Al Direttore - 10 luglio 2013, 21:25

Il racconto del villaggio di Glori, in alta Valle Argentina, nel racconto dello storico Andrea Gandolfo

La ricostruzione storica prende il via dal lontano anno Mille

Il racconto del villaggio di Glori, in alta Valle Argentina, nel racconto dello storico Andrea Gandolfo

Lo storico sanremese Andrea Gandolfo, nell’ambito della sua panoramica sulla storia dei paesi della provincia di Imperia, invia una notizia sulla storia del villaggio di Glori, in alta Valle Argentina, oggi frazione del Comune di Molini di Triora, tratta sempre dalla sua opera sulla Provincia di Imperia edita nel 2005:

Il paese di Glori, situato nell’Alta Valle Argentina a 520 metri sul livello del mare, confina ad est con il territorio di Carpasio e a sud con quello di Montalto Ligure. Le case del borgo sono tutte ammassate intorno allo slanciato campanile della parrocchiale formando un groviglio di angiporti, viuzze, arcate e piazzette attraversati da una fitta rete di vie selciate, che consentono di raggiungere tutti i punti dell’abitato. Per quanto concerne l’etimologia del toponimo è stata avanzata l’ipotesi che il nome Glori derivi da Clori, che è l’appellativo mitologico della Dea della foresta, dei fiori e dei giardini, con la successiva sostituzione della G alla C del termine Clori, derivante dal greco Kloris, che significa verdeggiante, anche se l’ipotesi più probabile rimane quella che il nome del paese derivi dal latino corylus, ossia “nocciolo”, per indicare appunto una zona che nei tempi antichi doveva essere presumibilmente molto ricca di noccioleti. Da notare inoltre come il toponimo trovi una singolare corrispondenza con la località altoatesina Glorenza (in tedesco Glurns), che dovrebbe avere la stessa origine. La zona dell’odierna Glori pare sia stata abitata fin dalla più remota età preistorica da alcune tribù di cacciatori e pastori, come attestato dal rinvenimento di resti di antichissimi insediamenti pastorali costituiti da ripari sotto la roccia con muretti a secco in alcune località limitrofe all’attuale abitato, dove, in età protostorica, non è escluso che si siano insediate comunità di Liguri Montani, le antiche popolazioni che frequentarono le zone montane dell’entroterra ligure fino alla conquista romana. Dopo la caduta dell’Impero romano d’Occidente, il comprensorio gloriese fu probabilmente interessato prima dalle incursioni dei Longobardi di Rotari intorno alla metà del VII secolo e poi dalle violente scorribande dei Saraceni, che infestarono i paesi della costa e dell’entroterra del Ponente tra il IX e X secolo fino alla loro definitiva sconfitta nel 980 da parte di una coalizione di feudatari locali guidati dal conte di Provenza Guglielmo d’Arles. Dopo il Mille la zona di Glori passò quindi sotto il dominio dei conti di Ventimiglia e in particolare del ramo dei signori di Badalucco, i quali, dopo la morte del conte Oberto nel 1250, furono costretti a vendere le loro proprietà a facoltosi cittadini genovesi, che, acquisiti i diritti sui vari paesi del comprensorio, li cedettero nel 1261 alla Repubblica di Genova, che assunse così il controllo dell’Alta Valle Argentina, eretta in Podesteria con capoluogo Triora, dalla quale sarebbero dipesi tutti i centri della zona fino alla caduta del regime oligarchico nel 1797.

