Nella notte dei desideri, la stella più luminosa non è caduta. È atterrata a Sanremo, al centro del palco dell’Auditorium Franco Alfano, vestita di rosso e accompagnata da una voce capace di attraversare quasi due ore senza perdere intensità, controllo e presenza. Belinda Davids ha fatto cantare e ballare un Alfano sold out, pieno in ogni ordine di posto. Un pubblico inizialmente seduto, quasi rispettoso davanti alla grandezza del repertorio di Whitney Houston, e poi progressivamente liberato: prima gli applausi, quindi le standing ovation, infine le persone in piedi a seguire il ritmo di canzoni che hanno smesso di appartenere soltanto alla loro interprete originale per entrare nella memoria collettiva.
Chi lavora da anni all’interno dell’Auditorium racconta di avere assistito raramente a una risposta simile. Non soltanto per la quantità del pubblico, ma per la qualità della partecipazione. La platea non si è limitata ad approvare la prova vocale di Davids: ha seguito ogni passaggio, atteso gli acuti, riconosciuto le introduzioni e cantato con lei. Fino a trasformare un omaggio in una celebrazione condivisa. “Indimenticabile Whitney” aveva un compito difficile: confrontarsi con una delle voci più riconoscibili e tecnicamente complesse della musica contemporanea senza scivolare nella semplice riproduzione. Belinda Davids ha trovato la risposta nel punto di equilibrio tra fedeltà e personalità. Whitney era presente in ogni canzone, ma sul palco c’era Belinda.
La magia comincia prima del concerto. Che la serata potesse regalare qualcosa di speciale lo si era compreso prima ancora dell’inizio ufficiale. Un inconveniente tecnico avrebbe potuto produrre un momento di attesa e spezzare la tensione costruita intorno al concerto. Davids lo ha trasformato nella prima esibizione della notte. Si è messa a cantare a cappella. Senza orchestra e senza protezioni, la sua voce ha riempito l’Alfano, conquistando il pubblico al primo istante. È stato un gesto spontaneo, ma anche una dimostrazione della sicurezza tecnica dell’artista: intonazione, proiezione e controllo del suono sono rimasti esposti, senza che nulla potesse nasconderli. In quei pochi minuti è emersa anche la sostanza del suo rapporto con la musica di Whitney Houston. Non una maschera da indossare, ma un linguaggio assimilato nel tempo. Davids conosce le pieghe di quelle melodie, il momento esatto nel quale una frase deve rimanere trattenuta e quello in cui può aprirsi, la distanza tra un acuto eseguito correttamente e una nota capace di produrre un’emozione.
La tecnica è stata evidente per tutta la sera, ma non è mai diventata esibizione fine a sé stessa. Anche nei passaggi più impegnativi, negli allunghi e nei cambi di registro, la voce è rimasta al servizio del racconto. È questa la differenza tra chi affronta il repertorio di Whitney per dimostrare di poterlo cantare e chi riesce a restituirne la temperatura emotiva.
Una voce potente che sa anche trattenersi. Il repertorio di Whitney Houston può ingannare. La memoria tende a conservarne soprattutto gli acuti, le grandi aperture vocali e i finali travolgenti. La sua complessità, invece, risiede anche in ciò che precede l’esplosione: le frasi pronunciate quasi sottovoce, il controllo del respiro, le variazioni dinamiche e la capacità di far crescere una canzone senza anticiparne il punto culminante. Belinda Davids lo ha mostrato alternando potenza e misura. Il volume non è stato l’unico strumento a disposizione. Nei brani più intimi ha lavorato sul colore, lasciando respirare le parole e costruendo una tensione progressiva. In quelli più energici ha liberato la propria estensione, sostenendo le note senza irrigidirle e attraversando i registri con naturalezza.
“I Have Nothing” e “One Moment in Time” hanno richiesto proprio questa architettura: una partenza controllata, il crescendo e infine l’apertura della voce sopra l’orchestra. In “Greatest Love of All” la forza non è arrivata soltanto dall’ampiezza vocale, ma dal modo nel quale Davids ha restituito il significato di una canzone diventata negli anni un’affermazione di dignità e fiducia in sé stessi. Poi è arrivata “I Will Always Love You”, il banco di prova inevitabile. Un brano che tutti conoscono e che proprio per questo non concede riparo: il pubblico ne anticipa ogni pausa, ogni salita e ogni cambio di intensità. Davids non ha cercato di sorprenderlo alterandone la forma. Ha rispettato l’attesa, costruendo il passaggio dalla fragilità iniziale alla pienezza del ritornello e affrontando il momento più celebre senza trasformarlo in una gara di potenza. L’applauso è cominciato quasi prima che l’ultima nota si spegnesse. Poi l’Alfano si è alzato.
L’Orchestra non accompagna: respira con lei. Accanto a Belinda Davids, l’Orchestra Sinfonica di Sanremo ha svolto un lavoro molto più complesso di un semplice accompagnamento. Sotto la direzione del maestro Roberto Molinelli, autore anche degli arrangiamenti, la Sinfonica è entrata nel repertorio rispettandone l’origine pop e soul, ma ampliandone profondità e spazio emotivo. Il rischio di un progetto simile è duplice. Da una parte, l’orchestra può rendere troppo solenni canzoni nate dentro una forma pop; dall’altra, può limitarsi a sovrapporre archi e fiati a strutture già definite, producendo un arricchimento soltanto apparente. Molinelli ha evitato entrambe le possibilità. Gli arrangiamenti hanno conservato la riconoscibilità dei brani, lasciando alla voce il centro della scena, ma hanno utilizzato l’orchestra per accompagnarne le trasformazioni. Gli archi hanno sostenuto le ballad senza appesantirle, costruendo tensione nei crescendo e ritirandosi quando era necessario lasciare spazio alla parola. Nei passaggi più ritmici, invece, la Sinfonica ha mostrato elasticità, aderendo al carattere pop senza perdere precisione e identità.
