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Cronaca | 27 maggio 2020, 07:11

Imperia, processo 'Breakfast': "Scajola ha apportato un contributo concreto alla latitanza di Matacena". Ecco le motivazioni della condanna a due anni inflitta al sindaco

Secondo il Tribunale di Reggio Calabria, all'esito di un lungo dibattimento, il primo cittadino non ha 'solo' aiutato moralmente l'ex moglie dell'armatore, ma ha "assunto un ruolo di direzione" per il tentativo di fuga in Libano

Imperia, processo 'Breakfast': "Scajola ha apportato un contributo concreto alla latitanza di Matacena". Ecco le motivazioni della condanna a due anni inflitta al sindaco

“Non vi è dubbio alcuno che già l’aiuto, apprestato da Scajola e dalla Rizzo, in concorso con Speziali, consistente nell’attuare lo spostamento da Dubai in Libano si legasse funzionalmente all’intenzione dello stesso Matacena di sottrarsi alla cattura poiché attraverso quell’aiuto egli avrebbe potuto assicurarsi condizioni di vita o di sicurezza certamente maggiori di quelle di cui godeva a Dubai mentre, senza quell’aiuto, egli avrebbe dovuto procurarsele diversamente”.

È lapidario il giudizio del Tribunale di Reggio Calabria, presieduto da Natina Pratticò, messo nero su bianco nelle oltre 1.500 pagine delle motivazioni che hanno visto condannare, il 24 gennaio scorso, a due anni di carcere -pena sospesa- l’ex ministro dell’Interno e dello Sviluppo economico nonchè attuale sindaco di Imperia, Claudio Scajola, ritenuto quindi responsabile del reato di procurata inosservanza della pena escludendone, però l’aggravante relativa all’aver agevolato la ‘ndrangheta. L’imputato è stato quindi riconosciuto colpevole, all’esito del lungo processo scaturito dall’inchiesta della Dda dello Stretto denominata “Breakfast”, di aver aiutato Amedeo Matacena, ex deputato di Forza Italia e noto armatore reggino, a sottrarsi alla giustizia italiana favorendone la latitanza.

Latitanza che dagli Emirati Arabi si sarebbe dovuta “spostare” in Libano. Matacena era stato condannato a tre anni dalla Cassazione per concorso esterno in associazione mafiosa,in particolare per aver agevolato la cosca Rosmini attiva a Reggio Calabria e provincia. Una sentenza che non ha scontato in quanto si trova, ancora oggi, latitante a Dubai. Il suo tentativo di fuga non si concretizzerà mai, ma è costato a Scajola prima l’arresto e poi la condanna. All’esito del dibattimento l’ex ministro, difeso dai legali Giorgio Perroni, Elisabetta Busuito e Patrizia Morello, è stato colui il quale ha rimediato la condanna più alta, anche se per lui il pm Giuseppe Lombardo aveva invocato quattro anni e sei mesi di detenzione, mentre a Chiara Rizzo, ex moglie di Matacena, difesa dall’avvocato Bonaventura Candido, è stato comminato un anno di carcere (pena sospesa) a fronte degli 11 anni e sei mesi richiesti dall’accusa. Condanna inflitta solo per il reato di procurata inosservanza di pena poiché dall’accusa di intestazione fittizia di beni, aggravata dall’aver agevolato la ‘ndrangheta, la donna è stata assolta.

Assolto in toto dalle accuse Martino Politi, difeso dagli avvocati Antonino Curatola e Corrado Politi, storico collaboratore della coppia Rizzo-Matacena. Per l’altra imputata, Maria Grazia Fiordalisi (storica segretaria dei coniugi) assistita dal legale Cristina Dello Siesto, il Collegio ha disposto l’assoluzione per il reato di procurata inosservanza della pena mentre ha disposto la prescrizione per l’altro capo di accusa. Per Politi e Fiordalisi l’accusa aveva invocato, ben sette anni e sei mesi di carcere. In definitiva, sia sul fronte delle condanne che delle pene comminate il processo è stato una “débacle” per la Dda di Reggio Calabria che adesso sicuramente ricorrerà in Appello come ricorrerà anche Scajola il quale durante tutto il lungo dibattimento ha sempre gridato la sua innocenza sostenendo, fino all’ultimo giorno, di essersi “interessato per quanto possibile, con le ambasciate, per vedere se era possibile l’asilo politico (per Matacena ndr)  e questo non credo sia un reato come ho sempre detto dal primo giorno. Mi auguro che, aveva detto a margine della lettura del dispositivo, nei prossimi gradi di giudizio, venga confermato il comportamento nei termini di legge, come persona corretta come credo di essere”.

