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Al Direttore | 25 luglio 2021, 09:54

La rivoluzione di Sanremo del 1753. Un evento, che anticipò la Rivoluzione Francese

Lo storico racconto di Pierluigi Casalino

Sanremo nel 1753

Sanremo nel 1753

L'ipotesi di doversi separare dalla Colla (l'odierna Coldirodi) suscitò le ire dei Sanremesi che protestarono con Genova, con la quale la città del Ponente era, tuttavia, solamente convenzionata, non essendo mai stata compresa ufficialmente nei domini della Superba. La Repubblica per reazione inviò a Sanremo il suo cartografo ufficiale, il colonnello Matteo Vinzoni, perché segnasse sulla carta la divisione tra i due territori. Il Vinzoni giunse in città il 6 giugno del 1753 e per il suo lavoro chiese l'aiuto di due deputati ai quali  cittadini in armi risposero che la decisione spettava al Parlamento nella sua interezza. Durante una nuova riunione alla presenza del Governatore Doria, però, un folto gruppo di popolani fece irruzione nella sala chiedendo a gran voce la convocazione del Parlamento.

Quello che fece scoppiare la rivolta, però, fu l'imprudente intervento di militari armati ed un colpo d'archibugio sparato dal Palazzo del Commissario. A quel punto i popolani del gruppo, inferociti, arrestarono e misero in prigione il Vinzoni, il Doria e la sua famiglia, chiamando a raccolta tutta la popolazione con i rintocchi del campanone di S.Siro e chiedendo quindi la convocazione del Parlamento. La folla accorse in massa ineggiando a "San Romolo" ed ai "Savoia". Allo Stato sabaudo Sanremo guardava da sempre, infatti, con grande simpatia. Il Parlamento, convocato nella chiesa di San Germano il 7 giugno, deliberò di mandare a Torino tre nobili plenipotenziari ed un notaio per chiedere la protezione del Re di Sardegna. I cittadini, in previsione di una ritorsione genovese, si riorganizzò militarmente nominando un Magistrato di guerra e radunando uomini, dotandoli delle armi acquistate allo scopo. Purtroppo la reazione della Repubblica non si fece attendere ed andò ben oltre le peggiori aspettative. Visto che la maggior parte delle città costiere del Ponente non aderirono all'iniziativa sanremese, prima di tutto fece arrestare ed imprigionare tutti i cittadini sanremesi sparsi nella regione, quindi il 13 giugno, di mattina inviò nelle acque di Sanremo tre galee e del naviglio minore per un totale di circa un migliaio di armati, dei quali metà erano Corsi.

Il comandante era il generale Agostino Pinelli che, naturalmente, per prima cosa chiese la liberazione dei reclusi, ma ricevutone un rifiuto, incominciò a cannoneggiare la città per tutto il giorno e la mattina successiva. Quindi all'alba del 14 incominciarono a sbarcare i soldati in due punti, una parte in zona Pietralunga ed i Corsi a Capo Nero, dove ricevettero i rinforzi da parte degli armati della Colla. La città era circondata; purtuttavia quando un drappello di soldati si presentò davanti alla Porta dei Cappuccini, venne accolto da dei colpi di cannone che li fece retrocedere. Sfortunatamente i militari sanremesi erano disorganizzati, senza un comando ed un piano ben preciso per cui preferirono ritirarsi entro la cerchia muraria, lasciando quindi ai genovesi le aree strategiche della città.

 I soldati Corsi nel frattempo avevano occupato il convento dei Nicoliti (l'attuale Don Orione) sulla collina sopra la Pigna, abbandonato dai difensori e quindi senza aver sparato un solo colpo. Il Pinelli, visto che la situazione volgeva a suo favore, con la mediazione dei padri gesuiti Balbi e Curlo, tentò abilmente di proporre un accordo. I rivoltosi avrebbero dovuto liberare i prigionieri e deporre le armi; il generale Pinelli prometteva «che la vita l'onore e la robba (dei sanremesi) potranno sperare nella clemenza del Trono Serenissimo». Avrebbe inoltre fatto «ogni opera per accomodare la cosa e mitigare il castigo». Padre Balbi dava conferma scritta su tali proposte. Il Pinelli, in caso contrario, minacciava di riprendere le ostilità «fino all'ultimo sterminio».

I sanremesi, indecisi sul da farsi e piuttosto disorganizzati, accettarono ingenuamente l'accordo, fidandosi della parola dei gesuiti, e trasmisero il seguente messaggio: «Il popolo è pronto a condiscendere a quanto desidera il Sig.r Comm.rio Gen.le; lo supplica però della sicurezza di ottenerle dal Ser.mo Trono la vita, l'honore, e la robba col generale indulto». Considerato poi come andarono le cose, si prese a dire che i gesuiti furono dei traditori, provocando in seguito una forte avversione nei loro confronti. Gli eventi del 1753 in Sanremo, aldilà del provvedimento specifico di separare Coldirodi dalla città e delle altre considerazioni, furono originati da istanze economiche profonde che coinvolsero tutti i ceti sociali del luogo e fecero di quei giorni un'avvisaglia della stagione della Rivoluzione Francese.

Pierluigi Casalino

Redazione

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