Attualità - 01 agosto 2026, 07:15

Il cinema come una carezza, Walter Vacchino: “L’Ariston difende il tempo dei sogni, dell’ascolto e dell’incontro” (Video)

Dal ritorno dei giovani in sala alle proiezioni estive, fino alla prima nazionale di Lucilla. Il proprietario del Teatro Ariston racconta un luogo nato da un sogno e chiamato oggi a una missione ancora più grande: restituire alle persone il tempo per emozionarsi, confrontarsi e sperare

Forse il cinema non finisce quando si accendono le luci. Comincia proprio in quell’istante, nel brusio che accompagna l’uscita dalla sala, quando una storia appena vista cerca ancora un posto dentro chi l’ha attraversata. C’è chi discute, chi difende un personaggio, chi assegna un voto e chi resta qualche secondo in silenzio. Opinioni diverse, emozioni non sempre traducibili e giovani che, almeno per una sera, tornano a parlarsi guardandosi negli occhi.

Walter Vacchino osserva soprattutto quel momento. Non soltanto le persone che arrivano alla cassa e acquistano un biglietto, ma i loro volti quando lo spettacolo è terminato. È lì che cerca il senso più autentico del cinema e del teatro. Ed è da lì che prende forma la sua idea dell’Ariston: non solamente il palcoscenico del Festival di Sanremo, ma una casa popolare delle emozioni, capace di offrire al pubblico ciò che il mondo contemporaneo sembra concedere sempre meno. Tempo, ascolto, silenzio e possibilità d’incontro.

“Il brusio delle persone che escono dalla sala è la voce di un’emozione”, racconta Vacchino nell’intervista a SanremoNews. Una frase semplice che contiene il cuore di una riflessione molto più ampia sul futuro del cinema, sul rapporto con le nuove generazioni e sulla necessità di continuare a produrre speranza.

Mentre tutto accelera e ogni pensiero viene spesso ridotto a un sì o a un no, una sala cinematografica chiede ancora di sedersi, spegnere lo schermo che si porta in tasca e affidarsi per due o tre ore al racconto di qualcun altro.

“L’Ariston vuole offrire una carezza”.  L’immagine scelta da Vacchino è quella di una carezza. Non qualcosa di clamoroso o invasivo, ma un gesto capace di raggiungere una persona nel momento in cui ne ha bisogno.

“L’Ariston vuole dare una carezza agli spettatori – spiega –. È un teatro nazionale e popolare, che ha avuto la fortuna di incontrare il Festival e il Premio Tenco: due modi differenti di vivere la musica, le note e le parole, passati dallo stesso palcoscenico”.

Quella carezza, durante l’estate, assume forme diverse. Ci sono il cinema all’aperto alla Marina degli Aregai e gli appuntamenti organizzati a San Romolo, nel prato alle spalle della chiesa, dove la proiezione incontra il fresco e il silenzio della natura. C’è poi “Il grande freddo”, iniziativa realizzata insieme al Comune di Sanremo e al vicesindaco Fulvio Fellegara: una serie di film italiani proposti gratuitamente alle 14.30, nelle ore più calde della giornata.

“È una carezza fresca per la mente e anche per il corpo – sottolinea Vacchino –. La proiezione è un’esperienza individuale, ma contemporaneamente un momento di incontro: alcune persone possono non conoscersi quando entrano e conoscersi quando escono”.

È una definizione che supera la semplice programmazione cinematografica. La sala diventa uno spazio sociale, un luogo nel quale la visione condivisa crea una comunità temporanea. Per qualche ora persone differenti respirano nello stesso buio, ridono, si commuovono e affidano la propria attenzione alla medesima storia.

Il ritorno del pubblico dopo gli anni più difficili. Questa funzione torna ad acquistare forza proprio nel momento in cui il mercato cinematografico italiano sembra essersi lasciato alle spalle la lunga crisi successiva alla pandemia.

Secondo Vacchino, il 2026 ha finalmente permesso al settore nazionale di recuperare e superare i risultati del 2019 in termini di interesse, presenze e incassi. Un traguardo raggiunto più lentamente rispetto a Paesi come Francia, Germania e Spagna, dove il pubblico era tornato prima ai livelli precedenti al Covid.