Nel comminare i due anni di reclusione per Scajola, e la conseguente sospensione della pena, i giudici hanno tenuto conto di una serie di circostanze. Per prima cosa “la personalità dell’imputato, quale si desume -è scritto- anche dal comportamento processuale dallo stesso osservato presenziando a tutte le udienze e non sottraendosi all’esame e, per altro verso, della gravità della condotta, di cui è stato ritenuto colpevole, che ne rivela la pervicace determinazione nel portare avanti il piano criminoso in favore di un latitante per reato di criminalità organizzata”. La condanna inflitta poi mira a evidenziare che “Scajola ha assunto un ruolo di direzione rispetto all’azione della Rizzo, concorrente nel reato, anche sfruttando la pregressa posizione istituzionale che gli consentiva di intessere relazioni ad ampio raggio all’interno di circuiti istituzionali e non italiani ed esteri, che ha utilizzato per il raggiungimento dello scopo perseguito nell’ambito della procurata inosservanza in favore del Matacena”.

Scajola poi, ha sempre evidenziato di aver voluto aiutare moralmente una donna in difficoltà e non un latitante per mafia: una versione che non ha per nulla convinto il collegio composto dal giudice Pratticò, estensore delle motivazioni,e dai togati Mariarosa Barbieri e Stefania Rachele.Il Tribunale ritiene provata- è scritto a chiare lettere in sentenza- l’ipotesi accusatoria solo con riferimento alla condotta ascritta a Scajola e a Rizzo, in concorso con Speziali Vincenzo (che ha già patteggiato ad un anno di carcere per questo reato ndr) consistente nella pianificazione e predisposizione dello spostamento del latitante della città di Dubai, negli Emirati Arabi, alla capitale del Libano, Beirut". I giudici parlano di un “contributo concreto” che ha provocato una “negativa alterazione” del contesto all’interno del quale l’autorità giudiziaria italiana “si muoveva per ottenere l’esecuzione dell’ordine di carcerazione a carico di Matacena”.

Inoltre, per i giudici di primo grado Scajola non ha voluto solo “aiutare” una donna in difficoltà, abbandonata insieme al figlio dal marito latitante per cui nutriva “sentimenti più forti nei confronti della donna, non interamente contraccambiati, si metteva a sua completa disposizione per risolverne ogni problema e tendeva a sfruttare ogni occasione per poterle stare vicino”; per il Tribunale non si è in presenza solo “di un aiuto lecito al latitante” poiché le risultanze dibattimentali “dimostrano l’esistenza di indubbi e consolidati rapporti tra Scajola e Matacena, che andavano ben al di là del legame confinato alla sfera emotiva e sentimentale di due persone adulte, sorto in epoca successiva e del tutto irrilevante nelle valutazione dei fatti”.

Rapporti quindi che erano maturati nell’ambito di una comune militanza politica in Forza Italia e che sono proseguiti “anche in epoca assai posteriore, in cui Scajola si mette a disposizione dell’ex armatore Matacena introducendolo in nuovi ambienti imprenditoriali, spesso affini a quelli operanti nei settori in cui si era solta la sua attività di ministro dello Sviluppo economico prima e dell’Attività produttive dopo (parchi eolici, energie alternative) e che, quindi meglio gli consentivano di indirizzarne le iniziative o mettendolo in contatto con personaggi che ne avrebbero potuto agevolare altre, introducendolo altresì in ambienti diplomatici nei quali al Matacena preme accreditarsi come un perseguitato della giustizia italiana e si sono quindi, mantenuti inalterati durante la latitanza di Matacena”. Ed è per questo, secondo i giudici, che il latitante veniva sempre informato dalla moglie delle iniziative intraprese da Scajola in riferimento ad esempio alla sua assistenza, al lavoro, o alle iniziative imprenditoriale interrotte dall’assenza del marito.

