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Ventimiglia Vallecrosia Bordighera | 02 luglio 2020, 07:05

Recente scoperta di Archeonervia sul Monte Abelio, un luogo di incontro tra il cielo e la terra

Testimonianza della sacralità della montagna mai sopita che ha superato i millenni sopravvissuta all'usura del tempo che ha contribuito a coprire il Monte Abelio da un alone di mistero e leggende custodite gelosamente nel cassetto dei ricordi della gente di Dolceacqua e Rocchetta Nervina.

Recente scoperta di Archeonervia sul Monte Abelio, un luogo di incontro tra il cielo e la terra

Il Monte Abelio maestoso polmone verde che supera i 1000 metri di altezza, si trova localizzato in posizione strategica con apertura a 360 gradi sul mare e le  montagne che coronano l'alta Val Nervia. A causa della sua struttura piramidale che ricorda un gigantesco menhir orientato a mirare il sole dall'alba al tramonto,  ha colpito l'immaginario religioso delle popolazioni proto-storiche, motivo che probabilmente giustifica la recente scoperta sulla montagna di due altari sacrificali e un menhir.

Testimonianza della sacralità della montagna mai sopita che ha superato i millenni sopravvissuta all'usura del tempo che ha contribuito a coprire il Monte Abelio da un alone di mistero e leggende custodite gelosamente nel cassetto dei ricordi della gente di Dolceacqua e Rocchetta Nervina.

Montagna che, per la sua insolita struttura cuneiforme, bene si addice il toponimo di Monte Conio a differenza di Monte Abelio  forgiato a suo tempo dagli abitanti di Rocchetta. Tra i tanti racconti ingigantiti che si sono stratificati nel tempo e che coprivano con un alone di mistero paura e un timore reverenziale nei confronti della montagna, era diffuso il convincimento che fosse un vulcano che avrebbe potuto scatenare la sua potenza distruttrice in qualsiasi momento.

A conforto di queste voci ricorrenti si sosteneva che sulla cima  c’era un cratere da dove usciva dell'aria calda e che, talmente profondo, se si buttava una pietra dentro, per  avvertire il tonfo sul fondo era necessario rimanere in attesa a lungo. Un cratere che, nella realtà, era la bocca di una grande cavità naturale di formazione carsica molto profonda, che i militari che presidiavano durante l'ultimo conflitto mondiale la montagna, per evitare  che  qualcuno inavvertitamente ci cadesse dentro, ricoprirono con una soletta in cemento.

Ma rimane il Menhir e i due altari sacrificali che riflettono un legame indissolubile dei nostri lontani progenitori con la sacralità della montagna, luogo di incontro tra il cielo e la terra. Profilo culturale religioso mai sopito che ha superato i millenni e ha dato inizio al lungo processo storico di identificazione del gruppo etnico  dei liguri. Il menhir, di 115 centimetri di altezza, si presenta a forma piramidale ma resta probabile che prima che venisse   inglobato nel terrapieno della pista carrozzabile costruita dai   militari per raggiungere la vetta, superasse in altezza  i 150 centimetri.

In una immagine della roccia l’altare sacrificale dove la prima freccia in alto indica una vaschetta che tramite un canaletto interno scavato nella roccia della lunghezza di circa 40 centimetri,    serviva per far confluire il sangue degli animali sacrificati dentro la vaschetta indicata dalla seconda freccia. La freccia in basso indica il canaletto di scolo per il sangue che era obbligo durante la liturgia che accompagnava i sacrifici offrire alla ‘Terra Madre’. Sacrificare un animale alla divinità era un gioco di scambio come avviene da sempre nei rapporti umani dove c'è chi offre per poi avere.

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