Nel febbraio 1814 Napoleone, ormai prossimo a firmare la capitolazione con i rappresentanti delle potenze alleate, decise di liberare il pontefice Pio VII dalla prigionia cui lo aveva ridotto nel castello di Fontainebleau, consentendogli di rientrare nei suoi stati. Dopo aver ricevuto entusiastiche accoglienze da parte della popolazione durante il viaggio di ritorno in territorio francese, l’11 febbraio il papa venne accolto dal clero e dalle autorità intemelie alla porta Canarda di Ventimiglia, da dove il corteo papale si portò a Camporosso, quindi a Bordighera e infine a Ospedaletti, al confine con il comune di Sanremo. Peraltro, fin dal 9 febbraio, quando si era sparsa la notizia del prossimo arrivo del pontefice a Nizza, il prefetto del Dipartimento delle Alpi Marittime aveva autorizzato il sottoprefetto e maire di Sanremo Tomaso Borea d’Olmo, che si trovava per motivi di lavoro a Nizza, a rendere subito nota tale notizia nella città matuziana al fine di provvedere immediatamente ai lavori di riparazione delle strade, addobbo degli edifici e delle chiese e quant’altro si fosse reso necessario per accogliere degnamente l’illustre ospite. Il barone Borea d’Olmo chiese allora al prefetto di Nizza il permesso di rimanere nel capoluogo dipartimentale per poter baciare il piede del papa, assicurandogli che sarebbe partito per Sanremo la notte successiva. Il maire, che riuscì a farsi riconoscere il diritto di ospitare presso la sua dimora sanremese il Santo Padre, avvertì tramite un corriere la moglie baronessa di addobbare il palazzo di famiglia che avrebbe ospitato il papa, e ordinò al suo vice Gio Carlo Laura di predisporre tutto il necessario per ricevere adeguatamente il pontefice.
La sera del 9 febbraio il maire Borea incontrò Pio VII e il giorno successivo si recò a Sanremo, dove riferì di aver avuto l’onore di baciare il piede al Santo Padre. Giunto in città, constatò con soddisfazione che tutte le disposizioni che aveva impartito alla moglie circa l’apprestamento della sua dimora, e quelle diramate ai suoi aggiunti Stella e Laura, per quanto concerneva le strade e le case, erano state rispettate. Intanto la notizia dell’imminente arrivo del papa si era sparsa in città, come ne riferisce puntualmente il Manoscritto Borea: «Una tale notizia fu propalata per la Città a un’ora dopo mezza notte, e le provvidenze ed ordini furono dati perché le strade fossero riatate, perché le Campane annunziassero una tale notizia, perché illuminazioni, confraternite ed ogni ceto infine di persone potessero vie più rendere solenne l’ingresso del S. Padre. Da tutte parti anche de paesi vicini accorse il Popolo: la chiesa di S. Siro fu pomposamente con apparato guarnita, ingrandito il Presbitero, fatto elevare in cornu Evangeli un magnifico Trono coll’Emblema al S. Triregno e delle Chiavi, tutte le altre chiese furono ornate ugualemente e specialmente quella delle Religiose».