“Abbiamo impiegato quasi sette anni – evidenzia –. Il percorso è cominciato con alcuni grandi successi italiani ed è proseguito grazie a titoli capaci di ottenere risultati persino superiori alle aspettative. La cosa più bella è stata scoprire un interesse del pubblico maggiore di quanto immaginassimo”.

A trainare questo nuovo entusiasmo sono state anche produzioni capaci di parlare alle famiglie e alle generazioni più giovani. Negli ultimi giorni, in particolare, l’attenzione dell’Ariston si è concentrata su “Spider-Man: Brand New Day" e su “Odissea” di Christopher Nolan: due opere profondamente differenti, ma unite dalla capacità di recuperare radici, valori e grandi narrazioni per consegnarli al presente.

“Odissea” riporta sullo schermo una storia antica attraverso l’immaginazione del regista, mentre “Spider-Man” continua a utilizzare il linguaggio della fantascienza e dell’avventura per raccontare responsabilità, scelte e principi. Per Vacchino, proprio la presenza di un’etica riconoscibile acquista oggi un peso particolare.

“Viviamo in un mondo che sembra avere smarrito alcuni concetti – osserva –. Il cinema può tornare a farci riflettere sul nostro modo di vivere e di pensare”.

I giovani, il telefonino e l’impresa di restare seduti. La sfida più importante riguarda i ragazzi, cresciuti dentro un flusso continuo di immagini, notifiche e contenuti brevi. Per loro, osserva Vacchino, affrontare un film lungo può trasformarsi quasi in “un’impresa eroica”. Eppure, quando accade, la risposta può essere sorprendente.

“Durante la proiezione ci sono applausi. I ragazzi vivono il racconto con un tempo diverso rispetto a quello del telefonino”, spiega.

Non è una battaglia contro la tecnologia. Il web, gli smartphone e l’intelligenza artificiale rappresentano opportunità già utilizzate dal cinema e dal teatro. Il problema nasce quando la velocità diventa l’unica forma possibile della comunicazione e non lascia più spazio alla complessità.

“Se io ho un’opinione diversa dalla tua, devo avere il tempo di spiegartela – afferma Vacchino –. Non può essere tutto concentrato in un sì o in un no. Con un sì e un no non si arriva all’incontro delle differenze, ma allo scontro delle indifferenze”.

Da qui la funzione culturale e civile attribuita ai luoghi dello spettacolo. I cinema, i teatri, le piazze e persino gli stadi sono spazi nei quali le persone imparano a stare accanto agli altri, anche quando non condividono le medesime sensibilità. Non cancellano le differenze, ma permettono loro di convivere.

Lo stesso film può ricevere un due oppure un dodici. Vacchino lo ha sperimentato interrogando alcuni giovani all’uscita dalla proiezione di “Spider-Man”: una ragazza ha assegnato un voto molto basso, mentre altri spettatori si sono divisi tra sette, otto, nove, dieci e persino dodici.

“Il film è lo stesso, ma le sensibilità sono diverse. Ed è proprio questa diversità a far parte dell’essere comunità”.

La speranza come forma della vita. Il cinema, però, non può limitarsi a intrattenere. Secondo Vacchino porta con sé anche una responsabilità educativa, soprattutto nei confronti di generazioni esposte sin dall’infanzia a una quantità enorme di violenza virtuale.

“Mi domando quante morti abbia già visto sullo schermo un bambino di dieci anni – riflette –. Nei videogiochi si muore e si rinasce, mentre nella vita non accade. Il rischio è che si crei una sorta di assuefazione alla morte e una confusione tra realtà e dimensione virtuale”.

La sala può allora diventare una “fabbrica di emozioni” nella quale recuperare il valore della vicinanza, della solidarietà e dell’empatia. Non perché ogni film debba contenere una lezione esplicita, ma perché la condivisione di una storia obbliga a uscire, almeno temporaneamente, dal proprio punto di vista.

È qui che entra in gioco la speranza, parola centrale nella riflessione di Vacchino: “La vita senza speranza è morte. Se c’è vita, c’è speranza, e la speranza è vita. È un binomio che qualsiasi film o rappresentazione dovrebbe conservare”.

