Le tradizioni si rispettano sempre. E chi porta da 24 anni la musica dal vivo nel cuore della città vecchia le sa amare e rispettare.
Anche l’edizione 2023 di Rock in the Casbah non può andare in archivio senza le parole di Simone ‘Radiomandrake’ Parisi a fare da sipario.
In arabo “casbah”, o meglio “qasba”, significa “rocca", “cittadella”, “fortezza”, e viene usato spesso per delimitare i quartieri malfamati, sporchi, lasciati a loro stessi ed a quella parte di mondo da evitare. Spesso la povertà fa paura, e si fugge da essa come migratori che han finito una stagione e volano altrove. Dopo quella bomba del 44 qui non era nemmeno “casbah”, erano macerie, cunicoli, tunnel nei quali far entrare i turisti e spogliarli degli orologi, ed era un angolo di verde che copriva la distruzione del terremoto di fine 800, quello di Bussana Vecchia, quello che rese la parte più alta della “scarpeta” una frana di sassi da non poterla ricostruire. Ed erano case, vite, alberi secolari, era un culmine pulsante di una città che non sapeva ancora se essere parte di monte o angolo di mare, era una creuza, un vociare di gabbiani da respirare il sale, ed era un orizzonte pallido di colline.
Nel nulla di una sabbia solo i bambini sanno costruire capolavori. Basta una spiaggia, dell’acqua salata e le proprie mani per scolpire e addensare, per dare forma e per consolidare. Alcuni preferiscono i castelli, ed usano le forme più varie per abbellire di merletti e guglie, altri sognano le piste da percorrere con le biglie dei ciclisti e per far sfrecciare Gimondi verso quelle sopraelevate magistrali che sembrano davvero il “Vigorelli” di Milano. Nel nulla di una qasba altrettanti bambini costruiscono i contorni del proprio sogno, e lo dipingono di passione come lo si farebbe con il proprio figlio pronto ad andare incontro alla vita della scuola. Lo hanno fatto per 24 anni, hanno costruito dal nulla, ora il bimbo va all’università, gli mancano pochi esami per laurearsi, quel bimbo si chiama “Rock in The Casbah” e non può stare lontano da San Costanzo. La musica non può stare lontana da qui, la storia di quei ragazzi che costruiscono castelli non può allontanarsi da qui, le anime aperte e splendenti di chi sa godere di tutto questo non sanno essere tale se non qui. Qui ed ora. Qui tutto si stravolge e non ha tempo perché non ne ha bisogno, qui, in un eterno ora. E qui non c’era nulla, per una settimana c’è tutto. E tutto questo non può andare in diretta sui canali della moda, nessuno è “influencer” della passione, nessuno sa fotografare il proprio cuore da metterlo in una storia di Instagram, sono cose che van vissute. “The Revolution Will not be Televised” diceva un grande poeta americano di origine giamaicana, lo diceva nel 1971 e lo definirono il Bob Dylan nero, si chiamava Gil Scott-Heron. E questa è la porta della fortezza, l’ingresso. Qui e ora. Dove i migliori elementi di ogni settore si mischiano e formano lo staff, dove luce, immagine, direzione, parola, servizio, urganizzazione sanno essere tutto ciò che devono, sanno essere la verità più nuda e reale che si possa, per questo unica.
