Attualità - 16 settembre 2026, 07:11

Caso Nessy Guerra, nuovo video-appello sui social: “Mi avete chiesto di stare zitta, io ho scelto di fare rumore”

A poche ore dall'ultimo video di Tamer Hamouda, la giovane sanremese torna a parlare: “Per voi era un semplice divorzio, per me era ed è la vita di mia figlia”

Stai zitta. La tua voce è scomoda”. Inizia così il nuovo, durissimo video pubblicato da Nessy Guerra sui social a poche ore di distanza dall'ultimo intervento dell'ex marito Tamer Hamouda. Poco più di due minuti nei quali la giovane sanremese ripercorre tre anni di battaglie, accuse, procedimenti giudiziari e tentativi di trovare una soluzione per tornare in Italia insieme alla figlia Aisha.

Questa volta, però, il destinatario del messaggio non è soltanto l'ex marito. Nel mirino di Nessy finiscono soprattutto le istituzioni e la gestione della sua vicenda, che la giovane sostiene sia stata a lungo trattata come una controversia legata alla separazione anziché come un caso di violenza.

Un'accusa che arriva in un momento particolarmente delicato. Solo poche ore prima Hamouda aveva pubblicato un video rivolto al Governo egiziano chiedendo espressamente che Nessy venisse arrestata e incarcerata dopo il rifiuto della sua proposta di “riconciliazione”. La difesa della giovane, attraverso l'avvocata Agata Armanetti, ha già annunciato una nuova denuncia e continua a chiedere un'accelerazione delle iniziative per riportare madre e figlia in Italia.

“Voi che dovevate proteggermi, invece mi avete processata”. Nessy sceglie parole pesanti fin dai primi secondi: “Stai zitta, la tua voce è scomoda, bugiarda, manipolatrice, poco di buono, quella che esagera. Questi sono tutti gli aggettivi che mi avete cucito addosso. Voi che dovevate proteggermi, invece mi avete processata”.

Poi torna su quello che considera uno degli errori fondamentali compiuti nella lettura del suo caso: “Per voi era un semplice caso di divorzio, mentre invece per me era ed è tuttora la vita di mia figlia”.

È una posizione che ricalca quanto sostenuto nelle ultime ore anche dalla sua legale. Armanetti aveva infatti contestato l'interpretazione della vicenda come una semplice separazione conflittuale, sostenendo che debba essere affrontata innanzitutto come una storia di violenza.

“Mi è stato chiesto silenzio per tre anni”. Il termine attorno al quale Nessy costruisce l'intero video è uno: silenzio. “Ecco che cosa mi è stato chiesto da tre anni a questa parte”, afferma, prima di ricostruire alcuni degli episodi che, secondo la sua versione, avrebbero segnato i rapporti con le istituzioni.

“Silenzio quando mi dicevano che avrei dovuto firmare un accordo con il mio ex, altrimenti mia figlia sarebbe finita in un orfanotrofio”, sostiene Nessy. Si tratta di un'accusa formulata direttamente dalla giovane nel video e sulla quale, allo stato attuale, non viene fornita una replica delle persone chiamate in causa.

Nessy torna quindi sui tentativi di mediazione con Hamouda: “Silenzio quando mi hanno seduta al tavolo con il mio aguzzino, violando l'articolo 48 della Convenzione di Istanbul, che vieta la mediazione tra vittima di violenza e carnefice”.

Il riferimento è alla disposizione della Convenzione di Istanbul che vieta i procedimenti obbligatori di risoluzione alternativa delle controversie, comprese mediazione e conciliazione, in relazione alle forme di violenza coperte dalla Convenzione.

L'affondo sulla “soluzione condivisa”. Nel video Nessy richiama poi l'interrogazione parlamentare del 2024 e una risposta del ministro degli Esteri Antonio Tajani, soffermandosi in particolare sulla ricerca di una “soluzione condivisa” per la minore. “Mi scusi, una soluzione condivisa con chi?, domanda la giovane, utilizzando poi parole durissime nei confronti dell'ex marito e richiamando le violenze che sostiene di aver subito.

Il punto politico che la giovane vuole porre, però, è più ampio: contesta l'idea stessa che la soluzione al caso potesse passare attraverso un'intesa con l'uomo che lei aveva denunciato. “Io invece ho scelto di gridare”. Da qui il cambio di registro del video. “Io invece ho scelto di gridare e di fare rumore, dice Nessy.

