Sanremo Ospedaletti - 06 gennaio 2012, 06:00

L'Epifania ed il Mito della camicia bagnata

In memoria del Dott. Domenico Garibaldi di Riva Ligure

Il Ponte degli Angeli sotto la neve

Il Ponte degli Angeli sotto la neve

In tutto l'arco ligure, dal Ponente al Levante, l' Epifania era vissuta dai bambini in attesa mista d'allegria e mistero. Intanto l'albero di Natale cominciava a perdere alcuni dei pezzi di cui era adornato, specialmente caramelle che erano legate ad intervalli di un palmo della mano. Il filo era bianco quello che serviva per imbastire. I mandarini e le arance, con la scusa che erano troppo pesanti, venivano  diradate, i cioccolatini, con la scusa che si scioglievano... in poche parole l'albero era giornalmente saccheggiato, non rimaneva che la Befana che arrancava dietro i Re Magi per poter portare nuove leccornie. Intanto la televisione non c'era,  la radio per sentirla dovevi andare nell'osteria. Vedere una montagna di bengodi era una tentazione di Tantalo.

Se io non ne approfittavo, ci pensava mia sorella. Parola d'ordine: razziamo, con parsimonia, in santa pace. Ci rimaneva come gioco il focolare, dove ogni tanto, attrezzando il fuoco centinaia di “zemiglie” (faville) vagavano su per la cappa, pensavamo che erano le anime del Purgatorio che tentavano di andare in Paradiso. Alla vigilia il racconto d' obbligo per i bambini  era la venuta dei Re Magi, in sella dei cammelli e dromedari con dovizia di particolari recanti : incenso, oro e mirra... e scorte di “mentine” e “ciappelette d'ordiu” qualche “torroncino”... tutta roba che se la dai ai giovani d'oggi le la gettano in faccia. La cosa che più maggiormente ci attraeva del racconto dei Re Magi, non erano i regali, ma di poterli vedere di persona. Per riuscire nell'intento bisogna sottoporsi ad una prova di forza non indifferente: bisognava indossare una camicia bagnata e tenere in mano una canna verde di fiume, aspettare che suonasse mezzanotte sul ponte di S. Lucia.  In assoluto è il luogo più freddo del paese, dove soffiava una “sizampa  ch'a te azzeisce” (una tramontana infernale). Aspettando i Re Magi attorno al focolare si addormentavamo “in culin a me maie”.

Eravamo deposti anche noi, come Gesù Bambino, nella mangiatoia ovvero su un pagliericcio di granturco. A Badalucco, dicono quando i bambini si addormentano: “Muntautu u càrega Bahaucu” letteralmente significa:”Montalto Ligure copre  Badalucco, il vero significato è che Montalto è paragonato alla palpebra superiore l'occhio,  Badalucco è paragonato alla pupilla, quando uno si addormenta, la palpebra superiore chiude l'occhio. Alla mattina i prodi “descamisados” trovavano sempre nelle scarpe o nelle calze  i sospirati doni, ma con il desiderio che il prossimo anno avrebbero, con la camicia bagnata e la canna in mano aspettato di vedere i Re Magi.  In tutto il Ponente c'  è era questa tradizione orale. A Sanremo il luogo dove bisognava attenderli era: in cima al molo di Ponente, indossando una camicia intrisa d'acqua e reggendo in mano una canna verde. La cosa eccitava i bambini, che francamente non riuscivano a spiegarsi il perché  di quella strana messa in scena,  ma tutti erano disposti a recarsi al  suo molo, sui ponti ecc... pur di non perdere l'eventuale incontro con i Re Magi. Questa storia è stata studiata da parecchi antropologi e nessuno è riuscito a svelare il mistero. Finché il Dottor. Garibaldi Medico di Riva Ligure non ha mi ha fatto dono di questo scritto che è  risolve il quesito!
 IL MITO DELLA CAMICIA BAGNATA. Così scrive il dottor Garibaldi:” Lo studio del passato spesso non da risposta, anzi può moltiplicare le domande, mentre lo studio dell'etimo può inventare la storia (ammesso che la storia sia madre della verità). Una memoria popolare è condensata in una scena, un evento del simbolo di un mito che si perde nella notte dei tempi:”Se vuoi vedere passare i Re Magi al giorno dell'Epifania devi recarti lungo la fiumara di Taggia, indossando una camicia bagnata e con una canna verde in mano.” In un mondo meno fatalistico e sprovveduto del nostro, questo cerimoniale, questo rito a cui si doveva attenere, per aver addito alla presenza divina, è diventato motivo di ironia ed humor, in un universo simbolico che pare così contraddittorio rispetto alla nostra cultura ed alla nostra nazionalità. A chi cerca di immaginare la scena, il particolare che colpisce maggiormente, è la figura della persona con la canna verde in mano. Da molti anni mi chiedo:”Come mai la  la Madonna del Canneto, venerata a Taggia fino dall'VIII secolo, cioè da quando i monaci benedettini introdussero  il culto, è rappresentata con un mazzetto di fiori in mano e non con una canna in mano, come sarebbe più logico attendersi.  Accomuniamo un po' immaginazione e fantasia nel tentativo di analizzare e cercare, quindi, di comprendere un simbolo ponendoci alcune domande. Il delta alluvionale dell'attuale fiumara di Taggia (è il torrente che abbia avuto più nomi della Liguria: Tabia, Barbone, Capriolo, infine  Oxentina > Argentina), era in epoca protostorica, una laguna, una laguna formato da isolotti, stagni e bareme, frequentate da popolazioni liguri, dove una lussureggiante vegetazioni di pioppi e canne faceva da cornice.
               

