io_viaggio_leggero - 25 aprile 2026, 07:00

Vittoriale degli italiani, a casa di Gabriele D'Annunzio

In questa rubrica troverete interviste a viaggiatori e racconti di viaggio vissuti in prima persona. Luoghi da scoprire, avventure emozionanti e storie di vita. Se hai un’esperienza da raccontare… scrivi a: ioviaggioleggero@gmail.com

Si sale verso il Vittoriale senza accorgersi davvero del momento in cui il paesaggio cambia natura. Il lago di Garda resta alle spalle, largo e luminoso, ma qualcosa si modifica lungo la salita: la strada si stringe, i cipressi diventano più fitti, più verticali, quasi austeri. Sembrano osservare, quasi dovessero concedere il passaggio.

Poi il cancello. E da quel momento non si entra in un luogo. Si entra in un’idea. Il Vittoriale non accoglie, cattura. Non spiega, impone. È “Il Progetto” di Gabriele D’Annunzio, ma soprattutto è la sua ossessione che diventa spazio. Qui non si vive soltanto: si mette in scena la vita. Bastano pochi passi per capirlo. I giardini non sono semplicemente giardini. Sono traiettorie, movimenti guidati, percorsi pensati per condurre altrove. Le terrazze si aprono all’improvviso sul lago, ma non lo fanno per offrirlo: lo rivelano, come un sipario che si alza al momento giusto. Nulla è casuale. Nemmeno la bellezza. E poi accade l’inverosimile.

La prua della nave Puglia spunta tra gli alberi, incastrata nella collina. Storica protagonista della Prima Guerra Mondiale, donata al poeta dalla Marina Militare. Non una riproduzione, non una citazione: una nave reale, sospesa tra terra e cielo, orientata verso la riva come se fosse pronta a salpare. È un’immagine che spiazza, che interrompe ogni logica. Non si capisce subito. E forse non si deve capire. È teatro puro! D’Annunzio non conserva il passato: lo trasforma in gesto. Non racconta la guerra: la rende tangibile. Ogni elemento qui ha questo scarto. Ogni dettaglio è più intenso, più dichiarato, più definitivo.

Poi si entra nella casa e la luce si abbassa, quasi scompare. Gli spazi si stringono. Gli occhi impiegano qualche secondo ad abituarsi, ma nel frattempo si percepisce già qualcosa di preciso: la densità. Non c’è mai il vuoto: libri ovunque, tappeti sovrapposti, tavolini, statue, reliquie. Ogni superficie è occupata, ogni angolo è saturo. Non esiste un punto in cui lo sguardo possa annoiarsi. Tutto chiama attenzione, tutto chiede di essere guardato in profondità. Eppure non c’è caos ed è questo il dettaglio più sorprendente. Ogni oggetto è lì per una ragione. Ogni disposizione è studiata, c’è un ordine invisibile. D’Annunzio costruisce lo spazio come costruisce sé stesso: per accumulo, per intensità e per eccesso. Ma senza mai perderne totalmente il controllo!

La biblioteca è il centro di tutto questo! Una lunga scrivania, tanti volumi, sedie allineate come se qualcuno dovesse entrare da un momento all’altro. Attorno, busti, simboli, richiami continui a un mondo classico, eroico, ideale. Un cavallo bianco sospeso su una base, congelato in un movimento che non si compie. Qui non c’è serenità, c’è volontà di essere e rimanere in eterno. È una stanza che non invita a leggere, ma a rappresentare l’atto del farlo.

Nelle altre stanze una miriade di oggetti stravaganti e provenienti da Paesi lontani. Poi piccole e grandi fotografie incorniciate, frammenti personali che sembrano cercare spazio dentro una narrazione troppo grande per contenerli davvero e tanti accessori di ogni genere. C’è anche un telefono incassato nella parete, isolato, quasi fuori contesto. Si cammina lentamente, quasi in silenzio, non solo per rispetto, ma perché lo spazio ristretto lo impone. La casa non è un rifugio. È una dichiarazione al mondo. È come se ogni stanza avesse un peso specifico, una storia da raccontare.

E quando si esce, l’aria sembra più leggera. Ma è solo un’impressione. Perché l’atmosfera del Vittoriale continua. La natura è guidata, piegata, trasformata in elemento scenico. Il Laghetto delle Danze compare quasi senza preavviso. Una vasca circolare, perfetta, silenziosa. Non è una vera piscina. E non è un semplice elemento decorativo. È uno spazio pensato per il movimento e per il corpo. C’è una tensione sottile, come se il luogo trattenesse una memoria fisica: gesti, passi, presenze soprattutto femminili.

Più in alto, l’anfiteatro riapre lo spazio e il lago torna protagonista. Anche qui, la prospettiva è scelta, calibrata, guidata. Questo luogo non abbandona mai se stesso. Ed è ciò che resta! Non tanto la bellezza, che pure è evidente. Non la grandezza, che è impossibile ignorare. Ma la coerenza, una coerenza totale, radicale. D’Annunzio non ha semplicemente abitato questo luogo. Lo ha costruito come estensione diretta della propria identità. Ha eliminato ogni distanza tra vita e rappresentazione. Ha fatto della sua esistenza un’opera d’arte. Non ha costruito un luogo da capire, ma da sentire. Non un percorso da concludere, ma un’esperienza da lasciare aperta, irrisolta. Come se tutto fosse ancora in atto, anche adesso, anche senza di lui.

Il Vittoriale resta addosso come un’immagine troppo intensa per dissolversi rapidamente. Una sequenza di richiami che quasi stordisce: la nave in collina, le stanze senza respiro, il rapporto con Mussolini, l’aereo di Fiume sospeso nel vuoto. Frammenti di vita, non solo di un uomo ma di una Nazione. E mentre il Garda torna a occupare lo sguardo e riappare libero da scenografia, viene da chiedersi se quel mondo che racconta “il poeta Vate” sia davvero alle spalle.

Marco Di Masci