Ieri, nella Sala degli Specchi di Palazzo Bellevue, l’Università delle Tre Età di Sanremo si è nuovamente affidata alle suggestive parole di Gianni Manuguerra, Console del Mare, esperto di biologia marina e divulgatore di cultura e letteratura marina nonché consigliere di Unitre Sanremo.
Dopo una breve presentazione della Segretaria Unitre Paola Silvano, Manuguerra si è lanciato in una lezione densa di richiami alla cultura del mare, descrivendo le slide che man mano comparivano ed avendo come sottofondo sonoro gli autentici suoni del mare aperto. L’argomento era il romanzo Moby Dick, ma Manuguerra non si è certo limitato ad accennarne la trama ed i personaggi ma ha fatto anche un po’ vivere ai presenti l’epica stagione nordamericana della caccia alle balene della prima metà dell’ottocento. C’era un contatto epico con il mare ed i grandi mammiferi che lo abitavano, basato su mezzi primitivi come piccole barche da cui venivano lanciati con forza dei ramponi legati a lunghe cime su balene e capodogli, lottando e facendosi trainare fin quando i cetacei si stancavano e venivano colpiti con altri ramponi e poi issati a bordo della nave che fungeva da laboratorio per la lavorazione di questi grandi animali. Oggi la caccia alle balene viene bandita in molti paesi ma allora era importante per le materie prime che dai cetacei si potevano ricavare. Gianni Manuguerra ha paragonato l’olio di balena quasi all’odierno petrolio per l’utilizzo energetico che se ne poteva fare.
Non a caso i capitani delle baleniere diventavano rapidamente ricchi ma non è questo il caso del capitano Achab. Egli era animato da una ossessione, la ricerca di Moby Dick, la balena bianca che gli aveva distrutto tre lance e divorato una gamba. Questa mitica balena bianca era in realtà un capodoglio albino, molto raro, ma di cui l’autore Herman Melville, aveva avuto notizia per un avvistamento e presunta uccisione di un simile cetaceo molto aggressivo pare perché trafitto da ben venti ramponi, al largo delle coste del Cile, vicino all’isola di Mocha, e per questo chiamato Mocha Dick. Un altro evento aveva colpito la fantasia di Melville, l’affondamento della baleniera Essex di Nantucket da parte di un grosso capodoglio, in pieno Oceano Pacifico. Il capodoglio è già di per sé molto più aggressivo della balena ed il suo capo che ne caratterizza il nome, costituisce ben tre quarti dell’intero corpo. Se a questo si aggiunge che questa sua testa è dura come il ferro e che può resistere in apnea fino a due ore e scendere in profondità fino a duemila metri, ci si può rendere conto di quale avversario formidabile fosse per i marinai del primo ottocento che non avevano certo i cannoni ed i localizzatori satellitari che le moderne navi giapponesi utilizzano. Melville ha scritto un romanzo ma sapeva cosa scriveva poiché anch’egli aveva navigato sulle baleniere ma come il capitano Achab non si era arricchito anzi trascinato dal suo spirito avventuroso fuggì da una di esse per conoscere le isole del Pacifico note per le bellissime donne ma anche abitate da tribù di cannibali.
In Moby Dick si trova un po’ tutto il suo vissuto. Il narratore Ismaele (che s’identifica chiaramente con l’autore) fa’ amicizia con un tatuato ramponiere polinesiano chiamato Queequeg, Con lui s’imbarcherà sulla nave baleniera Pequod all’ancora nell’ampia baia dell’isola di Nantucket di fronte alle coste del Massachussets. Questa baia poteva ospitare ben 400 navi e rappresentava un luogo mitico per Melville anche lui del Massachussets ed oggi l’Isola di Nantucket lo ricambia con un interessantissimo museo dell’epopea baleniera e riportando sul proprio vessillo il disegno della balena bianca. Il carismatico capitano Achab pur non disdegnando la cattura di alcune balene durante i tre anni di navigazione, riuscirà a convincere anche i più dubbiosi che il risultato più straordinario sarebbe la cattura di Moby Dick. L’insuccesso sarà clamoroso, moriranno uno dopo l’altro e lo stesso Achab verrà trascinato sul fondo impigliato nella cima del rampone con cui aveva colpito Moby Dick e la stessa nave verrà affondata dall’enorme cetaceo. La finzione letteraria salverà il narratore Ismaele che aggrappato ad una bara sopravviverà.
L’insuccesso è stato anche quello di Melville che pubblicò Moby Dick nel 1851 e morì quarant’anni dopo col dolore di due figli morti prima di lui e nessun riconoscimento letterario. Solo nel 1921 si cominciò a riscoprire Moby Dick ed in Italia questo fondamentale romanzo giunse nel 1932, per la traduzione di Cesare Pavese e successivamente nel dopoguerra il suo successo fu enorme e presto ne venne tratto un celebre film con protagonista Gregory Peck. E’ possibile consultare facilmente il programma delle prossime lezioni e dei corsi tematici nel http://sitowww.unitresanremo.itsitowww.unitresanremo.it.






















