Ventimiglia celebra il Giorno del Ricordo in memoria delle vittime delle foibe, dell'esodo giuliano-dalmata e delle vicende del confine orientale del secondo dopoguerra. La cerimonia di commemorazione si è svolta questa mattina al cippo presso il giardino Martiri italiani delle Foibe sul lungomare Varaldo.
Alla presenza di autorità civili, militari, religiose, della polizia locale, dell'associazione nazionale carabinieri, della Croce Verde Intemelia, dell'Orchestra Filarmonica Giovanile Città di Ventimiglia, di associazioni d'arma e combattentistiche, di associazioni del territorio e dei cittadini si sono svolti l'alzabandiera, la deposizione di una corona d'alloro, l'intervento del consigliere provinciale Gabriele Amarella, il discorso del sindaco Flavio Di Muro, un'orazione ufficiale a cura di Jacopo Leone, membro del Comitato Provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Imperia, e il discorso di Giovanni Chersola, delegato provinciale per Genova dell'Opera nazionale dei caduti senza croce. L'evento è stato organizzato dal Comune in collaborazione con l’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia e la Delegazione provinciale dell’Opera Nazionale per i Caduti senza Croce.
"Porgo un saluto alle autorità civili, militari e religiose presenti. Saluto, inoltre, le associazioni combattentistiche e d'arma sempre presenti e partecipi alle commemorazioni del 10 febbraio, custodi di una memoria che non deve andare dispersa. Ci tengo, inoltre, a portare i saluti dell'Amministrazione provinciale e, in particolar modo, i saluti del nostro presidente, l'onorevole Claudio Scajola" - dice il consigliere provinciale e consigliere comunale a Ventimiglia Gabriele Amarella - "Oggi celebriamo il Giorno del Ricordo, una ricorrenza solenne e doverosa nella quale rendiamo onore alla memoria di migliaia di italiani giustiziati e infoibati nel secondo dopoguerra. Uomini, donne e bambini che furono vittime di una violenza ceca, spesso colpiti non per ciò che avevano fatto ma per ciò che erano. Ricordiamo, inoltre, gli oltre 250mila profughi italiani dell'Istria, di Fiume e della Dalmazia costretti ad abbandonare le proprie case, i propri affetti, la proprie radici, colpevoli soltanto di appartenere a una nazionalità diversa da quella slava. Un esodo forzato che rappresentò una delle più grandi tragedie umanitarie del Novecento italiano segnando per sempre la vita di intere famiglie e di intere comunità. Per troppo tempo queste vicende sono state avvolte dal silenzio, da rimozioni e letture parziali della storia. Oggi abbiamo il dovere di rileggere quegli eventi con uno sguardo critico consapevole, libero da ideologie e soprattutto da strumentalizzazioni capaci di riconoscere il dolore delle vittime e la complessità del contesto storico senza mai giustificare la violenza. Ricordare non significa alimentare divisioni o rancori ma restituire dignità a chi ha sofferto e riaffermare i valori fondamentali della nostra Repubblica: il rispetto della persona, la tutela delle minoranze, la condanna di ogni forma di odio etnico e politico. Il Giorno del Ricordo, quindi, non soltanto è un giorno della memoria ma anche un potente monito soprattutto per le nuove generazioni. Un invito a conoscere la storia, a comprenderne le ferite affinché tragedie come quelle delle foibe e dell'esodo giuliano-dalmata non trovino mai più spazio nel nostro presente e nel nostro futuro. Solo attraverso una memoria condivisa, consapevole e responsabile possiamo costruire una società più giusta, fondata sul dialogo, sulla pace e sul rispetto reciproco".