Poi parla apertamente delle proprie condizioni emotive dopo tre anni di vicenda: “Sto male, è vero, non me ne vergogno. Sto male da tre anni, ma lo faccio per mia figlia, per me e per tutte quelle donne che una voce non ce l'hanno più, perché prima che imparassero a gridare e a fare rumore qualcuno le ha messe a tacere per sempre”.

La vicenda personale diventa così, nelle parole di Guerra, una riflessione più generale sulla capacità delle donne di denunciare e sulla risposta che ricevono dalle istituzioni. “Noi donne stiamo imparando a denunciare, a esporre i fatti a nome nostro senza aspettare che qualcuno lo faccia per noi”, prosegue.

“Le istituzioni riescono a intervenire prima che accada una tragedia?” È probabilmente la domanda più forte dell'intero intervento. Nessy la definisce “scomoda come la mia voce” e la rivolge direttamente alle istituzioni: “Le istituzioni sono in grado di intervenire per tempo ed evitare che succeda una tragedia oppure intervengono solo ed esclusivamente quando il rumore è talmente alto che non si può più ignorare?”.

Parole che arrivano mentre la tensione attorno alla giovane e alla figlia è nuovamente aumentata. Prima il documento con il quale Hamouda proponeva di risposare Nessy e, in caso di rifiuto, chiedeva che venisse incarcerata e Aisha consegnata alla nonna paterna; poi il nuovo video dell'uomo rivolto direttamente alle autorità egiziane.

Nel filmato Hamouda ha dichiarato di non avere più intenzione di “perdonare” l'ex moglie, ha annunciato altre due denunce per la presunta diffamazione subita e ha chiesto: “Arrestatela e mettetela in prigione”, accompagnando le proprie parole con ripetuti riferimenti alla religione e alla punizione per l'adulterio.

“Senza l'attenzione mediatica probabilmente non sarei qui”. Nessy attribuisce proprio all'esposizione pubblica del caso un ruolo determinante nella propria vicenda. “Se non fosse stato per l'attenzione mediatica, io probabilmente non sarei qui a parlare”, sostiene, aggiungendo che altrimenti sarebbe potuta finire “dentro un carcere a scontare una pena assurda” oppure, utilizza un'espressione ancora più drammatica, “sotto tre metri di sabbia”.

È la percezione del rischio espressa dalla giovane, non una ricostruzione di un evento accertato. Ma è anche il timore che Nessy dice di portare con sé ormai da anni. Nelle scorse settimane il tema del rischio era stato affrontato anche nella relazione criminologico-comportamentale redatta dalla dottoressa Roberta Bruzzone sulla base della documentazione disponibile e senza un esame clinico diretto di Hamouda. La consulente aveva indicato un livello di rischio “elevato/grave”, chiedendo particolare attenzione alla protezione di Nessy e Aisha e raccomandandone il rimpatrio protetto.

“Tre anni in cui le istituzioni hanno distolto lo sguardo”. Nel finale Nessy torna direttamente ad accusare le istituzioni: “Questa è la realtà da cui le istituzioni hanno distolto lo sguardo per ben tre anni”.

Una valutazione della giovane che arriva nonostante, soprattutto negli ultimi mesi, il caso abbia assunto una dimensione istituzionale sempre più ampia. La Farnesina e l'Ambasciata italiana al Cairo stanno seguendo la situazione, il ministro Tajani si è espresso pubblicamente sulla possibilità di una grazia presidenziale e la vicenda è stata oggetto di interrogazioni parlamentari.

Il caso è arrivato anche a Bruxelles. La Commissione europea ha confermato di essere a conoscenza della situazione e che la delegazione Ue al Cairo mantiene i contatti con l'Ambasciata italiana, precisando tuttavia che Roma non ha finora richiesto un supporto europeo diretto. Per Nessy, però, tutto questo non ha ancora prodotto il risultato che considera fondamentale: poter lasciare l'Egitto insieme ad Aisha e rientrare in Italia.

“Fate rumore per noi”. È per questo che gli ultimi secondi del video diventano un appello diretto a chi, in questi mesi, ha seguito la sua storia. “È solo grazie al rumore, il rumore che abbiamo fatto tutti insieme e continueremo a fare, se le cose possono prendere una piega diversa”, afferma.

Poi la richiesta: “Vi chiedo, per favore, dateci voce. Fate rumore per noi e condividete il più possibile per aiutarci a tornare in Italia”. E il video si chiude con due parole ripetute quasi come il punto finale di tutto il racconto: “Tre anni. Tre anni!”.