"Ho lavorato per quarant'anni nell'Asl1, dapprima per 21 anni nell'ambito del convenzionamento e successivamente per 19 anni come dipendente. Ritengo che questo percorso professionale possa aiutare i lettori a comprendere come le riflessioni che seguono nascano da un'esperienza diretta e consolidata nel settore sanitario. Trovo infatti molto difficile assistere a quella che considero una profonda mistificazione: una struttura pubblica che, anziché provvedere direttamente a soddisfare un bisogno sanitario ormai divenuto un'emergenza sociale, si limita a fare da tramite tra le famiglie e il mercato privato delle badanti e degli assistenti familiari. Mi riferisco a tutte quelle persone anziane o gravemente limitate nell'autonomia, per le quali anche il compimento dei più normali atti quotidiani è diventato estremamente difficile, quando non impossibile. Di fronte a questa realtà, la funzione pubblica dovrebbe essere quella di garantire direttamente l'assistenza, non semplicemente di orientare le famiglie verso operatori privati".
Interviene in questo modo il Dott. Leonardo Kogliodima che prosegue: "Leggo invece con una certa autoreferenzialità politica la presentazione di un servizio che consiste nel ricevere, attraverso l'Hub della Cura e il Punto Unico di Accesso delle Case di Comunità, la richiesta del cittadino per indirizzarla verso personale qualificato iscritto al Registro regionale organizzato da Filse. Un'iniziativa che potrà certamente migliorare l'incontro tra domanda e offerta, ma che, a mio avviso, non affronta il problema nella sua sostanza. L'elogio del ruolo delle badanti e degli assistenti familiari finisce, paradossalmente, per rappresentare il fallimento dello Stato nel garantire un servizio che dovrebbe essere assicurato direttamente dal sistema sanitario pubblico, gratuitamente oppure con una compartecipazione alla spesa proporzionata al reddito. Nel corso della mia attività professionale ho lavorato anche nell'assistenza domiciliare e successivamente nella Rsa di Costarainera. È stata un'esperienza che mi ha permesso di conoscere da vicino le difficoltà quotidiane affrontate dalle famiglie nella gestione della non autosufficienza. Per anni abbiamo sentito parlare delle potenzialità dell'assistenza territoriale e della necessità di trasferire sul territorio una parte importante delle risposte sanitarie, alleggerendo così il carico degli ospedali. È anche per questa ragione che sono nate le Case di Comunità, che considero un progetto condivisibile nella sua impostazione".
"Faccio però fatica ad accettare che queste strutture - va avanti il Dott. Leonardo Kogliodima - finiscano per trasformarsi in una sorta di agenzia di orientamento all'impiego, raccogliendo le richieste dei cittadini per poi indirizzarli verso il Registro regionale delle badanti. In pratica, alcuni potranno beneficiare di contributi economici, mentre la maggioranza dovrà continuare a sostenere personalmente costi sempre più elevati, rivolgendosi comunque al settore privato. È proprio questo, a mio giudizio, l'aspetto più critico della questione: una struttura pubblica indirizza il cittadino verso il privato senza offrire direttamente la soluzione al bisogno assistenziale. Onestamente fatico a vedere quale sia, in tutto questo, la funzione pubblica. Anche sul piano personale conosco bene questa realtà. Quando mia madre ha avuto bisogno di assistenza ho potuto usufruire del contributo previsto per la retta sanitaria in Rsa, del quale sono stato riconoscente. Per tutto il resto, però, ho dovuto provvedere personalmente, esattamente come accade ogni giorno a migliaia di famiglie. È un'esperienza che lascia inevitabilmente conseguenze profonde dal punto di vista umano e psicologico: il senso di fragilità, la fatica dell'assistenza, il dolore della separazione e del lutto. Sono aspetti dei quali la politica è certamente consapevole, ma che meritano risposte ben più concrete. Le Case di Comunità, per alcuni aspetti, mi sembrano oggi strutture ancora incompiute. Lo sono sia per la difficoltà di realizzare pienamente una nuova organizzazione della medicina territoriale, sia perché non riescono ancora a garantire una risposta pubblica e diretta ai bisogni delle persone non autosufficienti".
"Ho svolto per 21 anni l'attività di medico di medicina generale - termina - e conosco bene le dinamiche della professione. Ritengo che una piena integrazione nelle Case di Comunità richieda anche un cambiamento culturale e organizzativo, capace di favorire un confronto professionale più ampio rispetto alla tradizionale attività svolta nel solo studio medico. Si parla spesso della necessità di creare nuove opportunità di lavoro. È certamente un obiettivo importante, ma credo che le famiglie abbiano bisogno soprattutto di un servizio pubblico che si faccia direttamente carico dell'assistenza, piuttosto che di strumenti finalizzati esclusivamente a regolarizzare e facilitare rapporti di lavoro privati. Delegare al privato una funzione così essenziale non significa rafforzare il servizio sanitario pubblico. A mio avviso, lo Stato dovrebbe garantire direttamente queste prestazioni. Qualcuno potrà definire questa una visione statalista. La rispetto, ma continuo a pensare che il diritto alla cura imponga una presenza più forte del servizio pubblico. Allo stesso modo, faccio fatica ad aderire a una narrazione fondata sul continuo richiamo ai 'lavori in corso' o all'invito a ringraziare per risultati che, almeno su questo fronte, ritengo ancora lontani. Infine, non posso dimenticare il comunicato diffuso dalla Regione Liguria durante la pandemia, nel quale gli anziani e i pensionati vennero definiti 'economicamente improduttivi'. Una definizione che mi colpì profondamente e che ancora oggi considero emblematica di un certo modo di guardare alle persone più fragili".