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Attualità | 25 ottobre 2020, 09:43

Ponente ligure romano: l'area del Tabia Fluvius del II secolo a.C. raccontata da Pierluigi Casalino

"I Romani, sensibili al controllo capillare del loro dominio, potenziarono le mulattiere liguri, che garantivano la penetrazione verso l'interno, collegando la costa con Briga e l'oltregiogo..."

Ponente ligure romano: l'area del Tabia Fluvius del II secolo a.C. raccontata da Pierluigi Casalino

L'area del Tabia Fluvius, nel II sec. a. C., dai romani fu lasciato ai liguri Ingauni sia per evidenti ragioni politico-diplomatiche che strategiche (il classico divide et impera verso soprattutto dei Liguri Montani, ma anche degli Intemelii), che ne rendevano necessario il controllo, specie per i piani politici, militari e commerciale che Roma preparava nei confronti delle "Gallie". Nel giro del Don o Capo S. Siro sarebbe stata, infatti, potenziata la stazione militare di Costa Beleni (detta anche Costa Balena). Col tempo (e dopo la realizzazione della via Julia Augusta) la Mansio di Costa Beleni divenne ancora più importante che un luogo di ristoro per funzionari statali, assumendo le caratteristiche di un nodo viario cui, oltre la strada imperiale, facevano capo molti itinerari preromani. Essa, disponendo di un Porto Canale (Tabia Fluvius), fungeva anche da scalo marittimo, risultando punto di riferimento per tutto il commercio delle aree vicine.

I Romani, sensibili al controllo capillare del loro dominio, potenziarono le mulattiere liguri, che garantivano la penetrazione verso l'interno, collegando la costa con Briga e l'oltregiogo. Roma padroneggiava così in Liguria due percorsi, verso l'area dei Bagienni, di Augusta Bagiennorum e di Pedo: le mulattiere di Col DI Nava e Valle Argentina. Era quest'ultima un tragitto ligure preromano, proveniente dall'attuale sito di Arma, prossimo a Costa Beleni (Balenae), destinata a diventare una diramazione della Julia Augusta, la Strada imperiale, di cui per l'area tra Cipressa e Sanremo si è peraltro ridisegnato il tragitto in modo opportuno. La via di penetrazione o Via della Valle Argentina invece risaliva fino a Taggia, da cui, proseguendo ad Ovest del Tabia Fluvius, giungeva a Campomarzio (sulla cui rocca si ritrovano i resti di un forte bizantino costruito su strutture murarie più antiche), passando sotto un ponticello corrispondente alla linea di crinale. Oltre Campomarzio, sulla rotabile verso Bajardo, sono le tracce di una trasversale per l'alta Val Nervia (Apricale). Questa permetteva di entrare nell'area di Albintimilium, aggirando la via costiera: essa, oltre a consentire l'accesso all'oltregiogo, offriva un itinerario alternativo per raggiungere il territorio intemelio, penetrando da settentrione sull'oppidum, sito all'inizio della Val Nervia, nell'odierna località Cantin, presso il Rio Seborrino.

Esisteva poi un tragitto di sublitorale, parallelo al percorso della Julia Augusta, che collegava le aree di Terzorio, Pompeiana, Castellaro, Taggia, Ceriana, Bussana vecchia: era un tragitto romano su una mulattiera, che, dopo l'abbandono della Julia Augusta, ai tempi delle invasioni barbariche, divenne via primaria di comunicazione. Questo complesso di comunicazioni aveva la sua ragion d'essere in funzione dell'originaria via consolare ( Aemilia Scauria rozza "matrice" della Julia Augusta"). La Julia Augusta quasi sicuramente procedeva dal territorio di Cipressa verso il mare, aggirando poi la zona degli Aregai nella valle del Monte Colma. Si immetteva quindi nel Fundus Porcianus" (piu' o meno l'odierna S. Stefano), località nella quale è son stati identificati i resti di un Ponte Romano. Secondo le rilevazioni di alcuni storici il Ponte doveva esser largo circa 5 metri: attualmente se ne vedono solo parte delle due pile in pietra squadrata. La mancanza di segni di strutture dell'arcata ha indotto gli studiosi a ritenere che l'arcata ( come si sarebbe poi riscontrato per vari ponti medievali e rinascimentali, come quello sul Roja) fosse sostituita da un passaggio in legno. La strada continuava poi il suo percorso sul lato destro del vallone in direzione dell'area della chiesa di S. Maurizio di Riva Ligure, dalla quale continuava a snodarsi sino a raggiungere il sito di Capo Don per inserirsi sul percorso di Valle Argentina attraversando l'omonimo torrente all'altezza di Taggia.

Il percorso viario raggiungeva quindi il luogo segnato dal toponimo Leva' che, secondo alcune riflessioni linguistiche, sarebbe stato elaborato per indicare un terrapieno (o "levata") costruito allo scopo di bonificare il terreno, evitando il formarsi di paludi. Secondo i detti studiosi la via, da questo punto, avrebbe avuto un andamento simile a quello dell'ottocentesca Strada della Cornice, superando quindi il Castello dell'Arma e raggiungendo la Valle Armea. La strada romana, per un breve tratto, avrebbe risalito il torrente per poi superarlo, tramite un ponte, in prossimità del frantoio detto dei Peri. Superato Capo Verde, di nuovo seguendo la linea della costa, la via entrava nella località S. Martino di Sanremo nella quale, in base a documenti medioevali, si parla di una "strada romana". Questa giungeva quindi nel sito attuale di Rondà Garibaldi, nel lato a settentrione di Piazza Colombo ed ancora seguiva il percorso oggi tracciato da via Palazzo (ancora in età medievale detta "strada romana") e quindi parte di quello di via Corradi per uscire alla fine dal territorio di Sanremo.