Secondo la tradizione, la vera e propria fondazione di Glori risale tuttavia alla metà del XIV secolo, quando, in conseguenza di una gravissima pestilenza che flagellò Triora nel 1348, alcuni componenti della famiglia triorese degli Ausenda lasciarono le loro abitazioni nel capoluogo della podesteria per venire a vivere dove poi sarebbe sorto l’abitato di Glori. La famiglia degli Ausenda era sempre stata una dinastia costituita da uomini d’arme particolarmente valorosi, di lontane origini germaniche, nota per il fatto che alcuni suoi componenti militarono nel periodo medievale sotto le insegne dei Cavalieri della Stella, detto anche della Blanche Maison, un ordine cavalleresco istituito nel 1351 dal re di Francia Giovanni II il «Buono» allo scopo di liberare i luoghi santi dagli infedeli e di combattere per la difesa della Fede cristiana. Dopo essere scesi in Italia, gli Ausenda, che pare avessero fatto parte del seguito di Carlo Magno al tempo della sua discesa nel nostro Paese, si stabilirono in varie località del Piemonte e della Liguria, ma i più scelsero come loro dimora proprio Triora (forse già a partire dal X secolo, ma non si hanno notizie certe al riguardo), dove si insediarono stabilmente alcuni componenti della famiglia, tanto che tra i capifamiglia più importanti del paese che giurarono fedeltà alla Repubblica di Genova nel 1261 compaiono diversi Ausenda, segno questo indiscutibile della particolare  rilevanza politica e sociale raggiunta all’epoca da questa famiglia, il cui nome originario doveva presumibilmente essere Ausender, poi italianizzato in Ausenda, il cui significato corrisponde ad «andare fuori», ovvero “oltre confine”, con chiaro riferimento all’origine straniera dei suoi componenti. Al momento della presunta fondazione del borgo sembra però che in zona fosse già esistito un insediamento nella località detta Paroixu, dove si trovano ancora i ruderi di un piccolo paese dotato di ampia cisterna per l’acqua, resti di un portico e di una cappelletta, tanto che il luogo è anche riportato nelle antiche carte geografiche sotto la denominazione di «Palazzo», di proprietà della nobile famiglia marchionale degli Stella, che si edificarono pure una grande casa nel centro dell’abitato di Glori, la quale esiste ancora a testimonianza del fatto che i primi Gloriesi siano andati a vivere al Paroixu, senza tuttavia che nessuno storico abbia mai suffragato una tale ipotesi. Rimane comunque il fatto che, ancora nel corso del XVIII secolo, quando i morti di Glori venivano seppelliti nel locale cimitero, molti abitanti del Paroixu lasciarono scritto nelle loro ultime volontà testamentarie di voler essere sepolti a Triora, disposizione questa che lascia supporre l’esistenza di una netta divisione tra i due agglomerati, anche se di ciò non vi può essere nessuna certezza in quanto i cognomi del Paroixu erano gli stessi di Glori. Nel corso del Medioevo il paese rivestì inoltre una notevole importanza economica in qualità di principale centro di raccolta dei numerosi prodotti agricoli del comprensorio. Dopo la vittoria genovese sui Savoia riportata nel 1625, la popolazione gloriese aveva intanto registrato un cospicuo incremento, tanto che nel 1632 si rese necessario restaurare e ampliare l’Oratorio di Sant’Antonio, dopodiché il numero degli abitanti crebbe ancora fino a quando, nel 1707, per soddisfare le esigenze religiose di una popolazione sempre più consistente, non si dovette provvedere ad edificare una nuova e più capiente chiesa in sostituzione del vecchio oratorio, divenuto ormai troppo piccolo per contenere tutti i fedeli del borgo.

