Tra i vicoli della Riviera e gli uffici della Procura di Imperia, l'attenzione degli investigatori si sta concentrando sulle settimane precedenti alla morte di Beatrice, la bambina di appena due anni deceduta il 9 febbraio scorso. Chiunque si avvicini a questa vicenda si trova oggi di fronte a un interrogativo centrale: perché, almeno allo stato degli atti, non risultano segnalazioni che abbiano portato a un intervento prima della tragedia?
Non si tratta soltanto dei segni fisici riscontrati sul corpo della bambina, ma anche di quello che gli investigatori descrivono come uno "stato di grave degrado, incuria e sporcizia", all'interno di un contesto domestico ritenuto "certamente inidoneo e incompatibile con la presenza di tre bambine ed il loro sereno sviluppo psicofisico". Una delle domande che accompagna la vicenda, nei bar, nelle piazze e sui social, è se un intervento tempestivo avrebbe potuto cambiare il corso degli eventi.
L'inchiesta, lo ricordiamo, vede attualmente come indagati la madre della piccola, Emanuela Aiello, e il suo compagno, Emanuel Iannuzzi. Entrambi sono stati trasferiti in due diverse strutture carcerarie del Piemonte per ragioni legate alla gestione della custodia cautelare: la donna si trova in isolamento al Lorusso e Cutugno di Torino, mentre l’uomo, da due giorni, è stato condotto nella casa circondariale di Ivrea. L'ipotesi di reato contestata dalla Procura è quella di maltrattamenti aggravati dall'evento morte.
La ricostruzione degli ultimi giorni di vita della bambina si confronta con versioni differenti dei fatti. La sera del 7 febbraio, quarantotto ore prima del decesso, nell'abitazione della coppia si è tenuta una cena alla quale hanno partecipato alcuni conoscenti. Uno dei presenti ha successivamente dichiarato agli inquirenti di aver notato sulla bambina, che si trovava a letto, un "vistoso livido di colore viola sulla mascella destra che scendeva verso il collo".
Secondo il verbale del testimone, la madre avrebbe espresso la volontà di non condurre la figlia in ospedale nel timore che il nonno paterno "avrebbe approfittato della situazione per chiedere l'affido delle bambine". A un altro ospite presente quella stessa sera sarebbe invece stata fornita una spiegazione differente: la piccola non era presente al tavolo perché "dormiva in quanto aveva preso un po' di bronchite e aveva difficoltà a respirare". Dagli atti richiamati dalla Procura non emergono richieste di intervento alle forze dell'ordine o ai servizi di emergenza in relazione a quell'episodio.
Agli atti dell'indagine vi è inoltre una consistente mole di messaggi vocali e testuali estratti dai telefoni cellulari sequestrati, materiale che gli investigatori hanno acquisito nell'ambito dell'inchiesta per ricostruire i rapporti all'interno del nucleo familiare.
In un messaggio audio del 31 dicembre 2025, Iannuzzi si rivolgeva a Gaia, figlia maggiore della compagna, una bambina di nove anni che aveva tentato di mettersi in contatto con la madre: “Ascolta, la mamma sta guidando, forse se ti chiudo il telefono non hai capito che la mamma sta guidando, ok? Cosa deve guardare? Quanto sei bella? E' non lo so, sta guidando la mamma, secondo te è normale fare la videochiamata mentre la mamma guida? È normale chiamare 30 volte? Non ti mangia nessuno a casa, eh? Tanto non è che sei così bella che la mamma si emoziona, eh? Sì”.
In altre comunicazioni dello scorso gennaio, l'indagato utilizzava espressioni particolarmente dure nei confronti delle minori. L'8 gennaio ordinava alla figlia maggiore di andare a dormire dicendo: “Gaia vai "Mu ti curchi" devi andare a dormire, devi andare a scuola domani! Vai a dormire... vai a dormire e non rompere li cugliuni! Cosa no? Cosa no?” e poi alla più piccola aggiungeva: “Beatrice vai a nanna va, scassa cugliuni! Ora me la porto via la mamma, non torna più”.
