio lavoro, la commissione si espresse unanimemente a favore della fattibilità del traforo. Dopodiché il Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, al quale era stato presentato il progetto dell’ingegner Florio unitamente al rapporto stilato dalla commissione, dopo un accurato esame della documentazione prodotta, approvò il progetto del traforo nella seduta del 23 luglio 1871. Il 20 dicembre successivo il ministro dei Lavori Pubblici Giuseppe Devincenzi, d’intesa con il ministro delle Finanze Quintino Sella, presentò alla Camera un progetto di legge per l’approvazione di una convenzione per il completamento della strada nazionale da Genova a Piacenza, e il finanziamento di 2.120.000 lire per realizzare una galleria nel col di Tenda.

Il provvedimento passò quindi all’esame della giunta composta dai deputati Carini, Corte, Brunet, Suardo, Siccardi e Mezzanotte, con l’esponente della Sinistra Giovanni Cadolini in qualità di relatore. Dopo aver svolto i suoi lavori, la giunta, rappresentata dal relatore Cadolini, presentò i risultati della sua inchiesta alla Camera il 30 gennaio 1872. Le disposizioni contenute nel disegno di legge corrispondevano integralmente alle condizioni previste dal progetto Florio e dal voto del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici del 23 luglio 1871. Il 3 febbraio 1872 si tenne alla Camera la discussione sul progetto di legge per la strada nazionale da Genova a Piacenza e per il traforo del col di Tenda. Il primo a prendere la parola fu il deputato lucano Pietro Lacava, che dichiarò come soltanto con il criterio dell’adeguamento del sistema della viabilità in Italia si potessero ottenere quei benefici di natura economica, finanziaria e sociale, di cui più volte si era discusso in Parlamento. Prese quindi la parola l’onorevole Giorgio Asproni di Nuoro, il quale, premesso che non avrebbe fatto mancare il suo voto al traforo del col di Tenda, che agevolava l’accesso a Nizza, città che rimaneva sempre «terra carissima italiana», lamentò il fatto che non si pensasse però, nello stesso tempo, ad assicurare comunicazioni adeguate della Sicilia e della Sardegna con il continente. Dopo la conclusione del discorso di Asproni intervenne nel dibattito il ministro Devincenzi che, dopo essersi dichiarato sorpreso per la richiesta del deputato nuorese nel contesto di una discussione su tutt’altro tema, disse di aver ordinato alla direzione generale del ministero delle Poste di accordarsi con le principali compagnie di navigazione, per migliorare le comunicazioni marittime tra la terraferma e la Sardegna e tra il continente e la Sicilia.

Il deputato marchigiano Antonio Pancrazi chiese quindi alla commissione un chiarimento sull’articolo 7 della relazione, che stabiliva il già accennato concorso nella spesa per il traforo da parte della Provincia di Cuneo. Il membro della commissione Brunet spiegò come, già da parecchi anni il Consiglio provinciale di Cuneo avesse deciso di finanziare la galleria con la somma di 600.000 lire, metà della quale sarebbe stata disponibile già da quell’anno. Brunet dichiarò poi che il Consiglio provinciale di Cuneo avrebbe versato la metà della somma pattuita entro la prima metà del 1873, ma disse anche che, come membro del Consiglio stesso, era in grado di assicurare l’onorevole Pancrazi che la metà di tale somma sarebbe stata erogata dall’Amministrazione provinciale di Cuneo fin dal 1872, e che il pagamento di tutta la cifra si poteva pertanto considerare sicuro. Dopo che Pancrazi espresse la propria soddisfazione per la risposta avuta dal commissario, il presidente della Camera pose ai voti l’articolo 5 del disegno di legge sui finanziamenti statali e locali per il traforo, che fu approvato dall’assemblea. Dopo un ultimo intervento da parte del deputato Pietro Antonio Fossa, il giorno successivo la Camera approvò il disegno di legge con 160 voti a favore e 45 contrari.