Nel corso dell’età moderna nei pressi dell’abitato di Glori correva inoltre il confine che divideva il territorio della Repubblica di Genova (podesteria di Triora) da quello dei Savoia (nella zona di Carpasio appartenente al Marchesato del Maro). Con il passare degli anni si fece pressante l’esigenza di realizzare una vera e propria rete confinaria in seguito anche allo sviluppo dei centri abitati di Glori Inferiore nel territorio di Triora e di Glori Superiore e Fontanili in quello di Carpasio. Nella frazione di Glori Superiore la tradizione vuole sia stata edificata una fortezza sabauda nella zona detta Masuraria di proprietà della famiglia Scarella; l’esistenza di tale costruzione non risulta tuttavia suffraga da nessuna documentazione storica, anche se tra le case semidiroccate del luogo è ubicato un portico nelle vicinanze del quale vi sono alcune finestrelle-feritoie, che potrebbero far pensare a possibili punti in cui collocare una guardia armata senza peraltro che esista al proposito alcun riscontro documentale. Durante l’età moderna il confine, che passava vicinissimo a Glori in località Fontana-Ciughi-Vallonetto, venne dunque segnato con veri e propri cippi di pietra piantati dove già da tempo esistevano delle croci incise sulla roccia. Tale rete confinaria, estremamente precisa nella corretta delimitazione della linea di frontiera, venne studiata nell’ottobre del 1733 dal cartografo genovese Matteo Vinzoni, il quale avviò la fase progettuale di una nuova demarcazione confinaria che tuttavia dovette essere particolarmente laboriosa in quanto le pietre usate non furono reperite nei vari siti ma si utilizzò un tipo di ardesia e per rendere più ferme le pietre si utilizzò anche calce locale, tanto che sono visibili ancor oggi vicino al Ponte Vecchio di Glori i resti della calcinaia da cui si ricavò tra l’altro la calce per l’erezione del campanile della chiesa parrocchiale. Da segnalare che sul primo cippo, posto in regione Perla vicino al rio Puma, è incisa la data poco leggibile 1733, data dalla quale il confine non sarebbe stato più modificato e attualmente delimita ancora il territorio comunale di Molini di Triora con Carpasio, nonostante vari tentativi di modificarlo pure in tempi recenti. La frontiera gloriese tra i domini genovesi e quelli sabaudi fu causa in varie occasioni di liti e controversie confinarie, che diedero luogo anche a veri e propri processi intentati contro persone accusate di aver oltrepassato illegalmente il confine, come fu il caso dei due Gloriesi Giovanni Borfiga e Giacomo Ozenda, che vennero condannati dal Tribunale di Carpasio il 27 ottobre 1729 a cinque anni di reclusione per aver invaso il territorio di Carpasio il 21 dicembre dell’anno precedente, probabilmente per ritorsione in seguito ad un furto di bestiame, quando si resero responsabili dell’aggressione con arma da fuoco nei confronti dei carpasini Antonio Novella e Giacomo Andrea Verda, mentre il sindaco di Carpasio Antonino Scarella, imputato per aver dato ospitalità ad Antonio Novella nella casa del Monte di Pietà, sul piazzale della parrocchiale carpasina, venne condannato alla sanzione pecuniaria di dieci scudi d’oro.

