C’è un momento in cui tacere non è più possibile. Per i docenti degli istituti tecnici liguri, quel momento è arrivato. La riforma del Governo sta ridisegnando profondamente la scuola tecnica italiana, ma lo sta facendo — denunciano gli insegnanti — senza confronto, senza trasparenza e con tempi accelerati che escludono chi la scuola la vive ogni giorno. La protesta è ormai aperta e pubblica. I docenti si rivolgono direttamente a studenti e famiglie, chiamandoli a una mobilitazione collettiva in difesa della scuola pubblica, considerata “un bene comune da proteggere”.
Al centro delle critiche c’è il progetto del percorso quadriennale, il cosiddetto 4+2, che prevede la riduzione degli studi da cinque a quattro anni, seguiti da un biennio in academy. Secondo i docenti, non si tratta di un’opportunità ma di una perdita concreta:
“Non è una scorciatoia verso il futuro. È un futuro più corto”. Un anno in meno significa meno tempo per apprendere, sperimentare, maturare. Significa ridurre le ore di laboratorio, comprimere i contenuti, limitare la crescita personale. E soprattutto, sottolineano, manca un elemento fondamentale: le prove che il modello funzioni. “Come vanno questi studenti alla maturità? Proseguono all’università? Trovano lavoro?” — domande che, denunciano, restano senza risposta.
Alle famiglie viene chiesto di scegliere, ma senza dati, senza certezze, “al buio”.
Anche il percorso quinquennale, tuttavia, non esce indenne dalla riforma. I nuovi quadri orari previsti dal prossimo anno scolastico mostrano una direzione chiara: riduzione delle ore nelle discipline fondamentali. Nei tecnici tecnologici si registrano oltre 230 ore in meno di materie scientifiche tra chimica, fisica, biologia e scienze della terra. Nei tecnici economici, la geografia viene eliminata. Le discipline umanistiche subiscono una compressione significativa. Per i docenti si tratta di un errore grave: “Un tecnico senza cultura scientifica è un tecnico fragile”. Ma il problema va oltre la preparazione professionale. È in gioco la formazione della persona:
meno scienza e meno umanesimo significano meno capacità critica, meno comprensione del mondo, meno cittadinanza consapevole.
Un altro punto fortemente contestato riguarda l’ingresso nelle scuole di figure provenienti direttamente dal mondo delle imprese. Manager e tecnici aziendali potranno affiancare o sostituire i docenti per portare competenze pratiche. Ma per gli insegnanti questa scelta apre scenari preoccupanti:
“Un insegnante educa, non addestra”. La differenza, spiegano, è sostanziale. Il docente è una figura pubblica, autonoma, che forma cittadini. Un professionista aziendale, invece, risponde a logiche produttive e interessi economici. Il rischio? "Trasformare la scuola da luogo di crescita a strumento funzionale al mercato del lavoro, dove gli studenti diventano 'risorse umane' invece che persone".
Di fronte a questo scenario, i docenti liguri hanno deciso di reagire. La mobilitazione parte con lo sciopero del 7 maggio, ma potrebbe proseguire con ulteriori iniziative. L’appello è rivolto a tutti: colleghi, studenti e famiglie. “È una lotta che ci riguarda tutti”, affermano. Perché, al di là dei singoli provvedimenti, la posta in gioco è più ampia: "Il modello di scuola che si vuole costruire per le nuove generazioni".