Il MONOPOLIO DELL' AMBRA. Questo verde stagno rappresentava  l'habitat naturale di molti uccelli acquatici trasmigranti. Il cigno per bellezza e regalità  si distingueva sopra tutti. Con la figura del cigno affiora spontaneamente  il ricordo del mito del dio Fetonte. Ricordiamolo: Fetonte figlio del dio del sole volle un giorno guidare il carro del padre, ma inesperto, precipitò nelle acque del fiume Bodingus, (antico Eridano) l'attuale fiume Po. Il Re dei Liguri Cycnus, a quanto di tramanda il poeta greco Esiodo, amico di Fetonte, sconvolto dal dolore venne trasformato in cigno. Le Sorella di Fetonte, le Eliadi, prese esse da gran dolore, furono trasformate in pioppi, le loro lacrime solidificate trasformatesi in ambra. L'ambra è una resina di natura fossile, dotata di proprietà magnetiche, che che possono essere messe in risalto sfregandola contro determinati tessuti, oppure contro peli emette allora scintille elettriche, a quei tempi fonte di arcana magia. Sappiamo che a quel tempo i Liguri avevano il monopolio nei loro commerci marittimi dell'ambra. Trasformavano il prodotto grezzo in prodotto lavorato: monili, amuleti, che secondo la loro sponsorizzazione, avrebbe avuto virtù magiche e taumaturgiche. Il prodotto era propagandato grezzo dalle proprietà aromatiche, il succino d'estrazione chimica. Che ingerito aveva una presunta azione afrodisiaca ed allucinogena.
  

I MITI GRECI PIACIONO AI LIGURI. Nel IV Sec. ac. i Liguri vennero a contatto con i Greci della Focide, che insediatisi alle foce del Rodano fondarono: Marsiglia, Nizza,  Monaco, taluni storici si spingono sino a Sanremo che i Greci avrebbero chiamata Leucotea. E' una mostruosa buffala metropolitana, anche se due toponimi, nel Ponente,  sono effettivamente greci: AMPELION > VITE,  attuale Capo Ampelio e Col di Rodi > RHODA> ROSA. Niente e vedere con i Cavalieri di Rodi. Negli empori marittimi dove i Greci convivevano con i Liguri vennero a conoscenza del  Mito di Fetonte e del padre degli dei Giove. Il Monte Mongjoie non è molto lontano dal Monte Bego. Mongjoie > il Monte di Giove, che quando era adirato, scagliava sette sui poveri mortali. Certamente l'analogia del comportamento ha legato, nella fantasia, il mito del dio Giove al mito del Dio Bego. Giove era spesso personificato  nella candida figura del Cigno, i Liguri adoravano Cycnus simbolo del re degli dei.  Al mito di Giove, lungo le arse sponde del Mediterraneo era legato al mito mito della dea Io.  Vergine che si era congiunta al toro, personificato da Giove, lungo le sponde  del fiume Nilo, in un primordiale paesaggio formato da paludi e canneti.  Io, creatura delle palude, (quindi personificata dall'acqua) veniva invocata contro la siccità dei territori arsi dell'antica Grecia, amava mostrarsi o apparire con una verde canna in mano. “calamos” ed il rituale per poter evocare la sua apparizione ed avere adito  alla sua personificazione, consisteva  nel presentarsi ai margini della palude con una canna in mano. Così, Io, sulla scia  del mito di Giove, approda nel Ponente, assieme ad “Abelio” e a “Leucotea”. La simbologia cristiana si approprierà di questa bella mitologia ed Io,  la Signora della Paludi verrà trasfigurata  nel simbolo della Madonna del Canneto. Con il trascorre del tempo, la laguna dei Liguri marittimi, diverrà una fertile pianura alluvionale che i Monaci Benedettini trasformarono in un magnifico ubertoso giardino con alberi di olivi ed  vigne ricche di grappoli gialli ambrati, dove inalzeranno alla Madonna con il un mazzetto di viole in mano una bella chiesa. I miti di “CYCNUS” e quello di “IO” danno il tocco di grazia  alla storia del Ponente di Liguria, terra dove la fantasia , non è molto connaturale ai suoi abitanti, ma scopriamo dall'indagine mitologia  che i popoli che si affacciano nel Mediterraneo hanno in comune molti miti e leggende, tra cui la “sperlengoia”, ne parleremo in una prossimo anno. Interrogando la tradizione popolare e dotta, scomponendo le parole chiave nascoste, spesso nelle pieghe distorte del nostro dialetto ponentino, possiamo scoprire il mistero, scostare il velo che copre i frantumi di un tempo di cui nessuno ricorda più niente.                                                

Auguri  de Bon Anu.  











Lui Cerin

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