Si parte da Cuzco, quota 3.400 metri. Il fiato si accorcia prima delle parole. La città ti sfida. Lo fa dai vicoli che precipitano verso Plaza de Armas con una pendenza da capogiro, dalle mura Inca che sostengono ancora palazzi spagnoli costruiti come se “la storia” fosse una questione di sovrapposizioni. La pietra indigena è grigia, perfetta, incastrata senza malta. Quella coloniale è bianca, elaborata, luminosa. Insieme raccontano una convivenza mai davvero risolta. A questa altitudine il corpo impiega tempo per capire dove si trova. Il soroche, il mal di montagna, raramente arriva subito. Compare quando l’entusiasmo iniziale si attenua e il fisico presenta il conto: mal di testa, sonno leggero, una stanchezza che sembra provenire dalle ossa. Al mercato di San Pedro le donne vendono foglie di coca e consigliano di masticarle lentamente. Questo tipo di “rimedio" non ti fa volare. Ti mantiene semplicemente in quota.
Poi la Valle Sacra degli Inca che vale ogni promessa. Ai lati, le terrazze agricole risalgono i fianchi delle montagne seguendo linee che sembrano naturali e invece sono opera dell’uomo. Guardandole viene spontaneo pensare a quante vite siano servite per costruirle. Le donne indossano gonne sovrapposte e cappelli a tesa larga. Gli uomini contrattano in “Quechua”, una lingua che ha attraversato invasioni, conversioni e governi senza scomparire. Nel villaggio di Chinchero una tessitrice grattugia una radice chiamata saqta. In pochi istanti l’acqua si riempie di schiuma. Serve per lavare la lana, ma le donne della valle la usano anche come shampoo. «Per questo non abbiamo i capelli bianchi», dice sorridendo. Non so se sia vero. Ma in quel momento è un piacere ascoltare le sue parole. Ollantaytambo invece possiede ancora qualcosa di raro: la continuità. È uno dei pochi centri abitati delle Americhe dove l’impianto urbano originario è ancora vivo. Non è solo un sito archeologico. È una cittadina che non ha mai smesso di esserlo. Da qui parte il treno per Aguas Calientes. Lasciata la stazione, la valle si stringe rapidamente. Le montagne si avvicinano ai finestrini e il cielo diventa una sottile striscia azzurra. L’aria si fa umida. Le rocce si coprono di muschio. Senza quasi accorgertene stai per entrare nel territorio che precede l’Amazzonia. Alcuni passeggeri fotografano ogni cosa. Altri dormono. Un bambino seduto davanti osserva fuori con la stessa attenzione di uno spettatore a teatro. Per un momento sembra che tutti siano rapiti, in qualche modo. Un’ora e mezza dopo si arriva a destinazione.
Il mattino successivo il paese è già sveglio prima dell’alba. Alle cinque meno un quarto la fila per i bus che salgono al sito archeologico è lunga e silenziosa. Machu Picchu è uno di quei luoghi che rischiano di essere vittime della propria fama. Tu hai già visto centinaia di fotografie. Conosci la sagoma delle montagne. Hai letto teorie sulla sua costruzione e sul suo abbandono. Pensi di sapere cosa aspettarti. Poi attraversi l’ingresso. E capisci che nessuna immagine riesce a restituire la scala reale del luogo. Le terrazze verdi seguono il profilo della montagna con una precisione che sembra aliena, eppure ogni pietra è stata trasportata e posizionata dall’uomo. Camminando qui si ha la sensazione che la città sia stata semplicemente scoperta e non costruita. Come se fosse sempre appartenuta a quel crinale e gli Inca si fossero limitati a rivelarne la forma. Le abitazioni, i templi, le scalinate e gli spazi cerimoniali seguono un allineamento naturale. Ovunque guardi, il paesaggio entra nell’architettura. Non esiste un confine netto tra ciò che è opera dell’uomo e ciò che appartiene al luogo. La grandezza di Machu Picchu non sta nelle rovine. Sta nel rapporto con le montagne che lo circondano. Orologio solare, osservatorio astronomico, altare rituale: le interpretazioni si sovrappongono. Eppure il significato immediato è uno solo. Ricorda che esistono civiltà che hanno guardato il cielo con un significato che oggi abbiamo completamente dimenticato.
Poi c’è il Wayna Picchu. La montagna che compare sullo sfondo di tutte le fotografie. Per molti è soltanto parte del panorama. Per altri è una meta. Il sentiero parte dall’estremità nord del sito e non concede tregua. I gradini salgono direttamente nella roccia. Alcuni sono larghi poco più di un piede. In diversi punti la pendenza supera i quarantacinque gradi. Si procede lentamente. Si usano anche le mani. Si contano i respiri. Su in cima, mi sono fermato vicino a una parete di roccia. Mi sono voltato. Machu Picchu era laggiù in basso. Il brusio dei visitatori non si sentiva quasi più. Restavano il vento, il richiamo distante di qualche uccello e la montagna. Per la prima volta da quando ero arrivato in Perù non stavo osservando un paesaggio. Ne facevo parte. Il giorno dopo torni a Cuzco con le gambe stanche e una sensazione difficile da definire. Non è nostalgia. La nostalgia appartiene ai luoghi che senti tuoi. È qualcosa di diverso. È la consapevolezza che certi paesaggi continuano a esistere esattamente come li hai trovati, senza avere bisogno di te. Le mura Inca continuano a sostenere i palazzi spagnoli. Le montagne continuano a osservare la valle. L’Urubamba continua a scorrere.
Il Perù non spiega. Non semplifica. Ti mette davanti a qualcosa di più antico, più paziente e più resistente di te. Poi resta immobile. Come il tempo che lavora per proprio conto. Forse è questo che insegnano alcuni viaggi. Non offrono risposte. Ci ricordano solo delle proporzioni.