Cronaca - 03 giugno 2020, 07:21

Imperia, processo 'Breakfast": per il Tribunale "Scajola non ha finanziato economicamente la latitanza di Matacena"

Il dettaglio emerge nelle motivazioni della sentenza che ha visto condannare a due anni di carcere, pena sospesa, l'attuale sindaco per aver messo in piedi il tentativo di fuga in Libano dell'ex parlamentare di FI

Imperia, processo 'Breakfast": per il Tribunale "Scajola non ha finanziato economicamente la latitanza di Matacena"

“L'analisi delle conversazioni intercettate, alla luce delle spiegazioni alternative che hanno fornito gli imputati in sede di interrogatorio nell'immediatezza dei fatti e-o in sede di esame dibattimentale, delle deposizioni dei testi a discarico, nonché della documentazione acquisita, in uno con il mancato approfondimento investigativo di alcuni temi di prova che da quelle conversazioni scaturivano, non consente, innanzitutto, di ritenere acquisita la prova dell'esistenza di attività inequivocamente finalizzate a destinare denaro al Matacena allorquando questi era alle Seychelles, da parte di tutti e quattro imputati a cui questa condotta è contestata Scajola, Rizzo, Fiordelisi e Politi”. Il dettaglio emerge dalle motivazioni, depositate nei giorni scorsi della sentenza del processo “Breakfast”, svoltosi a Reggio Calabria; sentenza che ha visto condannare a due anni di carcere, pena sospesa, l’ex ministro e attuale sindaco di Imperia Claudio Scajola ritenuto responsabile in concorso con Chiara Rizzo, a cui è stato comminato un anno (pena sospesa), del reato di procurata inosservanza di pena.

Per il collegio, composto dai giudici Natina Pratticò, Mariarosa Barbieri e Stefania Rachele, i due imputati avrebbero aiutato Amedeo Matacena, ex parlamentare di Forza Italia ed ex marito della Rizzo, a progettare la fuga da Dubai a Beirut dopo aver rimediato una condanna definitiva a tre anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Fuga che non avverrà, ma che è costata la condanna ad entrambi. Tra gli imputati c’erano anche Martino Politi Politi, difeso dai legali Tonino Curatola e Corrado Politi, e Mariagrazia Fiordelisi, assistita dall’avvocato Cristina Dello Siesto, rispettivamente collaboratore ed ex segretaria dei coniugi Matacena-Rizzo. I due sono stati assolti dal reato di procurata inosservanza di pena e mentre per Politi è arrivata anche l’assoluzione, così come per la Rizzo, dall’accusa di intestazione fittizia di beni, per la Fiordalisi invece, per questa imputazione è stata dichiarata la prescrizione.

Secondo quanto attestato dai giudici sia la Rizzo che Scajola, difeso dagli avvocati Giorgio Perroni, Elisabetta Busuito e Patrizia Morello, e la Fiordalisi “si sono adoperati per far ottenere alla Rizzo il rientro di somme di denaro provenienti da disponibilità finanziarie riconducibili a Raffaella De Carolis, madre del Matacena, depositate e in accesso da quest’ultima presso la Compagnia Monegasque del Banque di Monaco, accreditate su conto corrente acceso presso il Nuovo Bang di Eden Island Mahe - Seychelles intestato ai coniugi Matacena-Rizzo”, un conto poi estinto con una contestuale apertura di un altro a nome dell’ex lady Matacena, ma comunque- sottolinea il Tribunale- la prova che il tentativo posto in essere da tutti gli imputati sia stato rivolto a far compiere al denaro un percorso inverso rispetto a quello che sarebbe stato più logico ritenere ove finalizzato a finanziare la latitanza di Matacena e, cioé dalle Seychelles, dove Matacena si trovava, al Principato di Monaco, dove si trovava la Rizzo, e non viceversa, unitamente alla mancata dimostrazione della destinazione finale delle somme al latitante, ed anzi, all'acquisizione di elementi di segno contrario in ordine alla volontà della Rizzo, una volta rientrata in possesso delle somme  di destinarle al marito, costituiscono il fallimento della tesi accusatoria”.

In definitiva i tre avrebbero aiutato la Rizzo ad entrare in possesso, in modo lecito, dei suoi soldi, ma non vi è né la prova e gli elementi presenti, dimostrano il contrario, che Scajola, Politi e Fiordalisi, abbiano di conseguenza aiutato Matacena ad “affrontare” economicamente la latitanza. L’esatto opposto. E in più, questi soldi non servivano alla Rizzo non per sostenere il marito bensì per “dimostrare di avere risorse economiche con cui mantenersi autonomamente a Montecarlo, condizione questa richiesta dal Principato di Monaco per il rinnovo del permesso di soggiorno prossimo alla scadenza decennale". Stessa cosa vale per l’aiuto di Scajola, fornito alla Rizzo, finalizzato a trovarle un contratto di lavoro.

C’è infine, un’altra circostanza. Per i giudici il processo non ha consentito di ritenere provato che l'accesso al conto corrente acceso da Matacena, quando era deputato, presso il Banco di Napoli della Camera dei Deputati, “accesso tentato dalla Rizzo con l'ausilio di Scajola”, fosse finalizzato ad acquisire provviste economiche da destinare al latitante, essendo rimasto accertato che la Rizzo ha effettuato un bonifico su quel conto soltanto per poter fruire dell'assistenza sanitaria ad esso collegata per se stessa o per il figlio”. Sul punto il Collegio commenta aspramente l’operato della Procura antimafia dello Stretto sottolineando “la totale carenza “di indagini in ordine all'esistenza di bonifici quanto meno tra conti correnti della Rizzo e conti correnti della Sacco (Roberta ex segretaria di Scajola ndr) esclude che vi sia stato un invio di denaro tra le due donne, con l'ausilio materiale della Fiordelisi, ciò che era preliminare alla tesi del successivo invio del denaro al latitante”. Viene data quindi ragione al collegio di difesa di Scajola che sia documentalmente che attraverso l’escussione di diversi testimoni è riuscita a dimostrare come “quel famoso lavoro”, di cui la Rizzo parla nell’intercettazione del 5 agosto 2013, sia davvero riferito alla collaborazione che la donna era riuscita ad ottenere con l’onorevole Ignazio Abrignani e non all’ipotesi “di invio di denaro al latitante".

Infine Scajola, oltre a non aver finanziato economicamente la latitanza di Matacena non avrebbe neanche aiutato lo stesso a “mantenere inalterate le capacità imprenditoriali”. “Si tratta di iniziative imprenditoriali intraprese dalla Rizzo, precisa il Tribunale, sia pure attraverso una regia del marito a distanza, che integrano, nella misura in cui sono tutte fallite e non ha comportato alcuna acquisizione di utili per le società dietro le quali Matacena mascherava, un post factum non punibile dei reati contestati” e che comunque qualora contestati sarebbero prescritti.

Angela Panzera

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