Voce e orchestra si sono ascoltate. Davids ha seguito le aperture costruite dal podio, mentre Molinelli ha saputo assecondarne i tempi, le sospensioni e le variazioni. Il risultato è stato un dialogo nel quale nessuna delle due componenti ha cercato di prevalere. Lo si è compreso anche dai gesti della cantante. Più volte ha ringraziato il maestro e i professori d’orchestra; in alcuni momenti si è fatta da parte, spostandosi fisicamente dal centro del palco affinché gli applausi raggiungessero interamente la Sinfonica. Non una formula di cortesia, ma il riconoscimento di un lavoro condiviso. È stata anche questa umiltà a rafforzarne la presenza. I grandi interpreti non hanno bisogno di occupare ogni secondo della scena: sanno quando conquistarla e quando consegnarla agli altri.
Dalle ballad alla festa, l’Alfano cambia forma. La seconda anima del concerto è emersa quando il repertorio ha lasciato le grandi ballad per ritrovare la Whitney più pop e danzante. “So Emotional” e “I Wanna Dance with Somebody” hanno cambiato il rapporto tra palco e platea. Il pubblico, fino a quel momento coinvolto soprattutto attraverso il canto e gli applausi, si è alzato in piedi. Le file ordinate dell’Auditorium sono diventate per alcuni minuti una pista da ballo, con persone di età differenti unite da brani che hanno attraversato quasi quarant’anni senza perdere immediatezza. È in questo passaggio che il concerto ha mostrato pienamente la vastità dell’eredità di Whitney Houston. Ridurla alla grande voce delle ballad significherebbe raccontarne soltanto una parte. Houston è stata anche energia, ritmo, televisione, videoclip e pop globale. Ha saputo portare una tecnica di derivazione gospel dentro canzoni capaci di raggiungere milioni di persone, senza rendere meno accessibile la propria complessità vocale. Davids ha attraversato entrambe le dimensioni. Nelle ballad ha trattenuto l’Alfano dentro il silenzio dell’attesa; nei successi più ritmati lo ha spinto ad abbandonare le sedie. Il passaggio non è apparso forzato perché a tenere insieme il concerto è rimasta la sua presenza scenica: elegante, magnetica, ma mai distante.
De Lorenzo: “La risposta del pubblico ci dice che abbiamo visto bene”. Prima del concerto, il direttore artistico della Sinfonica, Giancarlo De Lorenzo, ha tracciato un primo bilancio della stagione estiva, arrivata a metà del proprio percorso. "Facciamo alcune piccole considerazioni – ha spiegato –. La stagione sta andando molto bene e siamo molto contenti, soprattutto della vostra risposta. Stiamo affrontando una grande sfida, ma la partecipazione del pubblico ci dice che, in fondo, abbiamo visto bene. Crediamo molto in quello che facciamo e pensiamo di avere soddisfatto le richieste degli spettatori. I numeri ci dicono che agosto sarà un mese positivo". Il tutto esaurito dell’Alfano e la partecipazione registrata durante il concerto rappresentano una conferma concreta. La sfida della Sanremo Summer Symphony è portare l’orchestra dentro repertori differenti senza trasformarla in una presenza decorativa e senza perdere il suo carattere. Con Belinda Davids l’incontro è riuscito perché il progetto possedeva una necessità musicale precisa. La voce di Whitney Houston nasce già da un equilibrio tra gospel, soul e pop; l’orchestra ha potuto allargare questa materia, sottolineandone la componente drammatica e offrendo una nuova profondità alle melodie.
La stella rimasta al centro del palco. Nella notte di San Lorenzo qualcuno avrà alzato gli occhi verso il cielo, aspettando una scia luminosa alla quale affidare un desiderio. Dentro l’Alfano, per quasi due ore, nessuno ha avuto bisogno di cercarla. La stella era al centro del palco, vestita di rosso. Ma ciò che ha reso memorabile la serata non è stata soltanto la sua luce. È stato il modo nel quale Belinda Davids ha saputo distribuirla: alla memoria di Whitney Houston, all’Orchestra Sinfonica, al maestro Roberto Molinelli e a un pubblico diventato parte dello spettacolo. Le standing ovation hanno raccontato la potenza della prova vocale. Le persone alzatesi per ballare hanno detto qualcosa di più: quelle canzoni non sono state conservate sotto vetro, ma sono ancora capaci di muovere i corpi, attraversare le generazioni e trasformare un auditorium. Quando l’ultima nota si è spenta, il cielo sopra Sanremo era ancora quello della notte dei desideri. Qualche stella sarà caduta lontano, inosservata. Quella più luminosa, però, aveva già scelto dove fermarsi. Per una sera è rimasta all’Alfano, davanti a una città che non si è limitata a guardarla: ha cantato e ballato insieme a lei.
(Foto di Erika Bonazinga)