Il 16 aprile 1872 il provvedimento passò all’esame dell’aula del Senato. In apertura di discussione, il presidente di turno dell’assemblea di palazzo Madama, il senatore Paolo Onorato Vigliani, dopo aver fatto leggere il testo del progetto di legge al senatore Manzoni, chiese ai ministri presenti se, in assenza del loro collega, il responsabile del dicastero dei Lavori Pubblici Devincenzi, intendessero egualmente sostenere la discussione del disegno di legge. Ottenuto l’assenso da parte del presidente del Consiglio Lanza, Vigliani diede la parola al primo senatore iscritto a parlare, l’imprenditore cuneese Giovanni Audiffredi. Questi disse, come prima cosa, che aveva chiesto di intervenire soprattutto per ringraziare il relatore del progetto di legge, per aver promosso la costruzione della galleria. Il senatore confessò poi come in provincia di Cuneo avesse regnato molta incertezza in merito alla possibilità che il Senato autorizzasse la concessione del traforo del col di Tenda per ragioni tecniche e commerciali, ma in seguito la popolazione si sarebbe convinta che il progetto avrebbe potuto vedere la luce. Audiffredi sottolineò quindi come migliaia di capi di bestiame italiani attraversassero ogni anno il col di Tenda in direzione della Francia. Il punto era però che, siccome la traversata del colle diventava tutt’altro che agevole durante l’inverno, i commercianti francesi preferivano acquistare il bestiame italiano sui mercati del Moncenisio. Il senatore cuneese dichiarò allora che il relatore del disegno di legge aveva scritto che, nell’interesse delle loro attività commerciali, gli allevatori del Basso Piemonte avrebbero potuto utilizzare la strada Savona-Nizza. Audiffredi si disse pienamente d’accordo con il relatore, ma soltanto fino a quando, «per disgrazia nostra per alcuni anni», non sarebbe stato perforato il col di Tenda. Il senatore ricordò anche come il comune di Ventimiglia avesse messo a disposizione una grossa somma per realizzare una strada provinciale da Ventimiglia a Tenda; tale arteria, a suo parere, avrebbe finito per rimanere interrotta d’inverno, come tante altre strade in quell’anno, cosicché non si sarebbe potuto rinunciare alla galleria del Tenda, mentre si sarebbe sentito anche il bisogno di una strada da Cuneo a Bastia, per mettere in comunicazione il Piemonte con la Riviera ligure. Audiffredi concluse il suo discorso rimettendosi al giudizio del relatore del disegno di legge e formulando l’auspicio che il ministro delle Finanze non avrebbe lesinato sussidi agli amministratori cuneesi, che tanto si erano prodigati nell’interesse della causa nazionale.

Intervenne quindi nel dibattito il relatore del disegno di legge, il senatore Luigi Federico Menabrea, che si chiese se avesse fatto bene a sollecitare il traforo del col di Tenda, piuttosto che indirizzare la somma di denaro non indifferente richiesta per realizzare tale opera, per ultimare la strada ferrata che univa Bastia a Cuneo, mettendo così in comunicazione il Basso Piemonte con la ferrovia di Savona. Menabrea ricordò però che avrebbe dato il suo voto a favore del traforo, in primo luogo perché tutti i vari tentativi che si erano succeduti dalla fine del Settecento per realizzare una galleria attraverso il col di Tenda, avevano creato una sorta di «diritto» per le province interessate ai lavori a vedere realizzati i loro desideri. Vi era però un altro motivo della massima importanza che lo aveva convinto della bontà dell’iniziativa del traforo, ossia che, al di là delle Alpi, lungo il loro versante meridionale, vi erano una decina di comuni italiani, che erano, per così dire, “staccati” dalla madrepatria. Infatti, nella val Roia, si doveva attraversare circa venti chilometri di territorio francese per raggiungere Tenda da Ventimiglia, per cui circa dieci o dodici comuni italiani, quando il colle era bloccato dalla neve durante l’inverno, si trovavano praticamente isolati dal resto d’Italia. Ecco come mai, per risolvere questo inconveniente, l’unico mezzo possibile rimaneva quello di aprire una galleria. Un’altra ragione a sostegno del suo voto favorevole al progetto del traforo, il senatore la individuò infine nella necessità di difendere meglio la frontiera italo-francese nel settore di Ventimiglia, in particolare sotto l’aspetto di un eventuale attacco da parte della Francia. Per tutti questo motivi, il relatore del disegno di legge invitò i senatori a votare senza indugio in favore del traforo del Tenda, mentre, per quanto concerneva il tronco ferroviario Cuneo-Bastia, Menabrea dichiarò che avrebbe votato, insieme al senatore Audiffredi, a favore di quest’ultimo progetto, che giudicava non solo «utilissimo», ma anche indispensabile. Il 17 aprile 1872 l’aula di palazzo Madama approvò infine in via definitiva il progetto di legge per l’apertura di una galleria nel col di Tenda con 72 voti a favore e 6 contrari.

