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Al Direttore | 17 maggio 2020, 10:05

"Per la comune salvezza dal morbo contagioso" ovvero i provvedimenti di controllo e di prevenzione sanitaria nella Repubblica di Genova intorno al 1700

Pierluigi Casalino ci racconta i casi della lebbra a Ventimiglia e Dolceacqua, delle zanzare e di altri inconvenienti igienici sul Nervia, alle foci del Roia e a Bordighera oltre alla fama dei medici liguri

"Per la comune salvezza dal morbo contagioso" ovvero i provvedimenti di controllo e di prevenzione sanitaria nella Repubblica di Genova intorno al 1700

"Nessuno poteva immaginare che la peste ed altre forme epidemiche alloggiassero nelle pulci dei topi, anche se non si tardò a cogliere il legame tra il contagio e l'igiene. Almeno nel senso che poteva avere tale nesso nelle società di antico regime come di fatto era anche la Repubblica di Genova. Si curava il corpo, rifacendosi alle teorie galeniche degli umori, i cui scompensi erano ritenuti essere all'origine delle malattie. E ciò al punto che la mortalità tra i ricchi non era diversa da quella dei poveri e delle persone denutrite solo perché non potevano acquistare dei farmaci o degli altri rimedi. I più frequenti mezzi a cui si ricorreva, anche in Liguria, per contrastare il contagio diretto tra le persone erano la reclusione degli appestati nel Lazzaretto o l'isolamento per oltre un mese dei sospetti di trasmettere epidemie, nonché, ovviamente, la prescrizione della distanza tra persone. Non di rado si procedeva al rogo delle merci e degli oggetti che si ritenevano contaminati.

Fu anche intorno a tali malattie che si andarono organizzando e rafforzando le strutture amministrative degli Stati moderni. E Genova con il suo servizio sanitario (‘Per la comune salvezza dal morbo contagioso’ era questa la denominazione delle strutture sanitarie della Repubblica), come apparirà a molti osservatori stranieri, era riuscita a conseguire, a partire in special modo dal XV secolo una posizione di avanguardia per quei tempi. La circostanza venne posta in evidenza in occasione di altre forme di epidemie, oltre alla peste che cominciò a diradarsi in Liguria dopo il XVII secolo, salvo il suo brusco e drammatico riapparire nel 1656. Un evento che risparmiò, tuttavia, il Ponente ma che annientò gran parte della popolazione ligure tra Savona e Chiavari. Il terrore di ‘pesti e di fame’, era condiviso con quello di altri morbi contagiosi quali la lebbra, che stava, in ogni caso, regredendo in tutto il Vecchio Continente.

La lebbra era tuttavia ancora presente in Ventimiglia, dato che rimase a lungo nel centro intemelio uno specifico ‘hospitalis per leprosi’ detto Lazzaretto, mentre a Dolceacqua il Signore del luogo aveva decretato il completo allontanamento degli affetti da lebbra dal resto della popolazione residente in città. Nel frattempo l'impaludamento del porto canale sul Nervia e sul Roia, il proliferare di canneti selvatici (come nell'area di Bordighera, ma anche alle foci del Roia, specialmente nel sito dei Paschei (area dell'attuale casa comunale di Ventimiglia  resa una palude a suo tempo dai genovesi per conquistare la città) e l'ignoranza delle antiche tecniche romane sulle arginature di acque fluviali avevano provocato la riproduzione abnorme di zanzare anofele e di conseguenti febbri malariche. Ciò comportò molti decessi, anche se la malaria benigna e persino quella maligna non spaventavano più di tanto la gente a fronte anche dei provvedimenti diligenti delle autorità sanitarie locali di canalizzare le acque e di rendere asciutte le zone paludose. Non fu comunque facile debellare le arie irrespirabili e il proliferare degli insetti se nel 1744 una lettera dell'areale intemelio descrive il color giallo candela del volto di molti abitanti di Ventimiglia e pertanto l'’essere giocoforza’ sfuggire alle atmosfere ‘nocivissime e pestilenziali’ della città e spostarsi ‘nelle ville vicine’ alla ricerca di climi più salubri. E ancora nel 1750 il notaio Gio Batta Gavotti di Sassello, operante in Ventimiglia (quartiere Oliveto) e in Bussana e in Taggia (quartiere Pantano), ribadiva il permanere delle condizioni malsane della zona, registrando persino la morte della propria moglie e dei propri figli in tenera età a causa della malaria.

Evento quest'ultimo che non ci deve far dimenticare che un approccio verso la scienza medica nel senso moderno non era - a dire il vero - del tutto sconosciuto dalle nostre parti e, analogamente, lo studio delle cause reali dei malanni. Non a caso Erasmo da Rotterdam non avrebbe mai visitato l'Italia se l'occasione non gli fosse stata offerta dal celebre ed esperto protomedico della corte londinese, il ligure Giovanni Battista Boerio di Taggia, archiatra di Enrico VII e più tardi di Enrico VIII d'Inghilterra, la cui notorietà aveva raggiunto tutta l'Europa per la sua vasta esperienza e preparazione. Boerio fu uno dei docenti più insigni del suo tempo ed ebbe per suo allievo W.Linacre, benemerito fondatore del Royal College of Physicians e iniziatore delle Letture di Medicina a Cambridge e a Oxford. Quando morì, nel 1514, Boerio scrisse molte opere di medicina e lasciò una somma a favore dell'ospedale di Pammatone a Genova e alcuni suoi redditi per istituire una scuola dei poveri nella sua città natale, Taggia. Medici liguri di grande fama furono anche nel corso del XVI secolo. Essi si impegnarono attivamente pure nello studio delle cause delle epidemie, fornendo rilevanti contributi al ‘governo del contagio’.

Pierluigi Casalino”.

Redazione

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