Non una prova capace di indicare chi abbia provocato il trauma risultato fatale, ma neppure un elemento sufficiente a escludere responsabilità. Nel complesso quadro investigativo sulla morte della piccola Beatrice, la bambina di due anni trovata senza vita il 9 febbraio scorso nell’abitazione di famiglia a Montenero di Bordighera, gli accertamenti genetici effettuati sulle lesioni avrebbero restituito soltanto il Dna della stessa vittima. Un risultato che, letto senza una corretta contestualizzazione scientifica, rischierebbe di assumere un significato diverso da quello che realmente possiede. A spiegarlo è il criminologo Marco Puppo: la presenza del solo profilo genetico della bambina non permette di risalire alla persona che avrebbe inferto il colpo, ma non dimostra neppure che nessun altro sia entrato in contatto con quelle parti del corpo. Il motivo risiede nella modalità con la quale viene raccolto il materiale biologico e nella sproporzione tra il Dna della vittima e le eventuali tracce lasciate da un’altra persona.
“Una mistura troppo sbilanciata verso il Dna della bambina”. “Il campionamento viene effettuato direttamente sulla lesione attraverso un tampone – spiega Puppo – e inevitabilmente vengono raccolte anche numerose cellule epiteliali della bambina. Si forma così una mistura fortemente sbilanciata verso il profilo femminile della vittima. Qualora fosse presente una quantità molto ridotta di Dna maschile, lo strumento potrebbe non essere in grado di rilevarla”. Più precisamente, dunque, dalle analisi non sarebbe emerso un profilo genetico attribuibile a una terza persona: il materiale rilevato apparterrebbe alla piccola Beatrice. Il dato non offre però una risposta alla domanda centrale dell’inchiesta, ossia chi abbia provocato il trauma cranico dal quale sarebbe derivata la violenta emorragia cerebrale ritenuta causa della morte. “Se sulla lesione fosse stato trovato il Dna della madre o di Iannuzzi, sarebbe stato un elemento estremamente significativo per individuare chi avrebbe inferto il colpo – osserva il criminologo –. Questo non è accaduto e quindi l’esame, sotto tale profilo, non ha fornito una risposta”. L’assenza di materiale genetico appartenente a terzi non equivale, di conseguenza, a una prova liberatoria. Indica semplicemente che gli accertamenti non sono riusciti a isolare altri profili utilizzabili. Un limite tecnico che impone di leggere il risultato insieme agli altri elementi raccolti durante le indagini, senza attribuirgli una portata superiore a quella effettiva.
Il significato di “corpo contundente”. Secondo quanto emerso dalla perizia autoptica eseguita dal professor Francesco Ventura, il trauma sarebbe stato provocato dall’azione di un corpo contundente. Un’espressione che non indica necessariamente l’impiego di un oggetto. “Dal punto di vista medico-legale – precisa Puppo – vengono classificati come corpi contundenti anche pugni, schiaffi e calci. È anche per questa ragione che sono stati eseguiti gli accertamenti genetici sulle lesioni”. La relazione depositata in Procura avrebbe ricostruito un quadro particolarmente grave, formato non soltanto dal trauma cranico, ma anche da lesioni interne e da un importante stato di malnutrizione. Secondo le informazioni emerse, quest’ultima condizione si sarebbe sviluppata nel corso di un periodo molto lungo, indicativamente vicino a un anno. Una collocazione temporale che, secondo Puppo, precederebbe l’ingresso di Emanuel Iannuzzi nella vita della madre e delle bambine. Diversa sarebbe invece la datazione del trauma cranico: “Si ritiene che non risalga a oltre ventiquattro ore prima”, spiega il criminologo. La bambina venne trovata priva di vita il 9 febbraio. Gli accertamenti dovranno quindi contribuire a ricostruire con la maggiore precisione possibile ciò che accadde nelle ore precedenti al decesso.
L’autopsia: il trauma e la possibilità di salvarla. La perizia medico-legale avrebbe inoltre stabilito che un intervento sanitario tempestivo avrebbe potuto evitare la morte di Beatrice. Il colpo alla testa avrebbe innescato un’emorragia cerebrale, senza determinare un decesso immediato e lasciando quindi aperta una finestra temporale nella quale una chiamata ai soccorsi avrebbe potuto modificarne il destino. Tra gli elementi riportati dalla relazione comparirebbe anche la presenza di nicotina nei polmoni, in quantità che, secondo le ricostruzioni diffuse, non sarebbe riconducibile al solo fumo passivo. Un dato che dovrà essere esaminato e valutato dagli inquirenti insieme all’intera documentazione autoptica. Restano contestati a Emanuela Aiello, madre della bambina, e al compagno Emanuel Iannuzzi i maltrattamenti aggravati dalla morte della minore. Le responsabilità personali e l’esatta dinamica dei fatti dovranno essere accertate nelle successive fasi del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza. L’impianto investigativo non si fonda infatti su un unico accertamento, ma sull’insieme degli elementi acquisiti: l’autopsia, gli esami del Ris, i sopralluoghi compiuti nelle abitazioni di Montenero e Perinaldo, le verifiche effettuate sugli indumenti e sui veicoli, i tabulati telefonici e le dichiarazioni raccolte durante le indagini.
Le sorelle saranno ascoltate nell’incidente probatorio. Il prossimo passaggio particolarmente delicato riguarderà le due sorelle di Beatrice, attualmente ospitate in una struttura protetta. Le bambine sono già state ascoltate attraverso modalità protette, ma quelle dichiarazioni dovranno ora essere assunte nel contraddittorio tra le parti mediante incidente probatorio. “Le precedenti audizioni hanno valore investigativo – chiarisce Puppo – ma, trattandosi di soggetti minorenni, è necessario procedere attraverso l’incidente probatorio. Le dichiarazioni rese in quella sede potranno essere cristallizzate e assumere valore di prova, come una testimonianza resa durante il dibattimento”. Le parole delle sorelle hanno rappresentato uno degli elementi sui quali si è sviluppata l’attività della Procura. Secondo la ricostruzione accusatoria, le bambine avrebbero riferito episodi di violenza e di essere state lasciate ripetutamente sole in casa, circostanza che avrebbe trovato riscontri anche nelle comunicazioni telefoniche acquisite dagli investigatori. L’incidente probatorio servirà quindi a raccogliere nuovamente quelle testimonianze in una sede garantita, con la partecipazione delle parti e adottando tutte le cautele necessarie a tutelare due minori già profondamente segnate dalla vicenda.
Una nuova fase. Dopo la lunga attesa per il deposito dell’autopsia, l’inchiesta entra così in una fase nuova. Da una parte vi sono le risultanze medico-legali, che descrivono le condizioni della bambina e collocano temporalmente il trauma; dall’altra restano da definire la dinamica del colpo, il suo autore e quanto accadde nelle ore durante le quali, secondo la perizia, Beatrice avrebbe ancora potuto essere salvata. A dare un ulteriore contributo potrebbero essere proprio le sue sorelle. Le loro dichiarazioni, una volta assunte nell’incidente probatorio, diventeranno uno dei passaggi centrali nella ricerca della verità sulla morte della piccola.