Il 16 febbraio 1873, intanto, la direzione generale dei ponti e delle strade del ministero dei Lavori Pubblici aveva reso noto l’avviso d’asta con cui convocava per l’11 marzo successivo, nella sede del ministero a Roma e presso la prefettura di Cuneo, la gara d’appalto delle opere necessarie per la costruzione della galleria nel col di Tenda e delle strade d’accesso alla stessa, per la somma, soggetta a ribasso d’asta, di 1.984.000 lire. L’impresa appaltatrice avrebbe dovuto rimanere vincolata all’osservanza dei capitolati d’appalto generale e speciale stabiliti il 23 novembre 1872, visionabili, insieme alle altre carte del progetto, presso il ministero dei Lavori Pubblici e la prefettura di Cuneo. Il tunnel avrebbe dovuto essere concluso entro nove anni dall’inizio dei lavori. L’impresa vincitrice sarebbe poi risultata quella del signor Buscaglione, che avrebbe quindi ceduto l’appalto del traforo, dietro congruo compenso, alla ditta dei fratelli Emiliano e Giovanni Comoglio, come avrebbe reso noto il giornale locale «La Sentinella delle Alpi» il 20 maggio 1873. La direzione tecnica dei lavori venne invece affidata al capo dell’ufficio del Genio Civile di Cuneo Giovanni Delfino, autore del progetto definitivo della galleria, coadiuvato dall’ingegner Genesio di Chiusa Pesio e dal signor Meccio di Cuneo. Il 4 luglio 1873, alle sei del pomeriggio, l’impresa dei fratelli Comoglio diede fuoco alla prima miccia per perforare il colle dalla parte del versante di Tenda, alla presenza di alcuni abitanti del paese dell’alta val Roia. Il primo ad appiccare il fuoco fu un impiegato del fisco di Tenda, di nome Revello.

Nell’autunno del 1880 il tunnel aveva raggiunto la lunghezza di 1435,60 metri dall’imbocco nord, a fronte di 1151,50 metri da quello meridionale, per uno sviluppo totale di 2587,10 metri. All’epoca mancavano dunque poco più di seicento metri al completamento della galleria, che sarebbe risultata lunga tre chilometri e duecento metri. Nelle prime ore della notte del 20 novembre 1881 le squadre di operai che lavoravano sui due versanti della galleria si incontrarono al centro del traforo, alla presenza dell’ingegner Delfino, del capocantiere Genesio, dell’impresario Giovanetti e del signor Meccio. Immensa fu la gioia di tutti i presenti per il lieto evento, che era sopraggiunto senza alcun incidente. La felice circostanza venne annunciata alla popolazione di Limone con i rintocchi a festa delle campane del paese e con lancio di mortaretti. Gli abitanti del borgo addobbarono allora con bandiere le finestre e i davanzali delle loro case, mentre veniva avvertito dell’importante novità, con un telegramma, anche il sindaco di Tenda, dove già la gente festeggiava la lieta novella. Giovanetti pensò anche di ricompensare gli operai per la loro fatica con la somma di 1500 lire da spartirsi tra loro, oltre alla doppia paga che già da vari giorni gli era stata assegnata. La mattina del 21 novembre numerosi invitati, tra cui l’onorevole Riberi, il commendator Allione, l’intendente Sanguinetti e l’ex parlamentare Brunet, si ritrovarono all’imbocco della galleria per assistere alla caduta dell’ultimo diaframma, che ancora separava i due versanti del traforo. Qualche ora più tardi, alle sei del pomeriggio, una cinquantina di invitati si diedero appuntamento presso il ristorante dell’albergo Europa di Limone per brindare al lieto evento dell’inaugurazione della galleria.

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