Cronaca - 25 giugno 2026, 14:15

Falso medico a Bordighera, arriva la sentenza: Enrica Massone condannata a 3 anni e a una multa di 15 mila euro

Il Tribunale di Imperia chiude il processo di primo grado. La donna era accusata di aver lavorato nel Punto di Primo Intervento senza possedere i titoli abilitanti. Il pubblico ministero aveva chiesto una pena di 3 anni e 4 mesi

Si è concluso con una condanna il processo di primo grado nei confronti di Enrica Massone, la donna finita al centro del caso del falso medico all'ospedale di Bordighera. Nel primo pomeriggio di oggi il Tribunale di Imperia ha pronunciato la sentenza, riconoscendola colpevole delle accuse contestate e condannandola a tre anni di reclusione, al pagamento di una multa di 15 mila euro e delle spese processuali.

La decisione arriva al termine di un lungo dibattimento che, nel corso dei mesi, ha portato in aula investigatori, dirigenti dell'Asl, medici, rappresentanti delle società coinvolte nelle assunzioni e i consulenti incaricati di valutare le condizioni psichiche dell'imputata.

Secondo l'accusa, Massone sarebbe riuscita a ottenere incarichi come medico pur essendo priva della laurea e dell'abilitazione necessarie per esercitare la professione. Per questo era chiamata a rispondere di falsificazione di documenti, esercizio abusivo della professione medica e truffa. Nella precedente udienza il pubblico ministero aveva chiesto una condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione, ritenendo pienamente dimostrato il quadro accusatorio.

Di segno opposto la linea difensiva dell'avvocato Giovanni Cicerano, che aveva sostenuto come non vi fosse alcun sofisticato disegno fraudolento. Nel corso dell'arringa il legale aveva descritto una vicenda caratterizzata più da improvvisazione e disordine che da una pianificazione criminale, evidenziando inoltre come la propria assistita, secondo le testimonianze raccolte durante il processo, non avrebbe mai svolto in autonomia attività medica all'interno del reparto.

La difesa aveva anche posto l'attenzione sui controlli effettuati dagli enti e dalle società che avevano conferito gli incarichi, sostenendo che la vicenda fosse stata resa possibile anche da verifiche insufficienti sulla documentazione presentata dalla donna. Parallelamente era stata ribadita la richiesta di assoluzione, richiamando anche gli aspetti emersi dalla perizia psichiatrica e chiedendo, in subordine, il riconoscimento del vizio parziale di mente.

Il Tribunale ha però accolto solo in parte le richieste formulate dalla Procura, riducendo la pena rispetto ai tre anni e quattro mesi richiesti dal pubblico ministero e fissandola in tre anni di reclusione.