Davanti all'"Hotel de Paris" è stato trovato un tratto della via romana col relativo strato della massicciata al punto che si può dedurre che da questo tratto il percorso romano si può identificare con quello dell'odierna statale "Aurelia". Procedendo poi da Capo Nero la strada imperiale doveva raggiungere quindi l'area di Ospedaletti, procedendo attraverso l'attuale corso Regina Margherita. Si fa riferimento anche ad un ramo alternativo, che, muovendo poco oltre il fondo "Mori", avrebbe proseguito verso Pompeiana, innestandosi sulla direttrice di sublitorale. Nel circondario di Costa Beleni, sono interessanti i toponimi di Pompeiana, Bussana, Ceriana, Matuziana e Porciana (in effetti si è parlato anche dal altri studiosi, come il Lamboglia, di altre ville, prossime a queste o disposte più ad est come la Buriana o Periana e la Luvisiana, ma su di esse esistono davvero ben poche risultanze toponamastiche e nessuna di ordine archeologico: tali nomi ricordano la natura di fondi rustici, probabilmente nominati da gentes ("famiglie") romane. Secondo i testi agronomici, influenzati dal De agricultura di Catone, un elemento base per un fondo rustico era di essere posto presso una strada e uno scalo marittimo. Vista, per l'area in questione, la presenza di un porto facente capo a Costa Beleni e considerato che la Julia Augusta attraversava i fondi costieri Matutianus (ovest di Sanremo) e Porcianus (S. Stefano) rimarrebbero isolati altri fundi, se non si ipotizzasse quel collegamento viario di sublitorale cui si è fatto cenno prima.

Tali itinerari avrebbero collegato i fondi agricoli fra loro e con l'importante direttrice di fondovalle, che, a sua volta, era in collegamento con l'attuale Piemonte e il mare di fronte a Costa Beleni. I fondi non sembrano disposti in maniera casuale, ma organizzati secondo un disegno geopolitico. I toponimi derivano tutti da nomi di buona latinità: questi possedimenti, data l'epoca di romanizzazione del Ponente ligure (90-49 a. C. ), potrebbero essersi sviluppati dopo vaste modificazioni socio-economiche, collegate all'insediamento di veterani su territori confiscati (donativi di terre e poderi furono, con probabilità, il prezzo dovuto a Roma dagli Ingauni per antichi privilegi e, soprattutto, una contropartita per la conquista della piena cittadinanza romana). Così facendo Roma cementava la sua presenza nell'area del Tabia Fluvius, integrando il ruolo dei militari con uno stanziamento di cittadini fedeli, utili per concludere l'acculturazione, cioè l'imposizione della cultura romana ai Liguri del Ponente.

L'area di Costa Beleni era difesa da un insieme di fortificazioni. Ad occidente, antemurale contro il territorio intemelio (poco fidato fino al 49 a. C.) e transalpino, stava qualche Edificio Pubblico o Militare Romano genericamente poi detto Torre dell'Arma dalla struttura armata fatta erigere dalla Repubblica di Genova verso il 1565 ai tempi delle scorrerie turchesche. Stando alla Cronaca dei lavori fatta da Padre Calvi scavando le fondamenta per realizzare la moderna fortezza si rinvenne "in ruderibus antiquarum ruinarum" (fra "i ruderi di antiche rovine") "tabulam ex marmore albo" ("una bianca tavola marmorea") riportante un'epigrafe latina direttrice di fondovalle, sulla cuspide del promontorio, circondato per tre lati dall'Argentina, si vedono tuttora i ruderi della rocca di Campo Marzio o di "S. Giorgio. Sotto i ruderi medievali, eretti su una costruzione bizantina, sono state individuate le tracce megalitiche di un castello ligure preromano.

La difficoltà di accedere al sito non ha permesso di identificare tracce di edilizia militare romana: però la tradizione locale parla del ritrovamento di monete ed utensili di epoca romana, così da far pensare ad un insediamento: in proposito si ha l'impressione che si trattasse di una fortificazione con uno stanziamento militare. Date le dimensioni ridotte dell'area e la disposizione del complesso, avrebbe potuto trattarsi di un burgus, cioè di un edificio situato in un punto chiave, a guardia di passi obbligati (strade, valli, approdi fluviali), predisposto a contenere una cinquantina di uomini, ed a garantire la tranquillità dei trasporti.

L'indagine sul campo fa pensare che i Romani, teorici dell'edilizia militare e della politica di difesa preventiva, abbiano compreso la potenzialità strategica della Rocca di Campomarzio. Esaminando il quadro geofisico della valle Argentina e delle zone viciniori pare evidente che Campomarzio dovesse anche risultare, sia per la dislocazione strategica di controllo viario che per la collocazione protetta e d'altura, il più solido punto di controllo e di delimitazione del territorio dei Montani (i Liguri più "selvaggi" ed a lungo ribelli di Roma) da quello degli Ingauni: è seguendo questo quadro che, molto tempo dopo, gli ingegneri di Bisanzio intervennero sulla struttura, modificandola in modo da farne un avamposto del loro "limite" o limes difensivo contro invasioni barbariche provenienti da settentrione. Sull'argomento si tornerà, in ogni caso, in prossime occasioni.

Pierluigi Casalino

Redazione

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