"Nel Giorno del Ricordo siamo in un ideale raccoglimento di fronte a ogni foiba, rappresentata da un cippo come questo, luoghi dove si aprono le ferite del suolo che hanno inghiottito migliaia di martiri in quella che è una delle pagine più buie della storia del nostro Paese" - afferma il sindaco Flavio Di Muro - "Oggi siamo qui a ricordare quelle persone che avevano un nome e di cui il tragico destino solo recentemente è riemerso dal buio e dal silenzio delle foibe. Erano uomini, donne, bambini e bambine, vittime dell'odio efferato del regime comunista di Tito che a distanza di molti anni appare sempre più insensato. Una vera e propria pulizia etnica, priva di qualsiasi spiegazione. Molti di loro ad oggi non hanno ancora un nome, se non il nome di chi non ha conosciuto nessuna liberazione o vittoria. Insieme a loro ricordiamo anche i 350mila connazionali che abbandonarono le loro case e la loro terra, colpevoli soltanto di essere italiani e che cercarono rifugio verso la madrepatria dove furono accolti dall'indifferenza generale e dal silenzio, quasi fossero criminali di guerra. Oggi non siamo qui per eccedere all'offesa, al rancore e all'odio per quello che è successo, se lo facessimo renderemo vano il sacrificio di queste persone perché perpetremmo l'odio, il medesimo che le ha uccise. Oggi, quindi, dopo l'assordante silenzio delle istituzioni durato decenni, riuniamo in un abbraccio quello del nostro Tricolore che qui campeggia i martiri di allora, coloro che furono costretti a lasciare le loro case e i loro discendenti che serbano sempre vivo nel cuore il dolore di quei drammi e di quelle tragedie che ringrazio per il loro contributo che tra poco vorranno donarci. Nei loro confronti abbiamo soltanto il dovere della pietà, del rispetto e della memoria. In particolare, in questa occasione vorrei ricordare il nostro concittadino Antonio Orengo, morto infoibato, al quale è stata dedicata una via a Latte, suo paese natio. Antonio aveva scritto ai genitori il 1 maggio del 1945: 'Cara madre, la guerra è finita, torno a casa'. Di lui, però, non si seppe più nulla. I genitori cercarono risposte per anni usando ogni mezzo. Oggi sappiamo che lui, finanziere in servizio a Trieste, con tutto il suo plotone cadde in un tranello. Le milizie comuniste di Tito fecero loro consegnare le armi promettendo che li avrebbero mandati a casa e, invece, furono imprigionati e trucidati nelle foibe. Ora il ricordo di Antonio non sarà più dimenticato. Antonio, finanziere di 19 anni, ucciso il 3 maggio del 1945 nella foiba di Basovizza. La sua colpa? Essere italiano".
"Oggi viene ricordato questo brutto periodo della storia" - interviene Jacopo Leone, membro del Comitato Provinciale dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia di Imperia - "Era il 1947 e ormai quasi tutte le decisioni prese a Jalta, due anni prima da Roosevelt, Churchill e Stalin sull'assetto politico territoriale dell'Europa da concretizzarsi dalle cosiddette sfere di influenza attribuite a ognuna delle potenze rappresentate, erano diventate realtà e avevano fatto le loro vittime. Fra queste l'Istria, isola che si propende nell'Adriatico settentrionale tra i golfi di Trieste e Fiume, l'attuale Rijeka. Il trattato di Parigi del 1047 attribuiva quasi tutta la penisola alla Jugoslavia. In questo scempio regionale si salvò il territorio libero di Trieste, che comprendeva, oltre alla città e al suo entroterra, una fascia di Istria, a nord, divisa in zona A e in zona B".
"Oggi ricordiamo che quest'anno è l'ottantesimo anniversario della costituzione della nostra Repubblica ed è anche l'ottantesimo anniversario della strage di Vergarolla, che è stata dimenticata per molto tempo. Si può sostenere che è stata la prima strage terroristica della Repubblica italiana" - ricorda Giovanni Chersola, delegato provinciale per Genova dell'Opera nazionale dei caduti senza croce - "Sono stati dimenticati anche tutti gli italiani che abitavano a Trieste, Venezia, Giulia, Gorizia e Dalmazia e che non poterono votare perché nel frattempo a Belgrado avevano deciso di spartire la Venezia-Giulia e Dalmazia in una zona A, che comprendeva Trieste e Golizia, e in una zona B, sotto l'occupazione titina. Data quella situazione non si ritenne opportuno mutare".
Nel pomeriggio alle 14.30, l’assessore regionale Claudia Morich, figlia di esuli giuliano-dalmati, incontrerà il consiglio dei giovani cittadini presso l’aula consiliare della città di Ventimiglia per condividere un momento di riflessione e raccontare la sofferenza patita dalla sua famiglia in quei terribili anni di persecuzione. Le bandiere degli edifici pubblici sono state, inoltre, esposte a mezz’asta come disposto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.