Nella stessa giornata, commentando un'immagine della bambina, inviava un altro messaggio: “Sì, è proprio bella quella foto, guarda. Minchia, mi sono spaventato quando l'ho vista quella foto... Mamma mia. Madonna che bella foto, che faccia da cazzo che c'ha tua sorella. Non la lanci dalla finestra?”.
Il 20 gennaio, in riferimento ai pianti della bambina, l'uomo registrava un ulteriore commento: “Sta pezza di merda, speriamo che si sveglia tra sei mesi, sta merda”. Secondo il quadro accusatorio, l'uomo avrebbe inoltre rivolto ripetute minacce verbali a Beatrice: “Guarda che ti vengo a picchiare se non smetti di piangere” e “Stai zitta che adesso arrivano i miei nipotini, mia mamma e mia sorella, se non stai zitta guarda che ti chiudo in camera e non esci”.
Sempre secondo la ricostruzione degli investigatori, avrebbe rimproverato anche Ginevra, colpevole di aver dato un bacio alla sorellina: “Guarda che ti ho visto che gli hai dato un bacino prima di andare in bagno”.
Nei confronti della figlia più grande vengono descritti anche comportamenti aspri da parte della madre che, secondo quanto emerge dagli atti, l'avrebbe rimproverata durante alcune telefonate dicendole: “Ma perché disturbi?” oppure imprecando.
L'esistenza di tensioni all'interno del nucleo familiare emerge anche da alcune conversazioni tra parenti. Il 19 gennaio, la sorella dell'indagato scriveva a Emanuela Aiello: “Ma lui si sente da solo una merda per quello che ha fatto, no per noi. Che io manco lo sapevo. Poi se pensa che l'hai detto solo perché ho capito i movimenti della bambina. E perché non sono una ritardata”.
Una frase alla quale la Aiello replicava: “È per quello che me la vuole far pagare. Se ti va domani finiamo quello che volevo dirti”. Pochi giorni più tardi, il 24 gennaio, Gaia inviava un SMS a un amico di famiglia utilizzando il telefono materno, scrivendo testualmente: “Ciao Dani ha detto la mamma che domani abbiamo bisogno di te la mamma non riesce a parlarti perché non può per mano la mamma assassina e Madonna che c'è un macello e tra poco arriva”.
Poi, come accennato in apertura, vi sono le abitazioni frequentate dalle tre bambine. Negli atti richiamati dalla Procura, gli investigatori descrivono uno “stato di grave degrado, incuria e sporcizia” e ambienti ritenuti “certamente inidonei e incompatibili con la presenza di tre bambine ed il loro sereno sviluppo psicofisico”. Tra gli elementi documentati figurano spazi esterni trascurati, locali utilizzati contemporaneamente come cucina, soggiorno e camera da letto, oltre a stanze caratterizzate da spazi ridotti, letti collocati al centro degli ambienti e passaggi ricavati tra mobili e pareti. Le fotografie acquisite nel corso dei sopralluoghi e le osservazioni riportate dagli investigatori contribuiscono a delineare il contesto nel quale, secondo la ricostruzione della Procura, Beatrice e le sue sorelle trascorrevano gran parte delle proprie giornate.
Intanto l'indagine resta aperta. Sarà la relazione finale del professor Ventura, insieme agli accertamenti ancora attesi da parte dei Ris di Parma, a fornire ulteriori elementi per chiarire le cause della morte della bambina. Una volta depositate le relazioni ancora mancanti, la Procura potrà valutare se il quadro investigativo sia completo o se saranno necessari ulteriori approfondimenti.
Le risposte sulle responsabilità penali spettano ora all'inchiesta e all'eventuale processo. Resta però una domanda che continua ad accompagnare questa vicenda. Se davvero, come sostiene la Procura, i segnali erano presenti già nelle settimane e nei mesi precedenti al 9 febbraio, come è stato possibile che gli elementi oggi richiamati dagli investigatori non abbiano portato, secondo la ricostruzione accusatoria, a un intervento prima della tragedia?
È una domanda che non riguarda soltanto ciò che è accaduto nelle ultime ore di vita della bambina, ma anche tutto ciò che, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe avvenuto nei mesi precedenti.