La successiva invasione da parte delle truppe rivoluzionarie francesi guidate dal generale Massena nell’aprile del 1794 portò anche nella zona di Glori ad una serie di saccheggi e ruberie ai danni della popolazione del paese, che nel 1797, in seguito alla proclamazione della Repubblica Ligure, entrò a far parte insieme a Triora, Molini, Corte, Andagna e Carpasio del quarto cantone della Giurisdizione delle Palme con capoluogo Sanremo, mentre nell’aprile dell’anno dopo Glori e tutti gli altri centri dell’Alta Valle Argentina passarono sotto l’amministrazione della Giurisdizione degli Ulivi, avente Triora come capocantone. Dopo l’annessione della Liguria all’Impero napoleonico nel 1805, Glori passò sotto la giurisdizione del Dipartimento francese delle Alpi Marittime con capoluogo Nizza, dalla quale sarebbe dipesa anche dopo il passaggio della Liguria al Regno di Sardegna nel 1815 fino alla cessione della Divisione di Nizza alla Francia nel marzo 1860, dopodiché il paese entrò a far parte della nuova provincia di Porto Maurizio sempre sotto la giurisdizione del Comune di Triora. Nel 1821 i Gloriesi avevano intanto cominciato ad utilizzare un nuovo cimitero sito sul Poggio, mentre il piccolo camposanto precedente, che era stato inaugurato nel 1725 dopo che, nove anni prima, i Gloriesi avevano ottenuto l’autorizzazione dal vescovo di Albenga De Fornari a seppellire sul posto i morti del paese che in quell’epoca erano ancora tumulati nella chiesa del convento francescano di Triora. Nel 1894, a causa del sovraffollamento dei morti sepolti in tale cimitero, i defunti di Glori furono sepolti per alcuni mesi nel cimitero di Agaggio Inferiore, fino al 1895 quando si sarebbe iniziato ad utilizzare l’attuale camposanto, poi benedetto dal vescovo di Ventimiglia Ambrogio Daffra il 4 luglio 1898. Frattanto, per via della lontananza dell’unica sorgente d’acqua a disposizione degli abitanti del paese, il parroco di Glori don Francesco Ferrari, nativo di Molini di Triora, aveva proposto ai Gloriesi nel 1856 di realizzare di una canalizzazione della sorgente situata ad oriente del borgo in località Raso, da cui, dopo tre anni di duro lavoro da parte di tutti gli abitanti di Glori, sarebbe finalmente scaturita l’acqua in cima all’abitato. Pochi anni dopo il nuovo curato don Luigi Ausenda, avendo verificato che in tempi di siccità l’unica fontana del paese non dava i sperati vantaggi, esortò i Gloriesi a proseguire il canale fino al centro abitato, dove venne all’uopo costruito un grande serbatoio tra le mura dell’Oratorio di Sant’Antonio, della lunghezza complessiva di sei metri, tre di larghezza e due e mezzo di altezza, che venne poi ricoperto da una volta murata in pietra. Sempre su iniziativa di don Ausenda era stato anche collocato, il 20 ottobre 1872, sul campanile della parrocchiale, un nuovo orologio pubblico costruito da Eligio Guidi di Ranzo per la somma di 493 lire. Il 23 febbraio 1887 pure Glori venne colpito dal gravissimo terremoto che sconvolse il Ponente ligure, senza peraltro che in paese si registrassero vittime ma fortunatamente soltanto lievi danni ad alcuni edifici, come la chiesa, la cui balaustra presenta ancora oggi i segni dell’urto di un sasso caduto dalla volta. Dopo il sisma il Governo propose allora ai Gloriesi di abbandonare il paese e stabilirsi nella sottostante località di Piani di Carpenosa, dove a tutti sarebbe stato assegnato un pezzo di terreno per la propria casa e giardino, nonché un prestito a tasso agevolissimo, ma la maggioranza degli abitanti rifiutò la pur allettante proposta, che pure avrebbe potuto assicurare al nuovo sito un brillante futuro, e si dedicò alacremente allo sgombero dalle strade del borgo dei rottami e calcinacci e alla riparazione delle case rimaste danneggiate dal terremoto.

Nel frattempo continuava anche il profondo dissidio degli abitanti di Glori e delle altre frazioni del Comune di Triora nei confronti del capoluogo, accusato di accentrare tutto il potere amministrativo a Triora con grave nocumento per le esigenze politiche, sociali ed economiche degli altri centri del territorio comunale triorese, tanto che nel settembre del 1901 ben 157 elettori delle frazioni trioresi che facevano capo a Molini inoltrarono un’istanza alla Giunta provinciale di Porto Maurizio per lamentare il fatto che Glori e le frazioni più piccole non avevano nessun rappresentante nel Consiglio Comunale di Triora; per tutta risposta la Giunta provinciale, riunitasi il 6 aprile 1901, si limitò a proporre che fossero concessi i consiglieri anche a Glori, Aigovo e Agaggio, mentre il consigliere Carlo Viale avanzò simultaneamente la proposta di raggruppare le frazioni di Glori, Aigovo, Gavano, Agaggio Inferiore e Agaggio Superiore, ma entrambi gli ordini del giorno furono respinti dall’assise. Due anni e mezzo dopo, tuttavia, la secolare lotta per l’indipendenza da Triora ottenne i risultati sperati con la legge n. 505 approvata dal Parlamento il 27 dicembre 1903, che sancì la creazione del Comune di Molini di Triora, al quale venne aggregato anche Glori in qualità di frazione. Negli stessi anni una serie di dissidi e incomprensioni tra la popolazione gloriese e il parroco di origini trioresi Agostino Ermenegildo Faraldi, accusato di azioni discutibili e persino di appropriazione indebita, portò alla cacciata di quest’ultimo nel maggio 1911 e alla sua sostituzione con don Luigi Ausenda, rettore di San Giovanni della Valle, il quale, a causa della profonda inimicizia nutrita nei suoi confronti da parte di molti fedeli, fu costretto anch’egli a rinunciare alla parrocchia di Glori, alla cui guida fu poi chiamato il 1° settembre 1914 don Benedetto Barla, che riuscì a riportare la calma e la serenità al paese. Dopo la prima guerra mondiale, in cui caddero diversi Gloriesi sul fronte italiano, la popolazione di Glori venne colpita dal morbo della «Spagnola», che, nel 1918, causò sei vittime, di cui due in un solo giorno, mentre il 13 febbraio 1920 due gloriesi, il rettore di San Giovanni della Valle don Luigi Ausenda e il reduce della Grande Guerra Vittorio Ausenda, sarebbero tragicamente periti nell’incidente stradale avvenuto in quel giorno in regione Ruinaa a Taggia, quando una corriera precipitò in una scarpata provocando venticinque vittime. Il 14 dicembre 1920 venne anche fondata la Cooperativa Popolare gloriese, nella quale per dieci anni tutti i capifamiglia del paese avrebbero investito i loro risparmi, oltre ad usufruire di una facilitazione sui prezzi nel negozio molto fornito gestito direttamente dal sodalizio, che fu presieduto per gran parte della sua esistenza da Giovanni Ferrari, che ne era anche uno dei maggiori azionisti.

