Attualità - 12 agosto 2026, 12:21

La diga di Badalucco torna d’attualità: la siccità riaccende il dibattito sugli invasi in Valle Argentina

La lunga storia del progetto ILSA, la protesta del 1963 dopo il Vajont e oggi la nuova emergenza acqua: mentre le piogge scarseggiano, torna sul tavolo l’ipotesi di nuovi sbarramenti

La vecchia diga di Badalucco

La siccità che sta colpendo la provincia di Imperia nelle ultime settimane riporta al centro del dibattito una questione che, in Valle Argentina, affonda le proprie radici in una storia lunga oltre sessant’anni: quella degli invasi e della grande diga progettata a Badalucco. Le precipitazioni continuano a essere scarse anche in questi giorni e le riserve idriche iniziano a ridursi, tanto che in alcuni comuni montani si è già reso necessario ricorrere a forme di razionalizzazione dell'acqua. Tra i territori interessati figurano Apricale e Pigna, dove la disponibilità della preziosa risorsa è diventata un tema sempre più concreto per amministrazioni e cittadini. È in questo scenario che l'ipotesi di nuovi invasi torna a essere discussa, anche alla luce delle difficoltà che si stanno manifestando lungo il torrente Argentina.

La vicenda ha però radici molto più profonde. Nel 1959 la società privata ILSA avviò il progetto per la costruzione di una diga di dimensioni imponenti, alta circa 80 metri, nella Valle Argentina, tra Glori e Badalucco. L'invaso avrebbe dovuto contenere circa 20 milioni di metri cubi d'acqua, con il bacino destinato a estendersi nella valle fino ad Agaggio. Un'opera mastodontica, destinata a modificare profondamente il territorio e che già allora suscitò interrogativi e preoccupazioni. La prospettiva di trasformare una parte consistente della valle in un grande bacino artificiale finì così per diventare un tema centrale nella vita delle comunità locali, fino a sfociare in una delle più importanti mobilitazioni popolari del Ponente ligure.

A cambiare radicalmente il clima fu il disastro del Vajont del 9 ottobre 1963. La tragedia, costata la vita a quasi duemila persone, scosse l'Italia intera e alimentò anche nella Valle Argentina i timori sulla sicurezza delle grandi opere idrauliche. La domanda sulla stabilità del territorio e sulla possibilità che una diga potesse trasformarsi da infrastruttura per la gestione dell'acqua a potenziale fattore di rischio divenne sempre più pressante. L'11 novembre dello stesso anno, guidati dal sindaco Filippo Boeri, migliaia di cittadini di Badalucco, Montalto e Taggia bloccarono la vallata per impedire il proseguimento dei lavori. Una protesta popolare che avrebbe contribuito all'interruzione definitiva del progetto.

Oltre sessant'anni dopo, quella storia è tornata a essere attuale. Qualche anno fa l'ipotesi di realizzare un nuovo invaso nella Valle Argentina era infatti tornata all'attenzione delle istituzioni, inserita nel più ampio dibattito nazionale sulla necessità di aumentare la capacità di accumulo dell'acqua per fronteggiare periodi di siccità sempre più frequenti. Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti aveva stanziato risorse per un nuovo studio di fattibilità, riaprendo di fatto una discussione che sembrava appartenere al passato. Anche in quell'occasione la reazione delle comunità locali non si era fatta attendere, con manifestazioni e prese di posizione contrarie alla prospettiva di un nuovo grande sbarramento.

Oggi, però, il contesto è nuovamente cambiato. La scarsità d'acqua sta rendendo il tema degli invasi molto più concreto, non soltanto come ipotesi progettuale ma come possibile risposta a una difficoltà che interessa direttamente cittadini, agricoltura, attività produttive e territori. Il torrente Argentina, in questa torrida estate, mostra gli effetti di una stagione caratterizzata da precipitazioni insufficienti, mentre le riserve tendono progressivamente a diminuire. È una situazione che riporta inevitabilmente alla domanda su come conservare l'acqua quando arriva e renderla disponibile nei periodi di maggiore necessità. Un interrogativo che, in una provincia caratterizzata da valli strette e da una forte stagionalità delle precipitazioni, assume un peso particolare.

La discussione, naturalmente, resta complessa. Da una parte c'è la necessità di garantire una maggiore sicurezza degli approvvigionamenti, dall'altra quella di valutare attentamente l'impatto ambientale, paesaggistico e idrogeologico di eventuali nuove opere. La storia della diga di Badalucco dimostra quanto il tema sia sensibile per le popolazioni della Valle Argentina. Nel 1963 la paura suscitata dal Vajont trasformò il progetto in una questione di sicurezza collettiva e portò migliaia di persone a scendere in strada. Oggi la preoccupazione nasce anche dalla direzione opposta: non dall'eccesso d'acqua e dal rischio di un'opera, ma dalla sua progressiva assenza durante periodi sempre più lunghi.

Il ritorno degli invasi nel dibattito pubblico non significa dunque automaticamente il ritorno della diga di Badalucco così come era stata concepita negli anni Sessanta. Significa piuttosto che, davanti a una risorsa idrica sempre più preziosa, si torna a discutere di come accumulare e gestire l'acqua disponibile. E la Valle Argentina, per storia, caratteristiche territoriali e disponibilità del torrente, torna inevitabilmente sotto i riflettori. La Provincia di Imperia sta vivendo una stagione nella quale la questione idrica non è più soltanto una prospettiva futura: le difficoltà dei comuni montani e la scarsità delle precipitazioni stanno già imponendo attenzione e provvedimenti.

La memoria della grande mobilitazione del 1963 resta quindi sullo sfondo di un confronto destinato a riaccendersi. Allora il timore era quello di una grande opera considerata pericolosa dopo la tragedia del Vajont; oggi il problema è trovare risposte a una disponibilità d'acqua che si fa sempre più incerta. Il punto di equilibrio dovrà necessariamente passare da studi, valutazioni ambientali, sicurezza del territorio e confronto con le comunità interessate. Ma una cosa appare evidente: mentre le piogge continuano a farsi attendere e le riserve idriche diminuiscono, la parola "invasi" è tornata a circolare con sempre maggiore insistenza anche nel Ponente ligure. E, in Valle Argentina, quella parola porta con sé una storia che il territorio non ha mai dimenticato.