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Cronaca | 07 luglio 2021, 07:11

Coronavirus: a 15 mesi dall'inizio della pandemia siamo andati al Pronto Soccorso di Sanremo, la 'prima linea' (Foto e Video)

Il Direttore del 'pronto' ci ha raccontato questi difficilissimi mesi, vissuti da medici, infermieri e Oss all'interno della struttura di primo intervento. Oltre 2.500 malati di Covid sono transitati e ben 20mila quelli 'normali'

Coronavirus: a 15 mesi dall'inizio della pandemia siamo andati al Pronto Soccorso di Sanremo, la 'prima linea' (Foto e Video)

Il Pronto Soccorso dell’ospedale di Sanremo ha vissuto l’intero periodo di pandemia Covid e, solo da alcune settimane è tornato al suo lavoro precedente. Tanti mesi durissimi per medici, infermieri e Oss, con la tenda del ‘triage’ sistemata all’esterno e un muro allestito in fretta e furia dentro, per separare gli ingressi Covid da quelli ‘normali’.

Oggi, dopo aver fatto visita nelle scorse settimane al reparto di malattie infettive, abbiamo voluto farne una a chi era in prima linea per la lotta al Covid. Abbiamo intervistato il direttore del Pronto Soccorso matuziano, il Dottor Giancarlo Abregal, che ci ha aperto le porte del suo reparto, spiegandoci quanto accaduto in questi 15 difficilissimi mesi.

“Li abbiamo vissuti inizialmente come uno ‘tsunami’ organizzativo ma, questi mesi ci hanno insegnato che il Pronto Soccorso è stato il baluardo rimasto operativo anche nei momenti più bui. Abbiamo registrato più di 2.500 casi, assicurando comunque più di 20mila accessi che non erano affetti da Covid, garantendo prestazioni di assistenza ‘normali’.” Sarebbe stato più difficile gestire il periodo con il vecchio Pronto Soccorso? “Sicuramente la logistica è una delle caratteristiche fondamentali per l’organizzazione di un pronto soccorso e, il fatto che questa struttura abbia preceduto lo ‘tsunami’ ci ha aiutato tantissimo. Nella prima ondata i pazienti rimanevano tanto tempo in ‘pronto’ per essere stabilizzati e offrivamo loro supporto respiratorio all’interno del reparto. La situazione del precedente ci avrebbe complicato, e non poco, il lavoro”.

All’interno del reparto è stato anche eretto un muro, per dividere gli ingressi Covid da quelli normali: “Questo muro, che spero che cadrà come quello di Berlino e sarà la conferma che è finito tutto, serviva a dividere i pazienti conclamati Covid, dagli altri più di 20mila nel 2020. L’area è stata proseguita da un percorso intraospedaliero, che consentiva i ricoveri ai positivi, evitando commistioni all’interno del nosocomio. In questo modo abbiamo evitato cluster interni, nonostante i numeri elevati che, in provincia sono stati uguali se non superiori a nazioni come Finlandia e Svezia”.

Come funzionava il ricovero? “Avevamo l’accettazione classica, per stabilire i tempi di priorità, anche se nel periodo Covid abbiamo visto una netta riduzione dei codici minori, come verdi e bianchi. Avevamo un percorso più snello e, con un’area dedicata tenevamo separati i malati, con un netto miglioramento nelle ondate successive, grazie all’esperienza ma soprattutto all’abnegazione e al lavoro del personale, che si è dedicato con il cuore alla riorganizzazione del reparto”. Durante il periodo Covid sono stati molti di meno i pazienti che, troppo spesso utilizzano il pronto soccorso come punto d’appoggio. Ora si è tornati alle brutte abitudini di prima? “Si, siamo tornati ai numeri precedenti, forse incrementati perché molti pazienti cercano risposte che non trovano altrove, visto che ci consideriamo un vero e proprio ‘faro nella notte’. Sia la crisi economica che la riorganizzazione del sistema con il territorio in difficoltà, ci hanno portato numeri importanti e, il cosiddetto ‘liberi tutti’, ha fatto nuovamente aumentare la parte traumatologica”.

Cosa si aspetta dai prossimi mesi, sia quelli estivi che autunnali pensando a quanto accaduto lo scorso anno? “La fase estiva conferma che la situazione è assolutamente positiva, almeno fino a quando il clima non ci obbligherà a chiuderci. Sicuramente la speranza risiede molto nella vaccinazione, anche se le notizie che arrivano da altre nazioni non sono molto confortanti. Sarà importante che non ci sia sovraccarico sugli ospedali, anche perché il virus diventerà endemico ma è fondamentale che i numeri vengano contenuti come una malattia infettiva normale. Servirà condurla a numeri tali come la classica influenza e che i posti letti siano sufficienti”.

Ci sono ricordi particolari in questi 15 mesi per pazienti e chi lavorava all’interno? “La fase più toccante è stata quella della prima ondata, quando ci confrontava con un qualcosa che non conoscevamo, vivendo nella preoccupazione e in una fase in cui il personale era sottoposto a stress. Nessuno si è tirato indietro, buttando il cuore oltre l’ostacolo, pur con il timore di ‘portare a casa’ il viruso, passandolo ai parenti. Per i pazienti i momenti più toccanti sono stati quelli del distacco, visto che i parenti non potevano più vedere i familiari dopo il ricovero”.

Nelle ultime settimane si è anche parlato dell’ospedale di Bordighera e della reintroduzione del pronto soccorso. Quanto aiuterebbe il lavoro a Sanremo e Imperia? “Sostengo sempre, da tecnico, che un pronto soccorso è un luogo di servizio, che deve ‘servire’ altre strutture con degenze e posti letto. Se questo c’è il pronto ha senso di esistere, altrimenti si creano aspettative che non hanno risposte. Se si riesce a costituire un percorso dotato di strutture bene, altrimenti è una struttura di facciata”.

Terminiamo con un altro tema ‘caldo’, ovvero quello dell’ospedale unico o nuovo che dir si voglia. Lei cosa ne pensa? “I numeri e le Leggi parlano da soli. 200mila abitanti possono ‘rifornire’ un ospedale. La casistica, ormai fondamentale, è quella che comanda perché serve accentrare, senza spalmare. Questo per concentrare i casi, in modo da garantire sicurezza e competenza necessaria per una cura di alto livello. La realizzazione non sarà facile, ma credo che questa provincia abbia patito un po’ di ‘campanilismi’ che hanno ostacolato questa operazione. Ribadisco che ‘spalmare’ su diversi poli ospedalieri le urgenze ma non solo, non è funzionale. Sarà mestiere di politici e amministratori mettersi d’accordo sul dove, come e quando. Il bacino d’utenza di questa provincia è di un ospedale e lì bisogna far confluire la casistica, senza dimenticare che 200mila abitanti sono un quartiere di una città. Quella è la strada del futuro”.

Carlo Alessi - Pietro Zampedroni

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