È difficile accettare la propria nudità emozionale, ci vuole tempo, ci va sicurezza, ma è l’unica chiave per poter trasmettere davvero. Qui chi entra nello staff sa offrire tutto di sé senza aspettare altro tempo, perché chi regola tutto questo non ha tempo, è un castello di sabbia, un soffio d’arte del mondo effimero (come lo potrebbe definire Kazuo Ishiguro), di fronte al quale ci si spoglia volentieri delle infrastrutture dell’ adulto per offrire la verità del bambino. Ed allora nasce un’unica onda di mani al cielo che seguono la musica, nasce un groviglio di pogo ed uno scontro all’ultimo sudore nel “wall of dead”, nasce il ballo, nasce la stessa enorme voglia di vita e d’amore, nasce la possibilità di tralasciare ogni malinconia, nasce il nutrimento per qualsiasi anima che vuole poter splendere almeno per qualche notte all’anno. E sembra sempre impossibile per chi non ha l’ardire di viverlo qui ed anche ora, per chi ricorda il luogo come inaccessibile e forse squalificante perché povero, come un barrio dei più periferici, un Villa Fiorito ai margini di Buenos Aires, dove era possibile dimenticare qualcuno, lasciarlo scomparire o dove era possibile nascere e diventare Maradona. Sembra impossibile ci sia tutto, qui dove non c’era nulla fino a poco tempo prima. Ma una fortezza diventa tale anche con un poco di mistero intorno ad essa. Ed una fortezza sa esplodere di verità se così condita.
E dentro alla rocca vegetano speranze forti. Gioventù che risponde alle note suonate davvero, come un’isola rigogliosa d’acqua dolce e di alberi di cocco in un mare salato e profondo. Niente artifizi, solo libertà ed arte, come se non esistesse nessun social, se non quello da condividere con un’abbraccio ed una bevuta insieme qui e pure ora.
E la libertà è la porta d’uscita dalla fortezza, ed il Dylan nero della porta d’ingresso diventa Bob davvero con “I shall be released”: la canzone della libertà “ricordo ogni volto di ogni uomo che mi ha portato qui, vedo la mia luce brillare da ovest a est, tra non molto verrò liberato”.
Abbiamo sempre avuto la convinzione che ogni persona esca da qui con qualcosa di diverso e nuovo, che possa sentirsi liberata da qualcosa, che possa aver amato qualcuno o qualcosa, che si possa sentire unico, è quello che ci ha mosso, noi bambini di fronte alla sabbia, alcuni a costruir castelli coli merletti ed il ponte levatoio, altri con me a tirar Gimondi e Bitossi sulla pista di sabbia bagnata, tutti liberi. Liberi di essere semplicemente sé, liberi di condividere la cosa più importante senza paura: il proprio cuore.
E la musica prende forma dal luogo stesso. Sa avere sincope swing, sa di vibrafono e lunghe cavalcate jazz, sa di latino e sa di afrori di tabacco cubano, si sa far ascoltare come nel miglior cantautorato, sa essere folle e colorata, sa di vibranti corde distorte ed urla propiziatorie, sa di stacchi e tempo che si riavvolge, sa di aperitivo al sole che tramonta, sa di funky, sa di wave e sa di 6 ore di viaggio che ragazzi dell’Adriatico han fatto per essere qui, ed esserlo ora. E sa di whisky di quello vero, perché non ne esiste uno cattivo ma solo uno più buono.
E sa di poesia. Come quella di Luigi che prima di salire sul palco scappa a casa a ricordare che a 6 anni suonò con Iba e che non si è perso nessun concerto poi. Unico bimbo ammesso nel retropalco con gli occhi incollati verso la verità della musica. Ora è uno dei migliori musicisti del Ponente tutto, forse anche oltre. Ha sempre ascoltato verità, note suonate, vibrazioni di sudore, arte.
Il rock’n’roll salverà il mondo.
Rock’n’roll will save us all.
Finiamo liberi. Voliamo verso il traguardo dei 25 anni, le nozze d’argento tra noi e SanCo.
Nel frattempo SanCo sonnecchia, con il pavimento pulito e gli ultimi castelli di sabbia smontati, nel frattempo resta lo stridio dei gabbiani della sera, restano i frutti del ficus secolare a galleggiare nel vento. E resta un ricordo di mille mani al cielo che si spostano insieme a tempo di musica, dove ogni individuo sa di essere parte di una bomba che non distrugge nulla, perché bomba d’amore.