Intanto il corteo papale, giunto al confine con il territorio di Ospedaletti, venne accolto festosamente dagli abitanti e dal clero di Coldirodi, ai quali si aggiunsero ben presto quelli di Sanremo. Qui, però, si verificò il primo grave incidente tra Collantini e Sanremaschi, causato anche da vecchie ruggini tra gli abitanti dei due borghi confinanti. Volendo infatti i Collantini trattenere il Santo Padre nel loro paese, nella segreta speranza che il papa pernottasse a Coldirodi, i Sanremaschi, che non avevano ovviamente nessuna intenzione di rinunciare a condurre il pontefice a Sanremo, vennero alle mani con i Collantini, tanto che dovettero intervenire i gendarmi e la guardia nazionale per calmare gli animi. Fin dalle prime ore dell’11 febbraio era frattanto partito dalla città il sottoprefetto Borea d’Olmo per accogliere il papa, seguito poche ore dopo dalle confraternite, dai rappresentanti del clero diocesano, da cento uomini della guardia nazionale, dai consiglieri comunali e da moltissimi cittadini. Dopo aver trasportato il Santo Padre con la portantina fino alle porte della città e aver fatto una breve sosta nella chiesa di San Rocco, il corteo papale raggiunse la basilica di San Siro tra due ali festanti di popolo. Nella chiesa il papa fu accolto da una folla esultante che lo acclamò a lungo e alla quale il pontefice impartì per tre volte la sua benedizione. Così racconta la scena il barone Borea d’Olmo nel suo diario di famiglia: «Il suono delle Campane, lo strepito de strumenti musicali, le acclamazioni dell’immenso popolo che adimandava la benedizione interruppe a più riprese la Religiosa salmodia. La chiesa di S. Siro illuminata e piena di persone presentava un bel colpo d’occhio, Sua Santità stette ad osservarlo con trasporto. Cantato il Tantum Ergo in Musica, e Benedetto dal Can.° Decano il Santo Padre, il Venerabile, dal faldistorio salì all’altare, e fra gli eviva, e le acclamazioni benedisse il Popolo colla tripla sua Benedizione».
I festeggiamenti religiosi riuscirono particolarmente solenni grazie soprattutto all’intervento fattivo delle varie confraternite, i cui membri, con fiaccole accese in mano, si disposero lungo il percorso del corteo papale dalla chiesa al palazzo Borea d’Olmo, disegnando due ali di luce ai lati della strada. Giunto all’interno della sontuosa dimora sanremese dei Borea, il pontefice vi fu accolto dalla padrona di casa, baronessa Borea d’Olmo, e da sua madre, contessa Caterina Sapia Rossi, dal maggiore dei dragoni, Paolo Geronimo Borea d’Olmo, dal conte Pier Michelangelo Sapia Rossi, dal capitano del porto di Sanremo e fratello del maire Tomaso, Paolo Borea d’Olmo, e da vari altri esponenti dell’apparato amministrativo e giudiziario locale, ai quali Pio VII impartì la benedizione apostolica. Il maire Borea d’Olmo riuscì allora a convincere il Santo Padre a fermarsi a Sanremo anche per la giornata successiva (12 febbraio), mentre, tutto intorno al palazzo, una grande folla premeva per poter essere ammessa al bacio del piede del papa o per riceverne la benedizione. Il Santo Padre cercò allora di accontentare il maggior numero possibile di persone, ammettendo alla sua presenza tutti coloro che potevano entrare, senza distinzione di classe e di condizione economica o sociale. Tali manifestazioni di giubilo popolare non furono però affatto gradite dal colonnello Lagorse, sottointendente del palazzo di Fontainebleau e incaricato dal governo francese di scortare il pontefice fino a Roma, e dal sottoprefetto Bocccardi, che anzi reagì con particolare durezza al tentativo di alcune confraternite della valle Argentina di entrare a Sanremo per ossequiare il Santo Padre, rimandandole indietro. Si racconta persino che avrebbe risposto con uno schiaffo alle ripetute richieste di un certo Gio Batta Frontero di Montalto, che insisteva a voler raggiungere il papa.