La prima persona che Matacena - scrive il Collegio- si premura che venga avvisata, tramite la moglie, del proprio arresto è proprio Claudio Scajola”. Cristallizzata infatti, l’intercettazione in cui è lo stesso ex ministro ricorda alla Rizzo che Matacena avrebbe proprio detto: “avverti per primo Claudio, perché Claudio ci è stato molto vicino”. In definitiva per il Tribunale non ci sono dubbi. Da un lato lo stesso Scajola si “appalta” la questione dello spostamento di Matacena trovando un valido interlocutore in Speziali e dall’altro, lui e Speziali, “hanno organizzato lo spostamento di Matacena a Beirut, dove questi avrebbe avuto garanzia, grazie all’interessamento dell’ex presidente del libano Gemayel e di un alto funzionario governativo, l’avvocato Firas di ottenere asilo politico”.

Non ha per nulla convinto la versione fornita dall’attuale primo cittadino ai giudici secondo la quale il motivo per cui si è rivolto a Speziali sia stato meramente “casuale” e che si sia limitato a ricercare una soluzione lecita, ossia l’asilo politico per Matacena. “Francamente che Scajola possa aver affidato casualmente le confidenze della Rizzo, chiosa il Collegio, che riguardavano la situazione di un latitante per reato di mafia, ad un personaggio, che accidentalmente di trovava presso il suo studio, già non appare credibile sul piano della logica elementare dei comportamenti umani, che, tanto più se posti in essere da parte di un soggetto acculturato rispetto ad una situazione che poteva coinvolgere aspetti di rilevanza penale, ci si aspetta essere improntati ad una cautela ben maggiore. Quella stessa cautela, del resto, che Scajola aveva nel dissimulare il piano di spostamento del Matacena- continuano le motivazioni della sentenza- allorquando conversava telefonicamente con la Rizzo e con lo stesso Speziali. Senza voler aggiungere che Scajola stesso, contraddittoriamente, ha inteso poi tratteggiare la figura di Speziali come una sorta di pagliaccio, pasticcione, megalomane e millantatore, a cui appare ancor più difficile avere affidato in maniera estemporanea un compito così delicato. Ma, soprattutto, la ricostruzione offerta da Scajola appare ancor meno credibile- sottolinea il Tribunale-allorquando egli riferisce dell'immediata prospettazione da parte di Speziali di una soluzione con contestuale estemporanea redazione di un vademecum (non é dato comprendere in base a quali competenze specifiche, specie in ordine ad una questione talmente complicata), redatto su carta intestata della Camera dei Deputati, che poi è stato effettivamente rinvenuto in sede di perquisizione, contenente i punti che i legali di Matacena avrebbero dovuto evidenziare nella richiesta di asilo politico in favore del condannato”.

In definitiva, per i giudici dello Stretto Scajola non ha aiutato moralmente una donna in difficoltà, ma si sarebbe adoperato per aiutare il latitante Matacena attraverso “lo spostamento da Dubai in Libano ed il piano prevedeva, solo in un secondo momento, la richiesta di asilo politico in Libano”. L’ex parlamentare era sprovvisto di passaporto e quindi il suo eventuale spostamento sarebbe avvenuto “in maniera clandestina”. Sulla richiesta poi, di asilo politico il Tribunale non si mostra pienamente convinto allineandosi con quanto detto dal pm Lombardo che, nella sua lunga requisitoria, ha evidenziato come lo stesso non fosse un detenuto che rischiava la vita e che aveva avuto un giusto processo. Una procedura quindi “fuori luogo” usata come una “scusa” da Scajola utile alla sua strategia difensiva: "dal punto di vista soggettivo o quanto al dolo l’impostazione difensiva- chiosano i giudici- confligge platealmente con l’atteggiamento improntato ad estrema cautela dello Scajola nella gestione dell’affaire condotto unitamente a Speziali con la totale assenza di dialoghi che diano concretezza al progetto lecito (se mai percorribile solo dopo aver spostato il latitante clandestinamente da Dubai a Beirut), oggi adombrato dalla difesa, che alla luce del tenore complessivo dei colloqui intercettati e, più in generale, delle condotte poste in essere dai protagonisti della vicenda, si traduce che in nulla più che un espediente”.

Angela Panzera

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