Dopo gli anni del regime fascista, il 13 giugno 1940 anche Glori venne sfollato per gli eventi bellici con la Francia, anche se soltanto pochissime famiglie andarono lontano, a Milano o altrove, mentre la maggioranza della popolazione si rifugiò nella vicinissima Glori Superiore. Nel corso del periodo successivo all’8 settembre 1943 la zona di Glori divenne teatro di un’intensa attività da parte di numerose formazioni partigiane, tra le quali, in particolare, il 4° distaccamento della IX Brigata d’Assalto Garibaldi «Felice Cascione», guidato da Pietro Tento e, a partire dal 12 settembre del ‘’44, la IV Brigata «Elsio Guarrini», comandata da Carlo Montagna (Milan), affiancato dal commissario Ivar Oddone (Kimi) e dal responsabile del Servizio Informazioni Militari Secondo Rovere (Uliano). Tra le varie azioni compiute dai partigiani si segnala quella del 5 giugno ‘’44, quando una squadra del 4° distaccamento attaccò un gruppo di nazifascisti in località Ponte di Glori, uccidendone cinque, ma il fatto più grave si verificò dodici giorni dopo in occasione della furiosa battaglia di Carpenosa tra Tedeschi e partigiani con il paese che rischiò di essere colpito dalle bombe di mortaio, per cui tutti gli abitanti fuggirono nella località Vallonetto, considerata più sicura e al riparo dagli ordigni, mentre i Tedeschi, credendo che alcuni partigiani si fossero nascosti nel campanile di Glori, tentarono di bombardarlo causando lievi danni al cornicione sopra le campane e alla sacrestia senza tuttavia provocare morti o feriti tra la popolazione civile. Nella zona di Glori vennero inoltre fucilati diversi fascisti e partigiani, soprattutto nelle località di Greppo e Fontanili, mentre la notte del 25 febbraio 1945 i Tedeschi effettuarono un massiccio rastrellamento in paese sparando numerose raffiche di mitra e catturando la moglie e la figlia di Antonio Vallini (scambiato per l’omonimo farmacista di Molini di Triora), che vennero condotte a Sanremo e quindi rilasciate alcuni giorni dopo in seguito ai chiarimenti forniti dal Vallini alle autorità tedesche. Alla fine del conflitto il paese non avrebbe fortunatamente registrato caduti, ma soltanto alcuni prigionieri nei campi di lavoro tedeschi, tra i quali fecero ritorno Ernesto Ballestra e Agostino Ozenda, o reduci dalla campagna africana come Vincenzo Ausenda. Nei decenni del secondo dopoguerra Glori ha conosciuto una ripresa delle tradizionali attività economiche del comprensorio, alle quali si è recentemente affiancato il fenomeno del turismo incentrato sull’ulteriore valorizzazione del patrimonio storico-artistico locale.


Dott. Andrea Gandolfo - Sanremo".

Redazione

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