Alle nove di mattina del 12 febbraio Pio VII celebrò la Santa Messa nella cappella del palazzo Borea d’Olmo assistito dai vescovi di Todi e Foligno, ammettendo subito dopo al bacio del suo piede tutti i membri del clero, le nobildonne di casa Borea, i soldati della guardia nazionale e un gran numero di cittadini. La sera alle otto e mezza il papa ricevette quindi in udienza privata i membri delle famiglie Borea d’Olmo e Sapia Rossi. Così è descritta l’udienza nel Manoscritto Borea: «La Sera all’ore otto e mezzo [il Papa] ricevette nella Sua Camera in particolare udienza, le Sig.re Baronessa Borea, Cattarina Sapia, il Sig.r Pier Michel Angelo Sapia Rossi, l’Ab.te Pier Gerolamo Sapia, il Cavaliere Borea Zio ed il Cavalier Paolo fratello, Livietta Tomasina Pier Michel Angelo Francesca Agostino, Camilletta è Paolino figli tutti del Sig. Maire e della Sig.ra Costanza Baronessa Borea d’Olmo. Accolse tutta la famiglia Borea e Sapia riuniti in una e impartì la Sua Santa Benedizione a tutti che accolsero con devozione; il Sig. Pier Michelangelo ed Prete Ab.te Gerolamo Sapia Rossi che servì Sua Santità quando celebrò la Santa Messa erano sempre colle lagrime alli occhi entrando a parte della domestica consolazione che aveva avuto la Famiglia».
Intanto la particolare esultanza della popolazione per la presenza del papa cominciava a preoccupare vivamente il colonnello Lagorse, che, intuitane la matrice antinapoleonica, adducendo la scusa di un notevole ritardo sul previsto arrivo a Roma, ma in realtà profondamente irritato per le accoglienze ricevute fino a quel momento dal corteo papale, si adoperò per tutta la giornata del 12 affinché il viaggio del Santo Padre proseguisse per mare. Lagorse incaricò allora il capitano del porto matuziano Paolo Borea d’Olmo di preparare tre gozzi, di cui uno destinato al papa, guarnito di damaschi, alla cui guida, per l’uscita dal porto, si offrì lo stesso capitano Borea. Raggiunta la zona adibita per l’imbarco ed elargita l’ultima benedizione alla popolazione che si era radunata nei pressi della Marina, Pio VII salì a bordo del vascello damascato aiutato dal maire Borea d’Olmo, che così ha descritto la partenza del papa nel suo diario: «Asceso sul Gozzo appogiando il Piede sopra il Ginochio del Maire, e sostenuto dal sudetto Maire che unitamente ad altri lo salutavano per entrare nel Gozzo bacciandoli il Piede il Maire adimando la Santa sua Benedizione al Santo Padre alla Città, alle Campagne che dopo averli detto d’averla già data, ben volentieri accondiscese a darla di nuovo». Già i tre gozzi erano salpati che un furioso vento contrario proveniente da levante costrinse il corteo a tornare indietro e il papa venne ricondotto a palazzo Borea per riprendersi dal forte mal di mare. Il colonnello Lagorse decise allora di riprendere il viaggio via terra, e così quello stesso giorno, 13 febbraio, il pontefice, attraversato il torrente Armea tramite un ponte di legno fatto appositamente costruire per facilitargli il passaggio, raggiunse Bussana, dove fu accolto dal maire Francesco Calvino e dalla popolazione locale esultante. Intanto a Sanremo una grande folla aveva invaso le sale di palazzo Borea per baciare il letto, il pavimento e il trono papale ed era anzi stata trattenuta a stento dai dipendenti di casa Borea quando stava per portarsi via anche le lenzuola, gli arredi ed oggetti vari che erano stati utilizzati dal pontefice durante il suo soggiorno matuziano. Per eternare la visita del papa presso la sua dimora, il barone Borea d’Olmo fece anche apporre due iscrizioni all’interno del suo palazzo, composte alla presenza del Santo Padre e da lui stesso approvate. La prima, incisa in caratteri d’oro sull’architrave della stanza dove aveva dormito il pontefice, recitava: «Pio VII / Pontifici Maximo / Hic / somno quod membra levaverit / Joan. Bap. Borea de Ulmo / M.P.C. / Anno MDCCCXIV». La seconda, in marmo, posta sopra la porta del salone, e tutt’ora visibile, era invece così concepita: «M.AE.S. / Pio VII / Pontifici Maximo / Ex Gallia feliciter reduci / quod domum Borea de Ulmo / maiestate compleuerit / ad tanti hospitis memoriam / An. D.ni MDCCCXIV Prid. id. februari».





