L'inclinazione dell'asse terrestre che determina nel periodo invernale l'attenuarsi della luce e del calore, mentre il sole al solstizio d'inverno sembrava voler scomparire inghiottito dalle tenebre, era un evento che in tutti i popoli dell'antichità lasciava presagire un grave pericolo per la loro esistenza e al fine di esorcizzare l'avvenimento, accendevano grandi falò. Un modo per suggerire al sole, con una azione di magia imitativa (da simili nasce simile) a donare nuova luce e calore, risalire alto nel cielo, preludio alla rinascita della forza vitale della natura, la loro certezza di vita sulla terra.
Un'eco di origine pagana di accendere fuochi il 25 dicembre alimentato da una fitta ragnatela di superstizioni che ha superato i millenni, sopravvive a Dolceacqua il giorno di Natale con ‘I foghi du Bambin’ (I fuochi di Gesù bambino). Un evento, che si perpetua ogni anno il giorno del solstizio d'inverno assorbito dalla chiesa medioevale e stravolto da ogni significato delle origini che vuole sia la tradizione che si perpetua da secoli di accendere fiochi per riscaldare il bambino Gesù appena nato. Sant’Agostino, uno dei padri della chiesa, nei suoi scritti ammoniva i cristiani a non cadere nel tranello di festeggiare il 25 dicembre la natività del sole, ma di solennizzare tale data in onore di Dio che creò il sole.
Per la durata di alcuni giorni, tre grandi falò rimangono accesi nelle 3 piazze del paese dove la temperatura rigida invita i passanti a fermarsi felici di poter cogliere qualche vampata di calore fortemente intrisa da una spiritualità antica. Oggi la tradizione di accendere fuochi molto diffusa in passato sul continente Europeo il giorno di Natale, si è evoluta nel rosso metafora della fiamma, colore che predomina nelle case durante la festa più importante dell'anno, nell'accendere candele nelle case, nel collocare ghirlande di luci multicolori nelle strade, sull'albero di Natale, con i fuochi pirotecnici e i botti di capodanno che è bene ricordare che fino al 1582 prima dell'introduzione del calendario Gregoriano veniva festeggiato il 25 dicembre.
Nel comprensorio Intemelio, testimonianze di come i nostri lontani progenitori sapessero datare i giorni in cui si doveva accendere fuochi e compiere sacrifici in attesa del solstizio d'inverno, su un totale di oltre 50 calendari di pietra (menhir) scoperti sul territorio in maggioranza rivolti a mirare il sole il giorno del solstizio d'estate, 11 sono orientati cogliere gli ultimi bagliori del tramonto del solstizio d'inverno. Tra i tanti uno in particolare localizzato sulla dorsale che separa la valle Crosia con la valle del Verbone si distingue per essere stato lavorato alla base a forma di cuneo in modo da poter essere infisso anziché nel terreno, sopra due blocchi di rocce emergenti.
Misura 88 cm di altezza e, come riscontrato su altri menhir, per distinzione, ha sulla parte frontale una coppella che ne sancisce la sacralità. Poco distante è poi presente una vaschetta di 29 cm di diametro, utile per deporvi il sangue e le viscere degli animali sacrificati.