Anche “Odissea”, nella sua rilettura contemporanea, diventa così qualcosa di più di un grande spettacolo cinematografico. Al centro rimane un uomo che ha conosciuto la guerra e desidera soltanto tornare a casa. Una storia antichissima che continua a dialogare con un presente attraversato da conflitti, partenze e ritorni ancora impossibili.

Rivendicare il tempo del silenzio. Se il telefonino pretende una risposta immediata, il cinema e il teatro possono ancora insegnare ad aspettare. A seguire un personaggio senza sapere dove arriverà, ad ascoltare un’opinione differente e persino a restare in silenzio.

“Dobbiamo rivendicare il tempo dell’ascolto e il tempo del silenzio – sostiene Vacchino –. Forse dovremmo dedicare cinque minuti di silenzio a noi stessi e vedere se, dentro quel silenzio, riesce a emergere qualcosa di positivo: un’idea nuova, magari con radici nel passato, capace di spingerci a fare qualcosa non soltanto per noi ma anche per gli altri”.

Quella pausa, apparentemente improduttiva, può diventare lo spazio nel quale nasce un sogno. E l’Ariston, prima di trasformarsi in un simbolo della musica italiana, è stato esattamente questo: il sogno di Aristide Vacchino, padre di Walter e Carla, diventato edificio, palcoscenico e patrimonio collettivo.

Il 3 agosto l’Ariston ricorderà simbolicamente il suo compleanno. Non soltanto quello di una struttura, ma di un’idea tramandata nel tempo. “L’Ariston è la realizzazione del sogno di nostro padre – ricorda Vacchino –. Questo compleanno vuole rappresentare una cosa precisa: le idee e i sogni non hanno età”.

Dallo schermo al palcoscenico. La programmazione estiva continua intanto ad alternare cinema e spettacolo dal vivo. All’Ariston sono iniziate le prove di “Lucilla”, attesa per la sua prima nazionale: una produzione che partirà proprio da Sanremo prima di proseguire il proprio cammino.

Seguiranno il Balletto di Milano con “Carmen” e un appuntamento dedicato a San Francesco con Aldo Cazzullo. Proposte differenti che rispecchiano l’identità popolare del teatro: accogliere linguaggi, pubblici e sensibilità diverse senza smarrire il filo che le unisce.

“Nel cinema la squadra che realizza l’opera è dietro o dentro lo schermo; nel teatro si trova direttamente sul palcoscenico – sottolinea Vacchino –. In entrambi i casi si crea un incontro tra chi ha costruito lo spettacolo e chi ha scelto di esserci”.

Ed è proprio quel verbo, “esserci”, a spiegare il valore che una sala conserva nel 2026. In un tempo in cui quasi tutto può essere visto da soli, in qualsiasi luogo e in qualunque momento, entrare in un cinema rimane una scelta. Significa concedere una parte del proprio tempo a una storia e condividerla con sconosciuti.

Il cinema comincia quando si torna fuori. Walter Vacchino confessa di non riuscire quasi mai a essere soltanto spettatore nelle proprie sale. Mentre guarda un film continua inevitabilmente a osservare la macchina che lo ospita, immaginando ciò che potrebbe essere migliorato. Per questo vorrebbe vedere “Odissea” e “Spider-Man” all’aperto, accompagnato dalla natura e dalle sue imperfezioni perfette.

Ma il suo sguardo rimane rivolto soprattutto al pubblico. Alle persone che arrivano alla cassa e, ancora di più, a quelle che escono dopo lo spettacolo. Perché il successo di un film non vive soltanto nei numeri, ma in ciò che lascia sui volti e nelle conversazioni.

Il cinema può ancora far sognare i giovani perché non offre loro un sogno già concluso. Consegna immagini, domande e personaggi, poi lascia che ciascuno trovi il proprio significato. E quando le luci si accendono, tutti tornano nel medesimo mondo, ma forse non esattamente come vi erano entrati.

Resta il brusio, quella voce collettiva fatta di emozioni differenti. Resta un ragazzo che assegna dodici a un film e una coetanea che gli dà due. Resta la possibilità che discutano e che, pur senza convincersi, si ascoltino.

Forse è questa la carezza dell’Ariston: non promettere che ogni storia avrà un lieto fine, ma continuare a creare luoghi nei quali sia ancora possibile incontrarsi, emozionarsi e sperare insieme.